· Città del Vaticano ·

La sfida del cambiamento

Edvard Munch, «La fanciulla malata» (1885-1886)

Viaggio nelle comunità che hanno affrontato la crisi / 3

12 giugno 2020

Il nostro viaggio sugli effetti del covid-19 nella vita della Chiesa continua fuori dei confini italiani, cercando di conoscere non solo come i cristiani hanno variamente vissuto il tempo della pandemia ma anche se qualcosa, nel modo di pregare e di essere comunità, è cambiato e se il cambiamento permarrà nel futuro. Se le due puntate precedenti ci hanno già fornito qualche tendenza su cui riflettere, le cose si complicano abbastanza quando si attraversano le frontiere italiane. Perché non dobbiamo scordare che i tempi della diffusione del virus sono diversi, e l’Italia è tristemente in anticipo di diverse settimane rispetto a molti altri paesi.

Molte delle situazioni che abbiamo interpellato in questo rapido giro del mondo sono ancora nel pieno della tormenta, con le chiese ancora chiuse alle celebrazioni eucaristiche. Cominciando dall’esplosiva situazione nel Sud America. Padre Cristián Borgoño è il simpatico parroco di Gesù Divin Maestro, vasta comunità di trentamila abitanti a Santiago del Cile: «Qui i contagi e i decessi continuano a crescere, e non c’è alcun segno di diminuzione. È una situazione epidemica abbastanza diversa da quella italiana. Nel senso che non si raggiungono i medesimi picchi drammatici che avete avuto voi, ma c’è, come dicono gli scienziati, un altopiano da cui si discenderà molto lentamente. Questo significa tempi molto più lunghi per il ritorno alla normalità. Le chiese sono chiuse alle liturgie dal 15 marzo, ma realisticamente lo saranno ancora almeno per un altro paio di mesi. Probabilmente questa situazione particolare è data dal fatto che il lockdown non è così rigido come è stato da voi: qui c’è tanto lavoro precario e non regolato che costringe molta gente a uscire comunque da casa per sostenersi economicamente. Qualcuno — ricorda — viene comunque in chiesa per la preghiera individuale, ma noi abbiamo cominciato subito a trasmettere la messa e le catechesi sulla nostra web tv che è molto seguita».

Per la trasmissione della messa viene seguito un metodo interattivo: chi si collega può recitare le letture, la preghiera dei fedeli, cantare i salmi e gli inni; così si riduce il rischio della passività e della distrazione. «Cambiamenti?», si chiede padre Cristián. «Beh, io noto due cose: la gente ha senz’altro riordinato le priorità della propria vita, e sta sperimentando opportunità e criticità della convivenza. Ai miei parrocchiani sposi ho detto scherzando: “Coraggio. Arrivate prima alle nozze d’argento, perché un mese di convivenza forzata durante la quarantena vale un anno di matrimonio”. Per noi preti, debbo dirti la verità, è dura. Qui non è come da voi, le vocazioni sono scarse, e quindi la maggior parte dei parroci vive da solo. E tre mesi di solitudine sono duri. Anche se i vescovi ci sono vicini e ci telefonano spesso».

In Brasile la situazione, come è noto, è assai più grave. Racconta Antonella Grinover, cattolica, mamma di nove figli a São Paulo: «Oltre alle sofferenze della malattia qui la situazione sta esplodendo dal punto di vista sociale. La pandemia si è innestata su una grave crisi economica preesistente. Chi già prima viveva ai margini della società ora è abbandonato a se stesso. Neanche le elemosine si possono raccogliere. Le Caritas fanno il possibile, ma i bisognosi sono tanti e le risorse poche. Dal punto di vista religioso l’unica cosa che ora posso notare è la grande diffusione di messaggi apocalittici e di una lettura della pandemia come punizione divina da parte delle sette evangeliche che qui sono diffuse, stramberie che a tratti fanno breccia anche nei settori meno acculturati dei cattolici. Tendenze che i nostri pastori, a causa delle restrizioni, faticano a contrastare».

Risaliamo il continente e arriviamo negli Stati Uniti, a New York. A Manhattan, nella parrocchia dedicata alla Madonna di Pompei, incontriamo padre Angelo Plodari, che è anche il superiore degli scalabriniani del Nord America. «Malgrado avessimo vissuto attraverso la televisione le vicende italiane e avessimo un certo vantaggio temporale, siamo arrivati spesso impreparati a questo ciclone. Soprattutto — sottolinea — non immaginavamo che qui sarebbe stato così violento. Siamo subito partiti con le liturgie e con la pastorale on line, che però è molto difficile con gli anziani che non hanno dimestichezza con la tecnologia. Con loro abbiamo allora seguito il più pratico metodo di portare fuori della porta di casa il bollettino parrocchiale e i sussidi per la preghiera domestica, spesso insieme alla spesa per gli anziani che vivono da soli. Chi se lo poteva permettere, avendo una seconda casa, ha lasciato New York, andando ad esempio in Florida per tornare solo alla fine dell’estate. Nella mia parrocchia ci sono molti immigrati, italiani, brasiliani e filippini, che sono quelli che stanno pagando il prezzo sociale più alto di questa situazione, con la perdita di ogni fonte di reddito. Nei primi giorni di luglio spero potremo entrare anche noi in una fase 2 — il governatore Cuomo ha indicato quattro fasi — nella quale riprendere seppur gradualmente le celebrazioni liturgiche». Due cose, secondo Plodari, certamente permarranno nel tempo: «Il doppio binario di una pastorale presenziale e on line e, soprattutto, il forte spirito di solidarietà che questa tragedia ha suscitato. Per noi preti c’è stato un bel ritorno a un’intensa vita di fraternità. E per me è stato di grande conforto ricevere due volte la telefonata del cardinale Dolan che ha chiamato tutti i suoi parroci».

Voliamo attraverso l’Atlantico, al confine del continente europeo, a Dublino, dove ci facciamo raccontare la pandemia affrontata dai cattolici d’Irlanda da suor Kitty, un’attivissima sorella delle Infant Jesus Sisters, molto impegnate nel sociale. Suor Kitty inizia a parlare con la voce rotta dalla commozione per le sue quattro consorelle che a Cork sono rimaste vittime del covid-19: «Speriamo di riaprire le chiese, dopo vari rimandi, con la solennità del 29 giugno. Certo, è stata molto dura, e lo è ancora. Dal punto di vista sociale è un disastro, è cresciuta tanto la povertà. Messe e catechesi on line hanno avuto un grande successo. Il problema però è che il nostro clero è in media abbastanza anziano, e quindi è poco avvezzo all’uso dei nuovi media e spesso preoccupato innanzitutto, e giustamente, della propria protezione. È presto per dire come cambierà la Chiesa, ma credo che questi mesi abbiano fatto emergere due punti sensibili su cui dovremo riflettere in abbondanza: il ruolo delle donne nella Chiesa e il rapporto tra laici e presbiteri. Donne e laici, impegnati nella pastorale e nella carità, sono stati la spina dorsale della Chiesa in questa turbolenza».

Ancora un lembo di mare e a Londra bussiamo alla porta di Jonathan Boardman, sacerdote anglicano molto ecumenico che a Roma, il 26 febbraio 2017, ospitò Papa Francesco nella chiesa di All Saints al Babuino. Parroco di Saint Paul nel popoloso quartiere di Clapham, spiega che «i luoghi di rito di tutte le religioni soggiacciono alle medesime restrizioni date dal governo. Ai riti, cioè, può partecipare solo il celebrante e un ministrante. Le parrocchie cattoliche si sono subito attrezzate per trasmettere le messe on line, a differenza di noi anglicani. Il nostro primate Justin Welby ci ha dato indicazioni diverse, un po’ per la riluttanza ad ammettere il principio di un’eucaristia senza comunità ma soprattutto per solidarietà con le altre espressioni religiose. Tuttavia durante tutto il periodo è valsa una costante consultazione reciproca con il primate cattolico, il cardinale Vincent Gerard Nichols. Lunedì prossimo le chiese saranno riaperte almeno alla preghiera individuale. Io ho celebrato on line solo a Pasqua e a Pentecoste, e alla fine della messa — rivela — ho consegnato le particole consacrate in un singolo sacchetto a ciascun fedele che si era presentato alla porta della canonica. Invece spesso mi collegavo con i nostri fedeli per le lodi, i vespri e la compieta che erano molto seguiti. I contatti on line sono stati mediamente tre volte più numerosi delle persone che abitualmente vengono in chiesa la domenica, e di questo dobbiamo fare tesoro e riflessione. C’è tanta gente nuova che si affaccia, perché questo è stato per molti un tempo in cui ripensare l’intera propria vita, il suo vero senso, e cosa in essa è realmente prioritario. Rimanendo a casa, in una città piena di pendolari, è rinato un senso di appartenenza al luogo in cui si vive, e quindi alla propria parrocchia. La situazione sociale è abbastanza grave. E ho paura — conclude — che in questo senso il peggio debba ancora venire in autunno: confido tanto nel senso di solidarietà reciproca che molti hanno testimoniato in queste settimane».

In Francia l’intervento dello Stato nella sfera delle attività religiose, in nome della laïcité, non è una novità. Padre Gaetano Saracino, da poco rientrato da Parigi, sostiene che «questo rapporto particolare ha però svegliato nel tempo un vissuto della fede che, se da un lato non è molto visibile con gesti esteriori, dall’altro si è propagata con forme più mature, profonde e consapevoli». In che modo? «Intanto con le newsletter, che lì non sono meri bollettini parrocchiali ma vere e proprie riviste con approfondimenti tematici, teologici o sociali. Molto forte è anche la presenza culturale, con conferenze e concerti, per esempio, che durante il lockdown è stata veicolata attraverso Kto, la tv dell’episcopato francese. E poi sicuramente preghiere e messe on line. Il “digiuno eucaristico” certo ha pesato tra i fedeli, ma la tendenza, lì sempre presente, a riflettere e a tematizzare ha trasformato una negatività in opportunità a rivalutare la pratica eucaristica fuori della ripetitività. E poi ovviamente la solidarietà caritatevole, che ha toccato punte inaspettate».

Anche in questo caso la chiesa di Saint-Bernard, ormai nota come “Sainte-Marie dei sans-papiers”, ha accolto tanti immigrati e poveri e senza dimora, privi anche delle elemosine: «Io penso che il senso di fragilità diffuso abbia alimentato nella laica Francia l’idea che l’uomo possa essere abitato da un anelito che non è solo quello identitario o materiale», dice Saracino. Considerazione ultima, questa, non molto dissimile da quella che raccogliamo, passato il confine, in Svizzera, nel cantone di Argovia, dove incontriamo don Roland Häfliger, parroco alla chiesa del Sacro Cuore di Lenzburg, insieme al missionario per gli immigrati italiani don Luigi Tallarico. «Abbiamo ricominciato le messe con la Pentecoste. Qui non c’è stato un lockdown così severo come in Italia, ma ora le misure per ricominciare a celebrare sono molto restrittive: praticamente si possono occupare solo il 25 per cento dei posti, che significa un ottantina di essi nelle chiese più grandi ma appena una decina in quelle piccole, con l’obbligo della prenotazione. Le indicazioni date dal governo federale sono poi state variamente interpretate dai consigli pastorali, che nel sistema duale svizzero hanno sempre l’ultima parola sulle questioni religiose. Durante questo periodo abbiamo svolto un’attività pastorale porta a porta in versione digitale, scrivendo e telefonando a gran parte dei nostri parrocchiani, soprattutto i più fragili, gli anziani e i poveri. Abbiamo distribuito molti buoni per i supermercati della zona, perché malgrado l’alto livello del welfare svizzero, il disagio sociale si è fatto comunque sentire».

Padre Ewald Volgger è un teologo che insegna liturgia a Linz, nel nord dell’Austria: «Nel nostro paese non c’è stato un simile successo per le messe on line, perché il clero è abbastanza vecchio e molti sacerdoti anziani sono rimasti in casa per timore del contagio. D’altronde tutta la platea dei cristiani in questo Stato è abbastanza anziana, in un paese che è ormai molto secolarizzato. Non mi sembra di aver colto molte domande esistenziali, ma soprattutto preoccupazioni economiche. Le messe del cardinale Schönborn trasmesse in televisione sono state invece molto seguite. Nutro due preoccupazioni: che per un tempo lungo avremo poca gente di ritorno in chiesa, e poi ho l’impressione che le persone abbiano disimparato a pregare in casa. Lavorare sui giovani e rieducare alla preghiera sono le nostre priorità pastorali».

Risaliamo a nord e attraversiamo i Sudeti per arrivare a Breslavia dove incontriamo padre Zacheusz Drążek. «In Polonia, pur con molte precauzioni, abbiamo ricominciato le messe da due settimane. In realtà, qui da noi, ferme le indicazioni generali della Conferenza episcopale, le decisioni pratiche le hanno prese i singoli ordinari, quindi la situazione è differente da diocesi a diocesi. Nella nostra parrocchia francescana abbiamo lavorato molto on line, e la tradizionale devozione mariana dei polacchi si è espressa in una catena interminabile di rosari. D’altronde, la pratica della preghiera domestica in famiglia, specie tra gli anziani, non è mai venuta meno. All’inizio c’è stata tanta paura, alcune tra le anime più semplici temevano la fine del mondo. Abbiamo cercato di accompagnare tutti, spiritualmente, materialmente e anche psicologicamente. Siamo consapevoli che ci aspetta una ripresa autunnale dura, con tanto da ricostruire sul piano pastorale: ci vorrà tanta energia, ma anche tanta creatività».

Lanciamo di nuovo uno sguardo fuori dall’Europa per recarci in Israele. Padre Bruno Varriale è il guardiano del santuario dell’Annunciazione a Nazareth, ma è anche uno psicologo e psicoterapeuta che ben può raccontare come la pandemia abbia inciso sull’anima e sullo spirito delle persone: «Su ambedue i piani, psicologico e spirituale, abbiamo lavorato molto riguardo al tema del dolore. Tanto i miei frati quanto la popolazione cristiana di Nazareth hanno sentito molto il peso dell’improvvisa scoperta della fragilità del nostro essere. Sono molto positivo, perché credo che molte paure siano state vinte proprio attraverso una decisa crescita spirituale, a partire dalla consapevolezza della propria creaturalità. Con una battuta: alla fine il vaccino del corpo è nello spirito. Siamo riusciti a essere riferimento per molti. Dobbiamo continuare a lavorarci sopra: io sono molto d’accordo con le parole del Papa pronunciate nella domenica di Pentecoste sulla necessità di non sprecare questo tempo, che può essere letto come un tempo di grazia, una lunga Quaresima di cui avevamo bisogno. Dio non turba la felicità dei suoi figli — osserva — ma ci prepara sempre a una gioia già grande. Come psicologo ho rielaborato molto in questo tempo Viktor Frankl: è nella diminuzione, nella sofferenza, nel dolore che l’uomo ritrova l’essenza e il significato vero della sua esistenza. L’umanità dell’incarnazione, che qui a Nazareth si è realizzata, del Gesù che piange Lazzaro, che piange su Gerusalemme, che sperimenta la paura al Getsemani, sono le immagini potenti che ci hanno consentito di elaborare un male che Dio ben conosce perché lo ha condiviso».

Terminiamo il nostro viaggio ritornando nel cuore dell’Europa, in Lussemburgo, dove cerchiamo una sintesi con il cardinale Jean-Claude Höllerich, che è anche presidente della Commissione delle conferenze episcopali della Comunità europea (Comece). «Anch’io sono stato costretto alla quarantena per via di un mio collaboratore che si era ammalato, ed è stata una grazia perché questa autolimitazione mi ha fatto sentire più solidale con la mia gente. Abbiamo ricominciato le messe in pubblico il venerdì prima di Pentecoste, debbo dire dopo una mia protesta perché il governo si era un po’ scordato di noi. Abbiamo avuto centodieci morti, che per un piccolissimo paese come il nostro sono molti; quasi tutti anziani e nelle case di riposo, la quale cosa non è un’attenuazione, perché la poca protezione degli anziani fa male alla società e alla Chiesa. I nostri preti sono stati molto bravi e creativi, non solo con le messe on line, ma continuando a mantenere i contatti con tutti i fedeli, con telefonate, WhatsApp e anche il regalo inaspettato a casa di qualche dolce insieme ai sussidi liturgici. La pandemia è caduta proprio durante le celebrazioni per l’anniversario dei centocinquant’anni della nostra diocesi: abbiamo potuto condurre soltanto in streaming il pellegrinaggio finale al santuario di Maria Consolatrice degli afflitti. Ho registrato una grande richiesta di ritorno alle chiese aperte, perché è naturale che in momenti di grave sbandamento come questo la gente chieda di riaffermare la propria identità attraverso un più forte senso di appartenenza».

Cosa cambierà ancora? «Beh, intanto potrei dirle che in questo tempo si è rimarcata la differenza tra chi è cristiano nella fede e chi lo è per tradizione culturale. I primi, in questo periodo, sono ulteriormente maturati nella fede, i secondi, che siano di tendenza conservatrice oppure liberale, usciranno da questo tempo molto più deboli. Sicuramente tale periodo determinerà un’accelerazione forzata al rinnovamento della Chiesa, di cui, in unione con Papa Francesco, avvertiamo tanto il bisogno; soprattutto in riferimento al rapporto tra laici e presbiteri. Del resto la storia ci insegna che le grandi epidemie dei secoli passati hanno sempre prodotto grandi accelerazioni: in cinquant’anni maturavano processi che in altri tempi ne avrebbero richiesti trecento. Io credo che il rinnovamento della Chiesa subirà questa accelerazione». Che accadrà invece all’Europa? «C’è stata poco, troppo poco in questa vicenda. La gestione delle misure reattive è stata tutta nella dimensione nazionale. Non è solo questione di impreparazione: non c’è stata alcuna volontà di cessione delle sovranità nazionali. Le frontiere chiuse tra i paesi europei ne sono stato un simbolo. Vivere l’anniversario dell’invasione del nostro paese durante la seconda guerra mondiale vedendo di nuovo le frontiere chiuse con la Germania è stata una ferita. Debbo dire che si tratta di una critica che è innanzitutto autocritica: non esiste tutt’oggi una dimensione europea della Chiesa. Eppure ce n’è tanto bisogno. L’organismo che presiedo è certo utile, ma non basta. Le Chiese nazionali hanno anch’esse reagito alla pandemia ognuna per proprio conto. Sono compiaciuto della recente proposta franco-tedesca di solidarietà sanitaria europea, ma anche noi Chiesa dobbiamo essere capaci di sviluppare progetti di solidarietà comune. Penso per esempio al gap economico tra i paesi del nord e del sud Europa che temo possa allargarsi nei prossimi mesi: la povertà si vince insieme. Le Chiese nazionali debbono imparare ad ascoltarsi reciprocamente e a parlare. Vorrei dire infine un’ultima cosa: anche qui, anche tra chi non conosce l’italiano, l’immagine e le parole del Papa, nelle messe da Santa Marta e nelle celebrazioni pasquali, sono state di grande supporto. Il Pontefice oltre ogni confine ci ha fatto sentire una sola famiglia, una sola parrocchia. Lui è veramente il parroco globale di una Chiesa che cresce e cambia nel mondo».

di Roberto Cetera