· Città del Vaticano ·

Don Pierino Ferrari e la Trinità come sorgente e modello

La fantasia della carità

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02 giugno 2020

Si intitola «Don Pierino Ferrari. “Vestito di terra, fasciato di cielo”» (Roma, Editrice Ave, 2020, pagine 302, euro 14) il libro che Anselmo Palini ha dedicato alla figura del sacerdote bresciano, morto nel 2011, fondatore tra l’altro della onlus Laudato si’. Ne pubblichiamo gran parte della prefazione.

Anselmo Palini, noto per alcune opere che illustrano personaggi esemplari per fede e carità, offre il profilo di uno dei presbiteri più originali del clero bresciano, Pier Maria Ferrari dell’Alleluia. L’aggiunta al nome e al cognome denota lo spirito con il quale questo prete ha vissuto la sua ricca esistenza. Alleluia è notoriamente il termine con il quale si cantano le lodi a Dio per quanto di grande ha operato nella storia dell’umanità. Riferito a don Pierino, indica lo stile gioioso con cui ha condotto la sua vita, coinvolgendo migliaia di persone nelle sue avventure caritative. Si resta sorpresi nell’apprendere la fantasia della carità che la sua mente e il suo cuore hanno scatenato. È inevitabile domandarsi da dove venisse. Le testimonianze su di lui e la selezione di suoi scritti permettono di trovare una risposta alla domanda: la Trinità, nel gioco d’amore che la contraddistingue, si palesa come la fonte di un’inesauribile creatività per andare incontro soprattutto alle persone alle quali le istituzioni non sembrano in grado di prestare efficace attenzione, almeno non con lo stile che si attinge dalla mistica unione con Colei che della carità è sorgente e modello.

Anche chi come me ha avuto modo di conoscerlo nei suoi anni giovanili, quando era vicerettore in seminario, si riempie di stupore scorrendo le pagine che descrivono un percorso vitale variegato, ma tutto connotato dalla eccedente carità che osa imprese impossibili. Tornando con la memoria agli anni dell’adolescenza, si ravviva l’immagine di un vicerettore un po’ strano, fuori dagli stili abituali, e forse per questo mandato presto in un oratorio, luogo nel quale le regole non sarebbero state rigide come quelle che guidavano le giornate dei seminaristi. Si ripresenta la figura di un prete con la veste che arriva solo alle caviglie, che, quando si entra nel suo studio per un colloquio, siede al pianoforte e suona cercando di affascinare con l’arte un ragazzo un po’ intimidito; che sollecita una classe di spauriti alunni a comporre un canto per la giornata del seminario; che a un centinaio di adolescenti, che entrano nel refettorio per la colazione senza osservare il silenzio, dal microfono fa giungere un rimprovero “eccessivo”: «Per una scodella di latte avete tradito Cristo!»; che a un ragazzo all’apparenza buono fa notare, infilandogli nel ciuffo la bacchetta in uso per dirigere il coro, che la sua bontà non vale nulla, perché è nativa, anziché essere esito di un processo faticoso.

Ricordi di decenni lontani, che alla luce di un’esistenza condotta sulla soglia della normalità si ripropongono come primi segni di sviluppi allora non immaginati, probabilmente neppure da don Pierino stesso. Quel germe di originalità, infatti, cresce e matura con incontri che la Provvidenza disporrà. Tra tutti, quello con madre Giovanna, la futura fondatrice delle Missionarie del Verbo Incarnato, con la quale si stabilisce una profonda “sinfonia”, ritmata sui termini che danno volto sia alla nuova congregazione religiosa sia alle iniziative di don Pierino: missione come attuazione sempre nuova del Verbo, che soccorre un’umanità bisognosa di cura e si rende presente nelle iniziative idealmente illimitate di questo prete appassionato, capace di trascinare le persone più diverse nei “luoghi” in cui diventa possibile incontrare Dio e che, non a caso, portano il nome dei posti nei quali la Bibbia pone la presenza trasformatrice di un Dio che si conosce nella contemplazione e nell’azione che ne discende. Tutto parte da Mamré, il luogo originario dello svelamento della Trinità, secondo la lettura dei padri della Chiesa che don Pierino fa propria. Da questo “luogo” prende avvio l’avventura dell’amicizia, connotazione fondamentale di quanti accettano di entrare nel vortice travolgente della carità, perfino “sacramento” istituito da Gesù Cristo, secondo quanto si legge in Giovanni, 15, 12: «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi». È il volto della Chiesa “in uscita”, si direbbe oggi, rubando l’espressione a Papa Francesco; una Chiesa che non è somma di individualità, bensì mistero di comunione, come il concilio Vaticano II ha insegnato a don Pierino, e a molti come lui, a pensare e a vivere.

Profeta capace di precorrere i tempi, critico benevolo, benché a volte caustico, nei confronti delle istituzioni civili, uomo scrutatore dei segni dei tempi, ascoltatore attento e compassionevole delle invocazioni che venivano dalle persone malate, corpi che hanno bisogno di essere presi in cura, perché in essi si trova quell’umanità alla quale il Verbo ha voluto unirsi fino a identificarsi, e quindi occasioni per manifestare e far percepire l’amore di Dio e così costruire la «civiltà dell’amore», come indicava Paolo VI nell’Anno santo del 1975. La contemplazione dell’amore consente di sperimentare l’amore. Essa è espressione della vera umanità, poiché se l’essere umano è a immagine e somiglianza di Dio, nell’attuare l’amore si realizza la verità dell’uomo. Lo si coglie in un icastico passaggio di una meditazione: «La Trinità, che abita l’uomo, fa diventare l’uomo veramente umano. Se alla Trinità preparassimo una casa, dove Ella può abitare con persone umane, non creeremmo una, pur piccola porzione d’umanità più umana? Chiameremo questa casa Trinitatis domus» (Pierino Ferrari, La tenda di Mamré, pagine 4-5).

Da Mamré al Laudato si’, l’ospedale oncologico di Rivoltella del Garda (Brescia), passando per tutti i luoghi che evocano il passaggio di Dio, quello di don Pierino è un percorso al canto dell’Alleluia: una vita nella luce della Trinità, specchio dell’eccesso di questa. Di conseguenza, essa non sempre viene compresa; tuttavia è capace di attrarre perché «anche le anime più volgari sentono che nella carità c’è qualcosa che supera le forze ordinarie della natura umana, che fa dire: “Qui c’è un uomo più”. Una persona caritatevole è una meraviglia» (Pierino Ferrari, Abisso chiama abisso, pagina 22). Si deve essere grati ad Anselmo Palini per aver fatto conoscere alcuni aspetti di un “uomo più”, lasciando ai posteri l’ardua sentenza. Per ora a noi basta chinare, stupiti, «la fronte al Massimo Fattor, che volle in lui del creator suo spirito più vasta orma stampar».

di Giacomo Canobbio
Docente di teologia sistematica alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale