· Città del Vaticano ·

Negoziato ancora lungo per il Recovery fund

La presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen (Epa)

Permangono forti divisioni in Europa

20 giugno 2020

Con il vertice di ieri del Consiglio europeo, il negoziato sul Recovery fund è ufficialmente partito. L’obiettivo è chiudere entro luglio, ma gli ostacoli sono tanti.

Per molte Nazioni — Italia compresa — è inaccettabile scendere al di sotto della proposta della Commissione, mentre per i Paesi del Nord inaccettabili sono le sovvenzioni, e per quelli del gruppo di Visegrad il sistema di distribuzione.

E tutti i critici mettono in discussione anche l’ammontare complessivo, cioè quei 750 miliardi di euro che comportano un aumento consistente di risorse proprie, da coprire con nuove tasse comuni a cui nessuno si vuole vincolare. Fondi che comunque arriveranno non prima del 2021.

Come minimo servirà un altro vertice europeo, a metà luglio, per cercare di raggiungere un compromesso. Il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha invitato a non sottovalutare le difficoltà. Ma a luglio ci sarà anche un’altra forte spinta all’accordo: la Germania sarà presidente di turno dell’Ue e il cancelliere tedesco Merkel ha già detto che vuole un’intesa veloce.

Assieme Christine Lagarde, presidente della Bce, Michel ha cercato di dare il senso dell’urgenza a tutti gli altri leader europei, parlando di «conseguenze molto dure della crisi», e di mercati, per ora calmi, in attesa delle necessarie decisioni di stimolo all’economia. Ora tocca a Michel costruire il negoziato, aggiungendo dettagli alla proposta della Commissione sul Recovery fund e sul bilancio 2021-2027.

Secondo i diplomatici, un negoziato aperto su tutti gli aspetti dovrebbe rendere più semplice aggiustare le poste per accontentare tutti. Non devono quindi spaventare le rigidità dei vari gruppi, ribadite con fermezza nel vertice di ieri. I nordici (Paesi Bassi, Danimarca, Austria e Svezia) continuano a dirsi favorevoli alla solidarietà con i più colpiti, ma contrari alla condivisione dei debiti, alle sovvenzioni a fondo perduto, e vogliono un legame molto stretto tra riforme e aiuti sotto forma di prestiti. «Vogliamo aiutare, ma gli altri devono aiutare loro stessi mettendo la loro casa in ordine», ha sintetizzato il premier olandese, Mark Rutte, che durante il vertice ha espresso apprezzamento per il piano italiano di riforme. «Un piano che consenta non di ripristinare la situazione pre-covid-19 ma di migliorare il livello di produttività e di crescita economica», ha assicurato Giuseppe Conte.

I Visegrad (Ungheria, Repubblica Ceca, Polonia e Slovacchia) continuano invece a sentirsi poco considerati dalla proposta della Commissione, e, quindi, chiedono che si cambi il criterio di distribuzione dei fondi, perché la disoccupazione degli ultimi 5 anni non è un parametro che aiuta davvero chi è stato più colpito dalla crisi, che risale soltanto agli ultimi mesi. Ma il gruppo non ha fatto muro, anzi, si è dimostrato dialogante e disposto al compromesso. Purché, ha sottolineato il premier polacco, Mateusz Morawiecki, si abbandoni l’idea di aumentare la tassa sulle emissioni per “fare cassa” e aumentare le risorse proprie.

La trattativa in mano a Michel, insomma, non è impossibile, perché tutti hanno qualcosa da guadagnare con un accordo rapido. Inoltre, se da luglio qualcuno comincerà a chiedere anche i fondi del Mes, il negoziato potrebbe persino diventare più semplice, perché l’Europa avrebbe dimostrato che la prima linea di difesa funziona, ed ora è tempo di costruire la seconda.

In Italia, intanto, diminuiscono contagi e decessi, aumenta complessivamente il numero delle persone guarite, ma i numeri continuano ad allarmare. Il Veneto ha superato la soglia dei 2.000 morti per covid-19 e il Lazio sottrae alla Lombardia il “primato” nel tasso di contagio.