· Città del Vaticano ·

Maria sulla frontiera tra Dio e l’umanità

Madonna della torre dei Frisoni (1370-1380) Artista anonimo di Colonia Museo Schnütgen, Colonia

Nelle Scritture

27 giugno 2020

Per immergersi nel vissuto di Maria, dobbiamo abbandonare l’odore stantio di quello che ci sembra noto, per spostarci al confine del nostro sentire e cogliere così la straordinaria provocatorietà della donna di Nazareth. Guardando lei ci viene indicata una direzione che porta altrove, perché lei ammicca verso di noi dalla soglia di un luogo altro.

La vediamo giovanissima, legata a Giuseppe ma senza ancora essere entrata nella casa di lui, fronteggiare la chiamata di Dio, non solo per una nascita straordinaria (di queste situazioni la Scrittura è piena), ma per una vera e propria alleanza (Luca 1,26-38). Così lei, come Mosè, sta sul confine fra Dio e il popolo, in cima ad un nuovo monte Sinai, e le viene chiesto di stringere un patto con Dio che vuole visitare il suo popolo. Tiene così saldamente la prima frontiera, quella fra Dio e l’umanità, accogliendo il dono di lui e lasciando che i confini tribolati del popolo vengano beneficati dalla presenza di lui.

Luca ce la presenta poi subito in viaggio per andare a vedere il segno che le viene dato: il grembo gravido di Elisabetta (1,29-45). Maria si spinge qui su un altro confine, perché dopo aver aderito al progetto di Dio in totale autonomia e aver concepito da sola il Messia di Israele, si mette in viaggio da sola per contemplare e comprendere ciò che le sta accadendo. La frontiera su cui cammina è quella della libertà e dell’indipendenza che le donne ai suoi tempi (e in buona parte anche oggi) non conoscevano. Non appare soggetta all’autorità paterna, né a quella del marito: dispone di sé, del suo corpo, del suo tempo. La verginità di lei — persa la quale a quei tempi si diventava proprietà di chi l’aveva “infranta” — è il segno non della purezza, ma dell’indisponibilità della persona: questa donna non ha padroni e così conduce tutte le donne (vergini o meno) a guardare verso la frontiera della libertà e dell’emancipazione, liberate da ogni soggezione.

Giovanni, invece, ci descrive Maria che, dopo il segno a Cana di Galilea, si trova a seguire Gesù (2,1-12). Ce la presenta mentre scende verso Cafarnao dietro a quello che le era figlio e ora le è maestro, in fila con i discepoli che hanno creduto in lui grazie a quello che lei gli ha chiesto di fare. La sequela la conduce in regioni inesplorate, dove il privilegio della maternità va abbandonato per vivere dell’ascolto della Parola e così condividere con tutti quelli che si fanno docili alla Parola l’intimità con Gesù. Egli lo dirà espressamente alla donna che si alza fra la folla e loda colei che l’ha portato in grembo e allattato: beati piuttosto coloro che ascoltano la Parola di Dio e la custodiscono (Luca 11,27-28). Maria, protagonista di una maternità straordinaria che poteva farla esaltare per il ruolo unico che le era toccato, vive invece la frontiera del discepolato, radicata soltanto, come tutti e tutte, nella docilità alla parola.

Tale sarà l’intensità del suo cammino che diventerà in mezzo ai testimoni della prima ora colei che ha creduto per prima, la testimone autorevole di ciò che è accaduto fin dall’inizio. Questa testimone eccellente è affidata ai discepoli perché ne imparino la fede e ne seguano il cammino: infatti lei non fugge la croce, bevendo fino in fondo il calice che Gesù stesso deve bere (Giovanni 19,25-27). E così, perfetta discepola nell’ora della gloria come nell’ora della morte, può partecipare all’opera dello Spirito che fa nascere la chiesa dalla testimonianza di quelli che erano vissuti con Gesù e che coinvolgono nella loro fede e nella loro famiglia tutti quelli che lo vogliono riconoscere come Signore (Atti, 1-2). La frontiera della testimonianza, che Maria condivide con gli altri testimoni in quel primo giorno della chiesa raccontato dal libro degli Atti, è quella su cui la chiesa costantemente vive, protesa verso coloro che non conoscono il Vangelo o che in qualsiasi modo sono affaticati e oppressi.

Per questi sono le parole profetiche che Maria stessa pronuncia nel cantico del Magnificat ergendosi sul fronte lungo cui si schierano tutti quelli che combattono il male (Luca 1,66-79). La donna di Nazareth proclama il cambiamento delle sorti: chi opprime e affama verrà rovesciato, mentre chi soffre e ha fame verrà liberato. Sul confine del Regno ne annuncia l’avvento imminente, che Gesù avrebbe realizzato: i poveri possono rallegrarsi, gli altri convertirsi. Bellissima e terribile come un esercito schierato in battaglia, il popolo cristiano la vede vittoriosa contro il male: il peccato non la tocca, la morte non può vincerla. L’ultima frontiera di tutti, l’orrore del male e il nemico della morte, la vede pegno di speranza per ciascuno e ciascuna. E come anticamente le donne affrontavano il travaglio accompagnate da una donna più esperta (Apocalisse 12,1-6), così il travaglio di ogni credente che lotta contro il male della vita, vede lei come compagna sicura a mostrare la meta del cammino di cui ogni frontiera è segno: la pienezza della vita e dell’amore.

di Simona Segoloni Ruta
Teologa, docente di Teologia trinitaria, Ecclesiologia e Mariologia all’Istituto Teologico di Assisi