· Città del Vaticano ·

Maestro di sapienza e dottrina

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12 giugno 2020

Nella Chiesa cattolica il 13 giugno è dedicato alla memoria liturgica di sant’Antonio di Padova. La pietà popolare ha visto sempre in lui il grande taumaturgo, “l’inclito santo dei miracoli”, ma anche il padre dei poveri, a cui si richiama la tradizionale distribuzione del “pane di sant’Antonio”. Meno nota è invece la sua dimensione culturale, riconosciutagli ufficialmente dalla Chiesa con l’attribuzione del titolo di “dottore della Chiesa”, di cui il santo fu insignito da Pio XII il 16 gennaio 1946.

Nato a Lisbona il 15 agosto 1195, entrò quindicenne tra i Canonici regolari della Santa Croce, trasferendosi successivamente a Coimbra, ove ebbe modo di acquistare una solida cultura biblica e patristica. L’evento che cambiò la sua vita fu il ritorno dal Marocco dei resti mortali dei primi cinque martiri francescani, che fecero emergere in lui l’ideale missionario, tanto da determinarlo nel 1220 a seguirne le orme, mettendosi al seguito di Francesco d’Assisi. Come è noto, l’evento è stato recentemente ricordato da Papa Francesco nella lettera rivolta al ministro generale dei Frati minori conventuali in occasione dell’ottavo centenario della vocazione francescana di Fernando di Lisbona, che assunse nel nuovo ordine il nome di Antonio. Deciso a seguire l’esempio dei cinque missionari, si imbarcò per recarsi in Africa, ma una forte tempesta spinse la nave sulle coste della Sicilia, ove fece naufragio. Risalendo la penisola, poté incontrare il Poverello d’Assisi, che gli affidò inizialmente l’ufficio della predicazione e successivamente il compito di insegnare la teologia ai frati.

Non fu una decisione semplice quella di Francesco d’Assisi, che normalmente era molto diffidente verso lo studio, a causa dei pericoli a esso connessi, quali l’allontanamento dalla santa semplicità e il distacco da uno stile di vita povera ed umile. L’atteggiamento diverso nei riguardi di Antonio e il compito dell’insegnamento a lui affidato teneva conto della santa vita del giovane frate portoghese come anche della sua profonda preparazione culturale. È nota la lettera che Francesco stesso scrisse ad Antonio, mentre questi insegnava teologia prima a Bologna, poi a Tolosa e a Montpellier in Francia. «Ho piacere — cosí scriveva il santo di Assisi — che tu insegni la sacra teologia ai frati, purché in tale occupazione tu non estingua lo spirito della santa orazione e devozione, come è scritto nella Regola» (Fonti francescane 252).

Oltre all’insegnamento, Antonio di Padova era molto impegnato nella predicazione e anche per questo ministero era richiesta una solida preparazione culturale e una grande santità di vita. Si viveva in tempi dottrinalmente difficili, ove pullulavano ovunque — specialmente in Francia — forti tendenze ereticali, e la Chiesa veniva fatta oggetto di attacchi indiscriminati dal punto di vista dottrinale e disciplinare. Ovunque Antonio raccolse frutti di conversione e di rinnovamento spirituale, ricorrendo in vari casi anche ai suoi carismi taumaturgici. Visse gli ultimi anni prevalentemente a Padova, ove si spense il 13 giugno 1231.

Secondo Benedetto XIV, sono tre i requisiti richiesti per essere proclamati dottori della Chiesa: insignis vitae sanctitas, eminens doctrina, declaratio summi pontificis. Per quanto riguarda la santità insigne, tra l’altro sempre riconosciuta ad Antonio di Padova anche quando era in vita, essa fu ufficialmente dichiarata da Gregorio ix, che lo aveva conosciuto personalmente e aveva ascoltato le sue prediche, con bolla pontificia promulgata a Spoleto il 3 giugno 1232, cioè a meno di un anno dalla morte. Anche la dottrina eminente fu apprezzata già durante la vita, soprattutto dai romani Pontefici. Gregorio ix vedeva negli interventi dottrinali antoniani un mezzo potente per confermare la fede cattolica e respingere le dottrine eterodosse. Sisto iv lodava in Antonio soprattutto la profonda sapienza delle cose divine e la dottrina che emergeva specialmente nel ministero della predicazione. Sisto v lo considerava eminente in santità e dottrina e lo riteneva ripieno di sapienza divina. Pio XI metteva in evidenza in Antonio la grande sapienza e la profonda conoscenza delle Sacre scritture. Tali espressioni ricevevano conferma sia in varie espressioni liturgiche già a partire dal Medioevo, sia dall’edizione critiche delle sue prediche e da studi particolari. Mancava solo la dichiarazione del sommo Pontefice, che fu favorita da numerose lettere postulatorie inviate da grandi esponenti della gerarchia ecclesiastica e da rilevanti istituzioni culturali. Dopo aver considerato ogni cosa, Pio XII decise il 16 gennaio 1946 di concedere ad Antonio di Padova il titolo di “dottore della Chiesa”.

Le relative litterae apostolicae o litterae decretales, promulgate in tale occasione, iniziavano significativamente con le parole: Exsulta, Lusitania felix; o felix Padua, gaude. Noi potremmo dire: Exsulta et gaude, Sancta Mater Ecclesia, perché il Signore ti ha concesso il dono di Antonio di Padova, un grande modello di santità per rinvigorire e incrementare la pratica cristiana, un fedele annunziatore della parola di Dio per spiegare e difendere le verità della fede, un maestro di sapienza e di dottrina per eliminare ogni ombra di dubbio dalla mente dei fedeli e riscaldare il loro cuore con la fiamma della carità e la luce della verità.

di Vincenzo Criscuolo