· Città del Vaticano ·

La parola come riflesso del divino

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Un vocabolario di Papa Francesco

16 giugno 2020

Parte dalla “b” di “Battesimo” e giunge alla “s” di “Speranza” l’itinerario attraverso le parole chiave del messaggio e del ministero del Pontefice proposto nel libro Francescamente parlando. Un vocabolario di Papa Francesco (Città del Vaticano, Libreria editrice vaticana, 2020, pagine 392, euro 36), curato da Joshua J. McElwee e Cindy Wooden. Pubblichiamo la prefazione del patriarca ecumenico di Costantinopoli, e l’introduzione del cardinale arcivescovo di Boston.

È con grande gioia che ci uniamo a questa meravigliosa “antologia”, parola greca che indica un’affascinante selezione di riflessioni stimolanti, una raccolta di interessanti contributi inerenti uno dei più eminenti capi religiosi.

Il presente volume raccoglie riflessioni sulle parole chiave del messaggio e del ministero del nostro amato fratello, Papa Francesco. Le parole, tuttavia, sono molto più di semplici commenti, molto più importanti di frasi comuni. Le parole sono espressione intrinseca della vita, il nostro riflesso più intimo della divinità, l’identità stessa di Dio: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio» (Gv 1, 1).

E difatti, dovremo rendere conto di ogni parola che esce dalle nostre labbra (cfr. Mt 12, 36). Le parole possono salvare o abbattere (cfr. Prv 12, 6), rivelarsi produttive o distruttive (cfr. Prv 8, 21), generare benevolenza ed edificazione (cfr. Ef 4, 29) oppure amarezza e maledizione (cfr. Rom 3, 14). Soprattutto, dovremmo essere «pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1Pt 3, 15).

Durante gli incontri e le riflessioni con il nostro fratello, il Vescovo di Roma, abbiamo sperimentato la profonda sacralità delle parole. Ricordiamo e siamo consapevoli che le parole sono capaci di erigere ponti, ma anche muri. Pertanto, insieme, abbiamo cercato di promulgare un dialogo di amore e di verità, «agendo secondo verità nella carità» (Ef 4, 15).

Naturalmente, le parole possono esprimere e descrivere le emozioni umane, ma non potranno mai raccontare esaustivamente né definire adeguatamente il cuore umano. Tuttavia, possono rivelare scorci nel mondo di un altro essere umano, dar voce ai suoi interessi o alle sue preoccupazioni. Se prestiamo attenzione a quanto frequentemente ripetiamo determinate parole o a come le pronunciamo, scopriremo le tendenze e le passioni che danno forma alla nostra stessa vita.

Per questo non ci ha sorpreso troppo scoprire che i termini selezionati in questo volume sono quelli che contraddistinguono ed evocano i princìpi fondamentali che Papa Francesco ha privilegiato e fatti suoi:

— Il suo ministero è interamente devoto a Gesù e alla Chiesa come Corpo di Cristo, mentre al contempo continua a mettere in luce gli abusi clericali e incoraggia una maggiore assunzione di responsabilità;

— Si adopera per mettere in relazione i sacramenti della Chiesa con la vita concreta del mondo, dal battesimo alle lacrime;

— All’interno della Chiesa come istituzione, desidera meno clericalismo e più collegialità, pur continuando ad ammonire contro l’indifferenza e sostenendo il discernimento;

— Nei rapporti tra la sua Chiesa e gli altri, promuove il dialogo e l’ecumenismo, l’incontro e l’abbraccio:

— Nella comunità globale, sviscera l’intricata connessione tra capitalismo e creazione, persecuzione e rifugiati;

— Si preoccupa per la famiglia, le donne, i bambini e i nonni.

Ma sopra ogni aspetto, ciò che colpisce sono le sue virtù specifiche, che definiscono il suo messaggio e ne danno testimonianza:

— dignità e giustizia,

— misericordia e speranza,

— ma soprattutto amore e gioia.

Questo libro trascende le mere parole. È uno splendido mosaico di elementi colorati e coinvolgenti che svelano l’uomo misericordioso e compassionevole che abbiamo conosciuto come Papa Francesco.

di Bartolomeo


Gesuita e francescano


Mi è sempre piaciuta la barzelletta su gesuiti e francescani che un giorno camminano per strada, quando improvvisamente vengono avvicinati da un giovane che chiede loro: «Fratelli, potete dirmi quale novena dovrei recitare per acquistare una bmw?». Il francescano risponde: «Cos’è una bmw?». E il gesuita: «Cos’è una novena?».

Ora abbiamo un Papa che sfugge a queste categorie, riunendo in un’unica figura sia il gesuita che il francescano. Credo che Papa Francesco sia il gesuita ignaziano per eccellenza. Ha abbracciato la vocazione di essere un seguace di Ignazio che vuole essere un santo come san Francesco. Il nostro Papa è completamente gesuita, ignaziano nella sua totalità, e affascinato da san Francesco. Durante il suo primo anno di pontificato, in un’intervista a «La Civiltà Cattolica», padre Antonio Spadaro gli ha chiesto perché fosse diventato gesuita. Il Papa ha risposto che lo avevano attratto tre cose di quest’ordine: lo spirito missionario, la comunità e la disciplina, incluso il modo in cui gestiscono il tempo.

È evidente come Papa Francesco possieda queste caratteristiche in abbondanza. Vive la sua vocazione da gesuita con intenso zelo missionario, amore per la comunità — che è comunità in missione —, e con disciplina in cui nulla è sprecato, specialmente il tempo. Poco prima della sua ordinazione, il trentaduenne Jorge Bergoglio scrisse un breve credo, e ha reso noto che anche adesso conserva quel documento a portata di mano, come promemoria delle sue convinzioni fondamentali. Si tratta di un chiaro segnale della sua abitudine all’introspezione, così profondamente radicata nella formazione gesuita.

Papa Francesco si dedica all’introspezione, centrale nella spiritualità propria di quest’ordine. La pratica dell’examen da intraprendere individualmente dovunque e ogni volta che le circostanze lo permettevano, era il modo che Ignazio proponeva per mantenere i gesuiti raccolti in Dio, per conservarne la concentrazione nonostante lo stile di vita attivo. Il Santo Padre ha commentato questa attenzione spirituale nel suo discorso ai vescovi brasiliani durante la Giornata mondiale della gioventù del 2013, chiedendo: «Se non formeremo ministri capaci di riscaldare il cuore della gente, di camminare nella notte con loro, di dialogare con le loro illusioni e delusioni, di ricomporre le loro disintegrazioni, che cosa potremo sperare per il cammino presente e futuro?».

Papa Francesco ci ricorda che nel cuore di Dio c’è un posto speciale per i poveri. È infatti molto eloquente nella sua difesa verso i più bisognosi, e ci ricorda come è nostro dovere aiutarli attraverso programmi di promozione e assistenza, ma anche operando per sradicare le cause strutturali della povertà. In Evangelii gaudium il Santo Padre avanza uno dei suoi più appassionati appelli a favore dei poveri, sottolineando l’importanza di fornire loro assistenza personale: «Desidero affermare con dolore che la peggior discriminazione di cui soffrono i poveri è la mancanza di attenzione spirituale. L’immensa maggioranza dei poveri possiede una speciale apertura alla fede; hanno bisogno di Dio e non possiamo tralasciare di offrire loro la sua amicizia, la sua benedizione, la sua Parola, la celebrazione dei Sacramenti e la proposta di un cammino di crescita e di maturazione nella fede. L’opzione preferenziale per i poveri deve tradursi principalmente in un’attenzione religiosa privilegiata e prioritaria» (Eg 200).

Ha anche affermato che il cattolicesimo non è un “elenco di proibizioni”. Ci esorta a essere positivi, a esaltare ciò che ci unisce e non ciò che ci divide, a privilegiare la connessione tra le persone e il cammino condiviso, osservando che se ci concentriamo sugli aspetti che ci uniscono, sarà più facile dopo superare le differenze. Il Santo Padre suggerisce inoltre che ogni forma di catechesi dovrebbe procedere per la “via della bellezza”, mostrando agli altri che seguire Cristo non è solo buono e giusto, ma è anche bello, qualcosa in grado di riempire la vita con nuovo splendore e gioia profonda, anche in mezzo alle difficoltà.

Papa Francesco comprende che le parole che usiamo per parlare del popolo di Dio e dell’opera della Chiesa sono di grande importanza e spesso possono fare la differenza tra essere aperti a un maggiore ascolto e prendere in considerazione una vita di fede, o allontanarsi sentendosi respinti, rifiutati o emarginati come indegni. Partendo dalla riflessione spirituale che tutti i nostri doni, talenti e conquiste sono doni di Dio, il Santo Padre ci ha dato un vocabolario in cui compaiono attenzione, sollecitudine, inclusione e servizio. Con l’aiuto di Dio e con il sostegno reciproco degli uni e degli altri possiamo prendere a cuore questi insegnamenti e proseguire nel cammino come discepoli missionari per Cristo.

di Sean O’Malley