· Città del Vaticano ·

La parabola e il sermone

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«La peste» di Camus secondo il poeta inglese Stephen Spender

12 giugno 2020

Ci voleva il coronavirus per far riscoprire, o scoprire, La peste (1947) di Albert Camus. Opera tra le più citate e le meno lette (come ebbe a dire sagacemente il celebre critico letterario George Steiner che invitata appunto a «scoprire» questo capolavoro) essa ha conosciuto una nuova fortuna editoriale durante la pandemia, al punto che dalle memorie del sottosuolo sono riemerse anche le annesse recensioni di illustri uomini di lettere: come quella — puntualmente rispolverata e riproposta integralmente dall’archivio storico del «New York Times» — scritta dal poeta e saggista inglese Stephen Spender. Il quotidiano la pubblicò il i° agosto 1948.

«Attraverso questo libro — scrive Spender — Camus ha voluto lanciare un accorato appello alla fratellanza universale. Un tipo di appello che ha probabilità di essere ascoltato e messo in pratica solo quando l’umanità è assediata da un male che sembra non dare scampo e che, di conseguenza, fa scaturire dal cuore di ciascuno un urgente bisogno di condivisione e di solidarietà». Il saggista definisce La peste una «parabola» e un «sermone». È in questa chiava che l’opera va letta, interpretata e valutata. E mette quindi in guardia dal giudicare il romanzo con criteri che si ispirino alla dimensione della finzione. A quel punto si rischia di tacciare l’opera di «facile moralismo venduto a buon mercato»: ne deriverebbe allora un’interpretazione «inopportuna, offensiva e fuori luogo».

Dopo aver definito Camus «un maestro della narrativa» al pari di Daniel Defoe e accostato, con intento elogiativo, il suo crudo e penetrante realismo a quello di Romain Rolland e di André Gide, il recensore evidenzia come la descrizione del morbo sia utilizzata quale strumento per sondare l’uomo, la sua interiorità, le sue reazioni istintive e le sue riflessioni ponderate. «Camus — scrive — si muove in due fasi. La prima consiste nell’analizzare in privato lo stato d’animo del singolo; la seconda si concentra sulla convergenza e sulla fusione dei diversi stati d’animo che appunto si trovano a confrontarsi l’un l’altro in una sorta di “scena pubblica” che conferisce all’opera una dimensione polifonica di eccelsa qualità».

Il tratto distintivo di tale polifonia è dato da quel «livellamento sociale» che, nell’infuriare del morbo, pone sullo stesso piano, bandendo divari e divergenze, buoni e cattivi, ricchi e poveri. Tuttavia non si deve pensare — ammonisce Spender — che questo livellamento determini un «calderone» in cui si disperdano e brucino i valori dell’onestà, della giustizia e della lealtà. Pur nell’ambito di una drammatica emergenza, infatti, riescono a conservarsi intatti e a rifulgere quei preziosi talenti che profumano di eroismo.

Esemplare al riguardo, ricorda il saggista, è la figura del dottor Bernard Rieux che, disperatamente, senza concedersi un attimo di tregua, cerca di fronteggiare l’epidemia, e che non smette mai di ricordare a sé stesso che il morbo non infetta solo il corpo ma corrompe anche l’animo. Riflessione, questa, osserva Spender, che, nel fargli onore, raddoppia la sua responsabilità e il suo dolore. E sa di eroismo anche la figura del giornalista Raymond Rambert. Egli non è abitante di Orano (la città algerina dove è ambientato il romanzo): si trova in Algeria per condurre un’inchiesta, per conto di un giornale parigino, sulla situazione degli arabi nel Paese. Il reporter, che dapprima appare tanto disinvolto quanto cinico, deciderà, una volta che la situazione è degenerata, di aiutare degli sconosciuti, arrivando a organizzare squadre dedite a curare gli appestati. Egli stesso dirigerà una di esse. In merito, sottolinea Spender, il messaggio di Camus è molto chiaro.

Di fronte alle emergenze più fosche e lugubri spesso, troppo spesso, si registrano viltà e meschinerie, ma, al tempo stesso, mai mancheranno atti e gesti di autentica umanità destinati a riscattare, almeno in parte, la dignità e la credibilità dell’individuo. Spender sottolinea quindi che, a lettura conclusa, dopo aver letto pagine «impregnate» del morbo e delle sue letali conseguenze, l’urgenza che s’impone è quella di una aurorale e pristina innocenza» da cui l’umanità deve ripartire in funzione di una ricostruzione, su basi solide e sicure, della civiltà. In questa impellente esigenza di purezza si specchiano la «parabola» e il «sermone» i quali, bandendo la dimensione predicatoria e ogni forma di stucchevole retorica, si configurano come un solenne invito ad andare «oltre la peste» per inaugurare una nuova vita, «senza ombre e senza macchie».

di Gabriele Nicolò