· Città del Vaticano ·

Per una difesa responsabile della biodiversità

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Dichiarazione finale di una conferenza organizzata dalla Pontifica Accademia delle scienze

30 giugno 2020

«Ogni anno scompaiono migliaia di specie vegetali e animali che non potremo più conoscere, che i nostri figli non potranno vedere, perse per sempre. La stragrande maggioranza si estingue per ragioni che hanno a che fare con qualche attività umana. Per causa nostra, migliaia di specie non daranno gloria a Dio con la loro esistenza né potranno comunicarci il proprio messaggio. Non ne abbiamo il diritto». Le parole di Papa Francesco nella Laudato si’ sono senza dubbio il migliore manifesto in difesa della biodiversità e la critica più acuta del modello attuale di società e di vita.

Ispirandosi all’insegnamento del Papa, la Pontificia Accademia delle scienze animata dal suo cancelliere, il vescovo Marcelo Sánchez Sorondo, ha organizzato la conferenza «Scienza e azioni per la protezione delle specie — Arche di Noè per il XXI secolo» con la partecipazione di partner internazionali provenienti da musei di storia naturale, giardini zoologici e orti botanici, incluso l’intervento di specialisti in protezione della biodiversità e consulenti politici.

Il primo obiettivo della conferenza è stato quello di lanciare l’allarme sullo stato della biodiversità sul nostro pianeta. «Si stima che, nei prossimi decenni, un quinto di tutte le forme di vita (a parte i batteri) sarà a rischio di estinzione. Entro la fine del XXI secolo potrebbe addirittura estinguersi la metà delle specie, un buon 80 per cento delle quali è ancora scientificamente sconosciuta» si legge nella dichiarazione finale della conferenza. «Il tasso di estinzione attuale è stimato a 1.000 volte il tasso storico, ed è in continuo aumento. Siamo ovviamente consapevoli che l’estinzione ha sempre fatto parte del processo evolutivo: oggi, tuttavia, non sono i processi naturali la causa dominante della perdita di specie. In questo momento storico, infatti, la causa principale dell’estinzione delle specie e della perdita di biodiversità sono le attività umane, soprattutto lo sfruttamento competitivo della terra e l’acqua, l’inquinamento generato dall’uomo e le azioni che incidono sul clima e sull’ambiente globale in generale».

I musei di storia naturale, i giardini zoologici e gli orti botanici possono svolgere una funzione essenziale nella denuncia di questo stato di cose. «Le comunità mondiali dei musei di storia naturale e dei giardini zoologici — si legge ancora nella dichiarazione — svolgono un’attività catalizzatrice e significativa nella spinta globale verso la protezione delle specie e la conservazione della natura. Il nostro comune interesse e il nostro ruolo di amministratori delle conoscenze e del patrimonio naturale ci portano a preservare le specie minacciate sia dalla distruzione ambientale causata dall’uomo, sia dai cambiamenti climatici».

Tuttavia, l’azione culturale e la preservazione del mondo naturale potrebbero non bastare. Se oggi la prima minaccia alla biodiversità è l’essere umano, occorre cambiare lo stile di vita e i modelli di consumo delle nostre società. Questa missione è inevitabile. «Occorre — si sottolinea nella dichiarazione finale — un cambiamento sociale radicale, che comprenda una riduzione dell’impronta ecologica e modelli di consumo più consapevoli. L’uso di combustibili fossili, lo spreco alimentare, i cambiamenti nella destinazione del suolo e la deforestazione sono, infatti, i principali motori dei cambiamenti climatici che portano alla perdita di biodiversità e all’estinzione delle specie» Per questo motivo, tali modelli di comportamento sociale vanno completamente rivisti. «I nostri sistemi economici devono diventare circolari su base biologica per creare meno conflitti tra umanità e natura. Per poter mettere in atto una bioeconomia sostenibile, adeguata alle circostanze locali, scienza e innovazione devono andare di pari passo ad una sana governance e a incentivi per l’industria e l’agricoltura».

Nella dichiarazione si esprime la piena disponibilità alla collaborazione internazionale per favorire un approccio responsabile alla questione ambientale su scala globale. «Riteniamo che la Conferenza Onu sulla biodiversità (Cop15), prevista per il mese di ottobre 2020 in Cina, rappresenti un’importante opportunità di azione a livello internazionale. Infatti, la Convenzione Onu sulla Diversità Biologica (Cbd) è dedicata alla promozione dello sviluppo sostenibile, avendo come obiettivo la salvaguardia della biodiversità (ecosistemi, specie e risorse genetiche), l’uso sostenibile dei suoi componenti e la condivisione equa e giusta dei benefici derivanti dall’uso delle risorse genetiche, in particolare quelle destinate all’uso commerciale». La convenzione, tuttavia, «non è stata finora particolarmente efficace, poiché dal 1993, anno della sua entrata in vigore, è stato abbattuto circa un quarto delle foreste tropicali nel mondo. La minaccia reale è che queste foreste possano sparire addirittura prima della fine del secolo. Ci auspichiamo, dunque, che la Convenzione post-2020 diventi più ambiziosa che in passato, in particolare nel facilitare la cooperazione tra nazioni, al fine di salvaguardare il più possibile, finché siamo ancora in tempo, la biodiversità esistente nel mondo».