· Città del Vaticano ·

La tolleranza non basta

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Se si vuole costruire una più impegnativa cultura della convivialità

01 giugno 2020

Tolleranza, che è una parola di civiltà, ci è parsa giustamente e a lungo anche una parola piena di dignità, in buon accordo con i valori cristiani che hanno sempre, come nucleo duro e dolce, un contenuto umanistico.

La tolleranza, una grande “virtù civile”

I benefici culturali, etici, giuridici, politici, religiosi, pedagogici che il “principio della tolleranza” ha procurato nel tempo moderno-contemporaneo sono pressoché innumerevoli. La tolleranza s’è mostrata resta uno dei valori indispensabili nella società di oggi. A buon diritto è definita virtù sociale, che riguarda il modo di comportarsi nella vita associata.

Questa è la virtù civile che insegna a trattare le diversità con equilibrio, con giustezza di approccio, con buonsenso. Alla tolleranza noi per solito attribuiamo un’origine illuministica, ma in verità le sue radici sono più lunghe e affondano nel terreno filosofico della Grecia, ad esempio in Aristotele che sviluppa una “filosofia della tolleranza” nella sua Politica, un’opera in otto libri, nella quale ne discute in un contesto specificamente politico, come s’evince già dal titolo dell’opera.

L’illuministica tolleranza rimodulata nel Novecento

Fortunatamente l’idea di tolleranza entra come un seme nell’importante territorio educativo. Tale approccio s’espande nel tempo fino a precisarsi, a motivarsi e a diventare un pungolo forte proprio nell’Europa illuministica con Locke e soprattutto con Voltaire che ne fa una filosofia fondamentale nel suo Trattato sulla tolleranza (1793). Questa parola, severa e magica, mostra già dall’inizio della sua storia una natura di schietta laicità, come emerge dalla sua nota espressione: «Odio quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo». Questa frase l’abbiamo riascoltata infinite volte, con una levigatura opportuna (non c’era più la parola “odio”), dalla bocca del Presidente della Repubblica italiana, Sandro Pertini, consentendo con lui.

La tolleranza ha avuto i suoi convinti maestri anche nel Novecento e parecchi di essi erano di matrice laica (ad esempio: Bertrand Russel, Umberto Eco). La tolleranza è parola che ha ancora importanza sia perché indica l’esigenza di difendere la propria identità sia perché oggi indirizza le scelte morali in una società che promuove la convivenza della diversità e della multiculturalità (cfr. A. Nanni, Conflittualità e tolleranza, in Mondialità, 23 [1992] 20).

Fossimo tutti e sempre tolleranti!

Tuttavia, nonostante la fecondità di sensi e di benefici arrecati, tollerare non basta perché ha di per sé dei limiti, mentre in ambito cristiano si sente il bisogno di proporsi una meta più alta e più vasta della tolleranza. Senza enfatizzare il valore delle etimologie (il loro oblò è sempre più stretto riguardo a ciò che indicano), va notato che il verbo “tollerare” si pone in un’ottica negativa: significa che tollerare gli altri è un peso da portare.

Il verbo “tollerare” ha, in fondo, il senso del verbo “accettare”, cioè del sopportare con pazienza e gentilmente, le diversità delle opinioni, delle valutazioni e delle scelte degli altri e allo stesso tempo mostrare comprensione verso gli atteggiamenti e i comportamenti altrui, anche quando non li si approva. L’elemento nascostamente scontroso del verbo tollerare viene così alleggerito dalla pazienza e alla gentilezza che si richiedono per essere tolleranti.

Tuttavia, prima di dire altro, occorre stoppare il ragionamento perché è il momento della esclamazione: Fossimo sempre, tutti e convintamente tolleranti in ogni contesto di vita!

Eppure tollerare non basta

Dopo esserci espressi in termini laici sul valore della tolleranza, con registri cristiani diciamo che tollerare non basta più. Non c’è chi non veda che l’idea illuministica della tolleranza non interpreta la complessità contemporanea, mentre s’apre lo spazio per un’idea cristiana: «Oggi, nella società delle differenze, nella società multiculturale, multietnica, multirazziale e multireligiosa la tolleranza non basta più, perché in questa nuova situazione non possiamo relazionarci all’altro con un semplice atteggiamento di rispetto. È già tanto, ma è anche troppo poco. Oggi il problema è che con l’altro dobbiamo convivere e soprattutto costruire un destino comune. C’è bisogno di passare da atteggiamenti semplicemente di rispetto e di tolleranza ad atteggiamenti di cooperazione, di convivialità, di simpatia, per un cammino di civiltà da fare insieme» (cfr. ancora A. Nanni, Conflittualità e tolleranza, in Mondialità, 23 [1992] 20).

È venuto il momento d’impegnarsi a costruire la più impegnativa cultura della convivialità. Questa è la parola con cui possiamo oltrepassare, da cristiani, la tolleranza. Per i cristiani in questa parola vibrano tutti i dinamismi che fraterna Mensa eucaristica sa suscitare, nutrire e sostenere.

Serve educare alla convivialità

La parola-chiave della convivialità merita d’essere consegnata sempre di più al mondo dell’educazione che saprà senza meno apprezzarne il significato attuale ed esaltante, e capirne anche quanto di difficile e di impegnativo di una delle forme più alte e raffinate dell’educazione.

In questo campo soprattutto essa chiama ad andare ben oltre la semplice tolleranza che, sebbene sia parola di civilissima pedagogia, mostra ormai d’inscriversi in una prospettiva progettualmente minimale: «La convivialità è qualcosa di molto più profondo della semplice tolleranza reciproca» (R. Panikkar, I fondamenti della democrazia. Forza, debolezza, limite, Roma 2000, pagina 45).

Proprio da ultimo, abbiamo visto come figure magnifiche di umanità realizzata dimostrano che la soglia della tolleranza è necessaria, ma è minimale e che la meta è una forma conviviale di vita, nella quale si entra. Oltre il rispetto e la sola tollerante relazione, siamo invitati a entrare nel territorio della convivialità che vuole relazioni intime, piene, lietissimi. Non è questa la bella umanità del M° Ezio Bosso, che abbiamo visto vibrare fino alla fine della sua vita? In lui perfino le mani sorridevano alla sua anima, alla sua amica musica, agli altri uomini, alle cose, alla vita, a Dio. Questo climax è la convivialità, non in luogo della tolleranza, ma oltre la tolleranza che, oltrepassata, rimane incastonata sulla pelle della parola sorella: la convivialità.

di Michele Giulio Masciarelli