· Città del Vaticano ·

Per l’Asia un dopo pandemia a rischio fame

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La pastorale della salute nel continente

26 giugno 2020

India, Corea del Sud, Giappone, Myanmar, Bangladesh e Filippine: sono questi i Paesi asiatici con i quali siamo riusciti a collegarci in videoconferenza durante la pandemia di covid-19. Si tratta di alcuni dei territori toccati dalla prima ondata e che ora sono in particolare allarme per quella temuta di ritorno, a causa soprattutto del contagio che potrebbero portare cittadini al rientro in patria.

E se la situazione è abbastanza migliorata in alcune nazioni che erano state molto colpite, come quella coreana (dove il governo ha scelto la strategia di tamponi e test di massa), grazie soprattutto a sistemi sanitari in grado di fare fronte alla diffusione del coronavirus, avendo le necessarie risorse umane, economiche, materiali e mediche, in altre si registrano grandi sfide sul fronte umanitario mentre il numero dei nuovi contagi è ancora in crescita.

In proposito un problema sempre in agguato nel continente asiatico è quello della sicurezza alimentare: sono a rischio fame quelle persone che hanno perso l’occupazione, i lavoratori saltuari, come gli autisti, e quelli impiegati nei campi. E come loro anche i mendicanti. In tale contesto occorre tener presente che si tratta di donne e di uomini che spesso appartengono alle minoranze: per esempio in Bangladesh ben 15 gruppi etnici a Rajshahi, Rangpur, Dinajpur, Mymensingh, Sylhet, Chittagong Hill Districts non hanno più cibo. La Chiesa locale sente che deve affrontare questa tragedia ma non dispone delle risorse necessarie per sostenere questi poveri affamati. Allo stesso modo, nel vicino Myanmar i conflitti in corso creano numerosi profughi, che alle volte sono difficili da raggiungere e quindi rimangono tagliati fuori dalla distribuzione degli aiuti.

Gli episcopati dell’Asia sono molto impegnati sul fronte della prevenzione: e così, per fare un esempio concreto, in India gruppi di giovani sono stati coinvolti nella produzione delle mascherine. Ma soprattutto la Chiesa locale lavora sulla formazione degli operatori sanitari (medici e infermieri) e di quelli pastorali (cappellani), collaborando in vari modi ai piani nazionali di lotta contro la pandemia e assicurando il necessario accompagnamento spirituale delle varie categorie interessate. In proposito, linee guida vengono dettate della Conferenze dei vescovi e programmi di sensibilizzazione diffusi tramite la radio, come accade in Myanmar.

Gli istituti di vita consacrata, da parte loro, riservano nelle loro strutture aree per la quarantena: ospitando nelle case religiose, indiane e filippine in particolar modo, persone in isolamento. Anche scuole, parrocchie e altre istituzioni cattoliche sono in prima linea, ad esempio offrendo alloggio al personale sanitario in trasferta, a famiglie in difficoltà e ai senzatetto. Purtroppo a causa di ciò ci sono stati casi di contagio nei conventi e nelle case di formazione e tra alcuni operatori pastorali.

Infine non va dimenticato il lavoro delle Caritas nazionali nella raccolta e distribuzione degli aiuti. Alcune di esse, come la Caritas giapponese, riescono anche ad aiutare altri Paesi. In questo caso vengono sostenuti progetti di assistenza ai profughi di guerra, ai gruppi vulnerabili (excluded groups) e ai lavoratori stranieri che, grazie a essi, riescono a trovare alloggio e cibo in Giappone e a Singapore.

di Charles Namugera