· Città del Vaticano ·

Non è rimasta a guardare

Erin Brockovich

La lezione di umanità e solidarietà dell’ambientalista statunitense Erin Brockovic

20 giugno 2020

Erin Brockovich non è esattamente la proletaria del Kansas che compare nello splendido film di Steven Soderbergh, che valse a Julia Roberts un subisso di premi, meritatissimi, tra cui l’Oscar come miglior attrice. In quel film la vera Erin recita nel piccolissimo ruolo della cameriera di un fastfood ed ha un cartellino con la scritta «Julie», che è anche il nome dell’attrice che la interpreta. Un simpatico échange de rôles.

La piccola Erin nasce in una confortevole famiglia della buona borghesia americana: figlia di Betty Jo, giornalista, e di Frank Pattee, ingegnere industriale e calciatore. E non è neanche così carente di scuola, come conveniva abbozzarla agli sceneggiatori, per rifabbricare la perfetta favola hollywoodiana della cattiva ragazza con la licenza media, che, appena motivata, segna il punto a chi ha sudato sui libri, lasciando a bocca aperta i principi del foro di Los Angeles. La sua istruzione è errante, incompiuta, ma degna d’una brava ragazza americana: Lawrence High School, Kansas State University, Wade College di Dallas. Campo di studi: le arti applicate.

È vero, però, che fu reginetta di bellezza della Pacific Coast nel 1981 ed è vero anche che, al momento esatto in cui il film prende le filaccia della sua storia, è disoccupata, alle prese con giornali d’annunci di lavoro, e non ha un dollaro in tasca. È nubile dopo due divorzi, con tre figli sulle spalle, che non sa come sfamare. Dopo essere rimasta gravemente ferita in un incidente a Reno, nel Nevada, torna in California, a San Ferdinando Valley, e chiede alla Masry & Vititoe di rappresentarla. Se quella causa fu davvero persa, come avviene nel film, non figura su nessuna della fonti da noi consultate, ma poco importa. Ciò che importa è che sarà proprio l’incontro con l’avvocato Masry a cambiare per sempre la sua storia e anche quella del piccolo ufficio legale cui si era rivolta e che finirà per assumerla, obtorto collo, come aiutante precaria. In quel mondo di androni, scrivanie, archivi, fotocopie, corri corri, Erin è un pesce fuor d’acqua, ma uno stipendio val bene l’uggia dell’impiegato.

Un bel giorno le viene chiesto di avviare una semplice pratica, pro bono publico, che in ambito legale vale come consulenza volontaria e gratuita, e che fa sempre bene alla reputazione degli avvocati. È una semplice pratica immobiliare, che la segretaria avventizia si ritrova fra le mani e che realmente fatica a snodare (la Brockovich non ha davvero alcuna esperienza giurisprudenziale). Per un navigato collaboratore legale è compito facile, bureaucratique: pastoie d’atti preparatori, contratti, permute, tutele, locazioni, comodati. La Brockovich legge e non capisce un’acca, come un qualsiasi umanista davanti all’algoritmo di Quicksort. Come s’avvia una pratica immobiliare è un affare che proprio non capisce. Una sola cosa capisce ed è l’unica che non doveva capire: sotto quella colossale stratigrafia di carta si nasconde un inganno. La potentissima Pacific Gas & Electric cerca di acquistare, a un prezzo risibile, alcuni immobili di Hinkley (California meridionale), prossimi ai suoi stabilimenti, per insabbiare un gigantesco disastro ambientale ed evacuare la zona. Le falde acquifere, all’insaputa dei residenti, colpiti da tumori e altre malattie legate a fattori di rischio ambientale, sono state inquinate per trent’anni con cromo esavalente. Al centro del caso c’è una struttura, la stazione di compressione di Hinkley, costruita nel 1952 come parte di un gasdotto che collega la Bay Area di San Francisco. Tra il 1952 e il 1966, pg&e ha usato il cromo esavalente in un sistema di torri di raffreddamento al fine di combattere la corrosione. Le acque reflue sono state scaricate in stagni non profilati nel sito e alcune sono state percolate nelle acque sotterranee, con conseguenze drammatiche sulla salute pubblica.

Erin si fionda a capofitto sulla vicenda, a sue spese, con l’iniziale scontento del capo, sacrificando il tempo coi figli. Preleva campioni, visita acquedotti, intervista i residenti e scopre una miriade di drammi familiari: bambini in chemioterapia, donne costrette alla chirurgia d’asportazione, figli, madri, padri, nonni, fratelli orfani di qualcuno per disgrazia del cromo esavalente. Schiva le intimidazioni degli interessati, la sfiducia dei colleghi, i tempi biblici della giustizia, il rischio di una tempesta di carta e di querele. E così, quell’eroina senza estetica eroica, riesce a convincere il vecchio Masry che c’è sostanza giuridica per inchiodare la pg&e alle sue responsabilità. C’è quella circostanziale evidenza che i magistrati americani chiamano smoking gun, la pistola fumante.

Sfruttando la sua innata capacità persuasiva e la sua empatia, Erin spinge 233 abitanti del piccolo paese della California a una class action che, dopo una lunga tenzone — durante la quale il potente colosso e i suoi avvocati tendono continuamente i muscoli per spaurire il piccolo studio di Masry — verrà decisa in maniera extragiudiziale: la pg&e decide di versare 333 milioni di dollari per chiudere la faccenda. «Meglio evitare il processo. Sarebbe pubblicità negativa». È il più grande risarcimento mai pagato in una causa ad azione diretta nella storia degli Stati Uniti.

Da quel momento, la Brockovich diventa un’eroina dei nostri tempi. Riceve migliaia di lettere e mail, tutte comincianti con l’appellativo «cara», quasi fosse la migliore amica di chi non ha amici. Sono tutte persone estremamente sole e senza voce, che chiedono aiuto e sostegno nelle loro lotte personali. Per questo, Erin si decide a fondare la Brockovich Research & Consulting, attualmente impegnata in numerosi progetti ambientali in tutto il mondo. Oggi Erin è uno dei relatori più richiesti nel circuito di conferenze internazionali. Ha una splendida villa a Malibu, un marito, tre figli e cinque pomerania. E sì, ha guadagnato molto. Abbiamo trovato articoli particolarmente insistenti su questo punto: ha guadagnato molto. Molti di questi sottolineano che una ricerca indipendente — condotta da John Morgan, della Loma Linda University, per conto del California Cancer Registry — ha rilevato che «i 196 casi di cancro segnalati durante l’ultimo sondaggio tra il 1996 e il 2008 erano meno di quanto ci si sarebbe aspettato in base ai dati demografici e al tasso regionale di cancro». Detto più semplicemente: i morti di tumore di Hinkley tra il 1996 e il 2008 sono stati centonovantasei. Ma la media della regione è superiore: duecentoventiquattro. «Dunque — argomenta il professor Morgan — a Hinkley il tumore uccide meno che altrove». Tuttavia, nel giugno 2013, la rivista «Mother Jones» ha presentato una severa critica del Center for Public Integrity al lavoro dell’autore.

In questa sede, è del tutto irrilevante quanto la Brockovich abbia guadagnato per il suo lavoro, iniziato con fatica e solitudine, quando c’era da perdere e non da guadagnare. Ci importa, invece, che la testarda ragazza del Kansas, non si sia chinata davanti a quello che Romano Guardini chiama «il tremendo potere». Ch’abbia provato rabbia, sacrosanta, benedetta rabbia dinanzi all’ingiustizia e all’uso tirannico della nostra «casa comune». Ci importa ch’abbia avuto a cuore la verità. Ch’abbia avuto cura del suo vicino. Ci importa che non sia stata a guardare. Ecco, soprattutto, che non sia stata a guardare, perché era ed è più semplice «stare a guardare».

di Roberto Rosano