· Città del Vaticano ·

La lira che incanta le tenebre

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Effetti musicali

16 giugno 2020

«Non voltarti, se mi vuoi viva, non guardarmi». Potrebbero essere state queste le parole di Euridice, l’amata di Orfeo, quando i due stavano quasi per varcare la porta degli inferi per tornare nel regno dei vivi. La vicenda è nota. E mette in luce, ancora una volta, tutta la potenza della musica e, in generale, di ogni aspetto sonoro. Questo mito archetipico, intriso di amore e avventura, è dedicato al fenomeno sonoro organizzato in arte, e alla sua capacità di trasformare l’uomo fin nel profondo. Ma è anche una metafora dell’amore che si rafforza, si consolida e riprende vita, grazie all’ascolto.

Euridice, punta da una serpe nell’atto di sfuggire agli assalti di Aristeo, cade a terra senza vita. Improvviso, laddove regnava l’armonia frutto del canto di Orfeo, scende un silenzio doloroso, insopportabile, che si riempie del suo pianto. È in questo momento che decide di sfidare l’impossibile: scendere nel regno dei morti per tentare di riportare in vita la sua amata. Orfeo non ha altre armi da contrapporre ad Ade e Persefone, gli dei degli inferi, che la sua lira e il suo canto. Sceso laggiù, imbraccia lo strumento e canta. Quale potere ha la parola cantata più di quella parlata? Che cosa aggiunge la melodia alla parola? Che cosa ottiene la musica, che la parola da sola non riesce a sciogliere?

Nel suo cantare, le parole che escono sono un inno all’amore e una richiesta accorata, una supplica, come ci racconta Ovidio ne Le Metamorfosi: «Per questi luoghi paurosi, / per questo immane abisso, per i silenzi di questo immenso regno, / vi prego, ritessete il destino anzitempo infranto di Euridice!». E, infine, sempre rivolto a Persefone, quasi una sfida: «Se poi per lei tale grazia mi nega il fato, questo è certo: / io non me ne andrò: della morte d’entrambi godrete!». Mentre Orfeo canta, racconta ancora Ovidio, le anime esangui iniziano a piangere e tutto attorno si desta una commozione rara e sconosciuta negli abissi. La regina delle tenebre cede. Lascerà libera Euridice alla condizione che lo sguardo di Orfeo non si posi su di lei, finché non saranno entrambi usciti da quel regno.

Se la vicenda del nostro eroe inizia con la straordinaria dote di commuovere chiunque al suono del suo canto, questa finisce con un impegno ancor più gravoso: non posare gli occhi su di lei e condurla fuori dagli inferi con l’esclusivo ausilio del tatto e dell’udito. Significa tenere Euridice per la mano e guidarla ascoltandone i passi e i timori. A questa sfida Orfeo non riesce a resistere, è ancora Ovidio a raccontarcelo: «E ormai non erano lontani dalla superficie, quando, nel timore che lei riscomparisse, / e bramoso di rivederla, egli pieno d’amore si voltò». Euridice ripiomba nel regno dei morti. Orfeo l’ha persa per sempre.

Questa vicenda, che ha ispirato pittori, compositori e drammaturghi di ogni epoca, nasconde molti spunti utili ad entrare nell’universo magico e misterioso di ciò che è sonoro. E di quanto questo mondo influenzi le nostre vite.

Orfeo suona una lira, uno strumento che significa molto per il pensiero greco. Era lo strumento principale, quello attribuito agli dei. La lira era associata ad Apollo, dio del sole e delle arti, e rappresentava, come nota il grande etnomusicologo Curt Sachs, quell’«aspetto della vita e dell’anima greche che si dice solitamente apollineo: una miracolosa alchimia di saggia moderazione, armonioso controllo ed equilibrio della mente». La lira, uno strumento a corde pizzicate le cui vibrazioni venivano amplificate da una cassa armonica tratta da un guscio di tartaruga. L’atto di pizzicare quelle corde, di metterle in vibrazione con arte, significava la capacità di mettere in moto l’universo, accordandosi, in qualche modo, all’armonia creata dagli dei.

Uno strumento completamente diverso dall’Aulòs, una sorta di oboe dal suono penetrante, che invece era associato a Dioniso, dio dell’estasi e dell’ebbrezza, che per essere suonato aveva bisogno del “soffio” proveniente dall’interno dell’uomo e, proprio per questo, rappresentava quella musica che prorompe con prepotenza dall’intimo dell’animo umano e che è figura dei suoi sensi e delle sue passioni.

La capacità di Orfeo e della sua lira, dunque, era quella di ricordare quell’armonia che solo le cose divine portano con sé. Capita, talvolta, che questo accada quando una musica, in un momento particolare della nostra vita, ci fa sentire completamente “accordati” e pacificati con ciò che ci circonda.

È questo dono che rende Orfeo in grado di sfidare le tenebre, la sua musica porta in sé quell’armonia dell’universo alla quale nemmeno gli inferi possono restare indifferenti. Essa sfida la morte, e la vince, perché essa stessa si fa strumento, e ponte, verso qualcosa di più alto. Persefone non può nulla di fronte a ciò, non può che lasciarsi commuovere, scuotere violentemente, anche se vorrebbe opporsi a ciò con tutte le sue forze.

Ancor più interessante dal punto di vista acustico è la sfida che la regina delle tenebre pone ad Orfeo. Giocando sul suo stesso terreno, quello dei suoni, lo costringe a non guardare Euridice fino all’uscita dagli inferi. Come a dire: con l’ascolto mi hai commosso e convinto, solo ascoltando la tua amata, senza guardarla, potrai renderle la vita.

Il pittore francese Jean-Baptiste Corot, nel suo Orfeo ed Euridice, li immagina immersi nel verde di una foresta, mano nella mano, Orfeo davanti che guarda in lontananza, Euridice dietro, timorosa, che ne segue i passi. Il quadro non può dirci, ovviamene, le parole che i due si scambiano. Possiamo però immaginare Orfeo attento a percepire il rumore di un piede posato male, a moderare l’andatura non appena Euridice mostra un respiro più affannato, ad ascoltare con cura il suono delle sue parole. Il non poter usare la vista per abbracciarla con lo sguardo, apre ad una percezione differente, quella uditiva, che esalta la spazialità, il rapporto a distanza — ascoltare qualcuno è come essere “toccati da lontano” —. Questo tipo di relazione, certamente meno usuale di quella visiva, avvicina ad una conoscenza diversa, forse non esaustiva, ma per certi versi più profonda e meno vincolata agli stereotipi. Questo tipo di esperienza accade, ad esempio, quando abbiamo modo di conoscere qualcuno ascoltandolo solo al telefono, senza averlo mai visto prima. È una conoscenza che si basa sulla qualità della conversazione e sul colore della voce che stiamo sentendo. Ma Orfeo aveva nel cuore anche l’immagine di Euridice che in passato aveva visto, vissuto ed amato. «Nel timore che lei riscomparisse, / e bramoso di rivederla, egli pieno d’amore si voltò».

La voce dell’amata, sentirla di nuovo così vicina, aveva mosso in lui il desiderio insopportabile di vederne l’immagine. Questo accade sempre quando ascoltiamo una musica, o un suono che la nostra mente ha associato ad una figura — o avvenimento — particolare, sia esso negativo o positivo. Quel suono particolare fa riaffiorare alla memoria un ricordo. Questo accade anche ad Orfeo. Risentire la voce di Euridice riporta a galla un mare di emozioni legate al passato. E quel volto ricompare improvviso nella mente. Impossibile resistervi.

di Cristian Carrara