· Città del Vaticano ·

La scomparsa del suono

Arturo Benedetti Michelangeli

Arturo Benedetti Michelangeli raccontato da Roberto Cotroneo

24 giugno 2020

I solisti sono persone strane. Il più delle volte scontrosi e concentrati solo su se stessi. Se non fossero così non passerebbero gran parte della vita a distinguere tra un mezzopiano e un mezzoforte, a curare maniacalmente una legatura di portamento, o a studiare l’accordatura dell’arpa, che non risulta di immediata comprensione. Le loro vite sono piene di aneddoti, che forse regalano qualche indicazione sul carattere, elemento non ininfluente sulla loro arte, però rischiano di creare una barriera che impedisce di vedere quello per cui hanno studiato tutta la vita: il risultato puro e oggettivo, la musica che fanno e come la fanno. Già dal titolo nel suo Il demone della perfezione. Arturo Benedetti Michelangeli, l’ultimo dei romantici (Vicenza, Neri Pozza, 2020, pagine 148, euro 16) Roberto Cotroneo pone giustamente l’accento sull’elemento che ha contraddistinto uno dei più grandi pianisti del Novecento. La prosa accattivante, però, ogni tanto si incaglia in una rappresentazione oleografica del genio ruvido e scostante, che allontana più che avvicinare all’essenza del suo pianismo. Ne emerge un ritratto ricchissimo di curiosità, nel quale la musica diventa un sottofondo.

«In questo tempo, un libro che parla di musica, di pianisti, e di mondi perduti, potrebbe apparire elitario o, per pochi, eppure c’è sempre più bisogno di queste cose. Come se l’aver perduto la profondità abbia via via condotto a uno smarrimento, lo smarrimento di essere condannati alle superfici. L’euforia di scivolare da una cosa all’altra con facilità è un po’ come divertirsi con la neve. Ma non puoi giocare sempre con la neve, a un certo punto vuoi mettere i piedi sulla terra, vuoi camminare, e scendere al fondo delle cose. Ritrovare un equilibrio, la lentezza, e la solidità di quello che resta, e che è da sempre. Abm è una porta di quelle che vale la pena di attraversare. Perché rappresenta un mondo in parte perduto, che non è soltanto quello della musica classica, come potremmo chiamarla. Ma è anche il mondo attorno a lui, e soprattutto quello che c’era in lui». E sicuramente Abm, come l’autore chiama il Maestro, è un mondo in cui perdersi, un pensiero in cui scavare, una porta da varcare, solo che in qualche caso sembra di rimanere sulla soglia.

Per esempio la descrizione del concerto che Benedetti Michelangeli tenne in Vaticano il 30 aprile 1977, lasciata alle parole del grandissimo inviato del «Corriere della Sera» Ettore Mo, che quel giorno era presente, è stupenda, ma ignora completamente il suono, quello per cui Abm ha speso la vita. «Il Maestro s’affaccia alla porticina laterale, raggiunge il pianoforte con un passo lento, è teso, legnoso e come corrucciato, un inchino al pubblico che ha cominciato ad applaudirlo, ma solo col capo. Poi si siede, sistema le code del frac, sistema il sedile, stropiccia le mani e le posa sulla tastiera». Fino a qui potrebbe essere chiunque. «L’impressione che ne ricevi a osservarlo è di una concentrazione totale e quasi disumana. Il pubblico non esiste, il suo rapporto è solo con Brahms, o con Chopin, o con Debussy. Anche quando gira la testa verso la platea (cosa che fa di rado), ti accorgi che non vede niente e nessuno». Tutto vero, ma è solo la superficie. Sperabilmente al concerto ci sarà stato anche un critico musicale, che certo non avrà avuto la stessa capacità descrittiva dei grandi corrispondenti di guerra, ma avrebbe potuto dare qualche indicazione sull’interpretazione dei brani.

Benedetti Michelangeli è stato un perfezionista non della tastiera, ma del suono, come dice lo stesso Cotroneo. Descrivere come entra in scena è costume, che sarebbe pure utile se non rimanesse troppo spesso il solo approccio al concerto. Ma questa non è una peculiarità di questo libro, che pure scorre piacevolmente, è il modo in cui troppo spesso si seguono gli eventi musicali in questo momento storico. Gli artisti, che sono sempre al passo con i tempi, spesso un passo avanti, hanno finito per adeguarsi e puntare decisamente sull’immagine che danno di sé, a volte a scapito dei contenuti che veicolano. Nella musica leggera è prassi, ma ormai l’uso si è allargato anche agli auditori.

Gli esecutori vestono di nero perché dovrebbero “sparire” confondendosi con lo sfondo del palcoscenico e lasciare posto alla musica. Noi però, dalla platea, finiamo per guardare l’unico dettaglio che brilla sull’abito, o il tacco dodici tirato a lucido, che poi per abbassare i pedali del pianoforte non dovrebbe risultare comodissimo. Non è colpa di nessuno, è lo spirito della nostra epoca. L’immagine prevale su tutto. Le sale da concerto non si riempiono perché abbiamo difficoltà a concentrarci per un tempo superiore ai 10 secondi dei video di TikTok. Non potendo accendere il telefonino mentre siamo seduti in sala, aspettiamo di poter applaudire guardandoci intorno e studiando le movenze del solista. Spesso ci perdiamo il meglio: il suono che arriva a parlarci di come siamo fatti.

di Marcello Filotei