· Città del Vaticano ·

L’incredibile ottovolante dei supplementari

Rivera e Mazzola raffigurati in una copertina del settimanale «Intrepido» che si schierava contro la tanto dibattuta “staffetta”

16 giugno 2020

«C’era una volta una nazionale italiana che non vinceva quasi mai. Poi arrivò una generazione di giovani tosti che aveva grinta, personalità e tanta, tanta classe...». Comincia così la favola che Sandro Mazzola — 77 anni, una delle stelle più luminose nella storia del calcio italiano — ha raccontato ai suoi nipoti e racconta ancora oggi a cinquant’anni da una partita che è diventata un marchio, un mito, un luogo fantastico nell’immaginario collettivo: Italia–Germania 4-3. È la favola sportiva di una squadra che nel 1970, in Messico, perse, è vero, la finale mondiale contro lo stratosferico Brasile di Pelé, ma vinse quella che nella storia è rimasta scolpita come “la partita del secolo”.

Da quel gruppo di “giovani tosti” cominciò già due anni prima — con la vittoria al Campionato europeo — il rilancio di una nazionale che, dopo la tragedia di Superga, aveva attraversato tanti, troppi anni bui, fino all’umiliazione, nei mondiali inglesi, della sconfitta con la Corea del Nord nel 1966. «Grinta, personalità e classe», ribadisce Mazzola: «Da lì cominciò un po’ tutto».

Quale è il ricordo più nitido di quel pomeriggio del 17 giugno 1970? Quello che quando chiude gli occhi e ritorna nello stadio Azteca riaffiora per primo alla mente?

Soprattutto l’ingresso in campo. Attorno a noi oltre centomila spettatori sugli spalti. Eravamo fermi, vicino all’uscita degli spogliatoi, noi da una parte e loro dall’altra. E li guardavamo negli occhi, sicuri e spavaldi, con la faccia cattiva, come per dire: «Ma cosa volete? Non siete capaci di giocare come noi!».

Tedeschi che, però, avevano stravinto il girone eliminatorio e venivano da una grande vittoria in rimonta contro l’Inghilterra nei quarti di finale. Diciamola tutta: l’Italia, che prima della vittoria sul Messico aveva disputato un girone piuttosto anonimo, non partiva certo favorita...

No, di sicuro no. Ricordo bene che nei giorni precedenti, in allenamento, ci confrontavamo un po’ perplessi perché avevamo visto alla televisione alcune fasi della loro gara con l’Inghilterra. E questo ci aveva un po’ spaventati. Uno di noi, ora non ricordo chi fosse, a un certo punto disse: «Ma questi qui non sanno giocare al calcio. Loro fanno l’atletica. E l’atletica col calcio perde sempre». Lo guardammo poco convinti, ma da quel momento abbiamo cominciato a crederci.

Forse voi della squadra stavate maturando una certa convinzione, ma la Federazione sembra non nutrisse grandi speranze...

Avevano già prenotato a nostra insaputa i biglietti per il ritorno. Noi però avevamo un amico all’agenzia viaggi che ce lo fece sapere. Fu così che prima di un allenamento, quando eravamo tutti riuniti, guardammo il gruppo degli allenatori e dicemmo in modo abbastanza duro: «Ci pensiamo noi. Voi non dovete preoccuparvi di niente!».

In questa favola ci sono due personaggi che poi, negli anni, sono rimasti un po’ prigionieri del loro ruolo: Gianni Rivera e Sandro Mazzola. Come nacque nella testa di Valcareggi l’idea di quella staffetta?

Per la verità non l’abbiamo mai capito veramente. In ritiro, nei momenti di pausa, io e Rivera eravamo spesso assieme, passeggiavamo, parlavamo. Ma dopo aver letto sui giornali e saputo di quella scelta, cominciammo a guardarci un po’ a distanza, uno stava a destra e l’altro andava a sinistra con un altro gruppo. Separati da un’alternativa che ci sembrava, effettivamente, una cosa impossibile. Forse furono anche le condizioni ambientali di Città del Messico — si giocava a oltre duemila metri di altitudine — a determinarla. Magari Valcareggi puntava per quel ruolo ad avere, con il cambio, un giocatore sempre fresco.

Giocare in altura fu un grande problema?

A tale riguardo io fui fortunato perché due anni prima, con l’Inter eravamo stati in tournée proprio da quelle parti, perdendo con squadre molto più scarse di noi. Il fatto era che noi giocavamo “all’italiana”: scambio, scatto lungo e via verso la porta. Solo che poi ti fermavi con la bocca aperta, ansimando in cerca di ossigeno. E mi ricordo che quando al mondiale giocammo la prima partita amichevole di preparazione, dopo che nel primo tempo si stava perdendo, forte della mia esperienza, dissi al gruppetto di noi che doveva entrare in campo nella ripresa: «Ragazzi, guardate che qui non si gioca all’italiana, ma alla sudamericana — titic, titoc, titic, titoc — tutti uniti, tutti avanti, tutti indietro. E fu così che nel secondo tempo ribaltammo il risultato. Da lì Valcareggi entrò nell’idea di cambiare impostazione tattica.

Ma lei e Rivera, due dei maggiori talenti espressi dal calcio italiano, non potevate giocare assieme?

In realtà, questo fatto della rivalità e della staffetta era una cosa che poteva succedere solo in Italia. Ricordo che su un giornale tedesco leggemmo un ironico consiglio: «Dateceli a noi questi due che li mettiamo noi in formazione, poi dopo vediamo cosa succede...».

In quella partita da favola lei giocò il primo tempo e poi seguì dalla panchina il rocambolesco alternarsi dei risultati. Come lo ha vissuto?

In panca diventavo matto. Mi veniva da piangere, mi agitavo, mi veniva da alzarmi... Io ero solitamente molto tranquillo, ma quella volta no, non ero io.

Fino a quel minuto fatale, quando Rivera prima, con un errore sulla linea di porta, propiziò il pareggio tedesco e poi, subito dopo, siglò il definitivo 4-3...

Ma Gianni lo disse prima che avrebbe fatto gol. Dopo il 3-3, come si tornò a centrocampo, avvisò tutti: «Datemi la palla che ci penso io!». Si voleva subito riscattare. Da qui si vede anche la pasta del campione e la sua personalità. Personalità che, del resto, era caratteristica di molti in quella squadra.

Torniamo in campo, a un secondo dopo il tocco con il quale Rivera depositò la palla alle spalle di Sepp Meier. Cosa accadde mentre in Italia milioni di italiani rimasti di notte incollati al televisore si ubriacavano di felicità?

Non sapevamo cosa fare, cosa dire, non ci capivamo più nulla... Ci abbracciammo, in campo, in panchina, tutti. Fu un delirio. Del resto, a quel punto era difficile pensare che ce l’avremmo fatta, e invece... Bisogna, però, considerare una cosa: eravamo un gruppo che aveva dentro qualcosa di forte.

Il fantasma della staffetta con Rivera si ripresentò in maniera ancora più strana — a sei minuti dal fischio finale — nella finale col Brasile. Ma era vera rivalità fra voi o era imposta dalla situazione?

Al momento del cambio contro il Brasile, pensavo davvero che sarei uscito io. Difatti mi avvicinai alla panchina ma Valcareggi mi disse: «No, no, vai dentro, vai dentro! Cosa fai qua?». E uscì Boninsegna. Rivalità? Che dire? Quando eravamo convocati in nazionale, all’interno del ritiro, Rivera e io parlavamo di tante cose, di Milano, delle nostre squadre. Ma eravamo uno Milan e uno Inter, e quando si usciva per la passeggiata se la gente ci vedeva vicini c’erano gli interisti che dicevano: «Sandro, cosa fai con quello lì? Vai sull’altro marciapiede!», e i milanisti: «Gianni, va’ di là!». Era una cosa incredibile. Poi, però, fondammo assieme il sindacato dei calciatori e siamo rimasti amici nel tempo.

Torniamo alla fiaba da raccontare ai nipotini. Questi cinquant’anni coincidono anche con un’altra favola sportiva, quella dello scudetto del Cagliari. Il Cagliari di un altro grande protagonista di quella nazionale: Gigi Riva.

Gigi era eccezionale: quando decideva che avrebbe fatto gol, cominciava a chiederti la palla a metà campo e partiva. Ne dribblava uno, due, se gli facevano fallo resisteva, restava in piedi e andava a segnare... era incredibile. E oltre a essere stato un grande atleta, e grande calciatore, è stato ed è anche una grande persona. Ricordo che se un compagno non giocava bene e veniva fischiato, lui era il primo a sostenerlo, a rincuorarlo, a incoraggiarlo. Era sempre pronto ad aiutarti. E lasciò il timbro anche in quella semifinale.

I tifosi messicani vollero subito fissare nella storia quella partita così speciale, che al novantesimo sembrava finita e che invece poi salì sull’ottovolante. Fecero affiggere sullo stadio Azteca una lapide a perenne ricordo del “Partido del siglo”. Insomma, una favola tutta da raccontare. E le fiabe, di solito, portano sempre con sé un messaggio. Cosa ha da dire quella partita al calcio di oggi?

C’è da fare innanzitutto una valutazione sulle differenze di quel calcio con quello attuale. Oggi si punta tanto sull’atletismo e sull’agonismo, all’epoca la tecnica veniva prima di tutto. Dribbling e tecnica. S’imparavano prima all’oratorio e per strada, dove solo i più bravi l’avevano vinta, e poi nelle squadre, fin dalle giovanili, dove si lavorava tantissimo con la palla e affinando i fondamentali. Un’attenzione che nelle scuole calcio oggi si è persa. C’è poi un livello più emozionale da non sottovalutare: io credo che i calciatori dovrebbero rivedere più volte le immagini di Italia - Germania, e magari ascoltare i ricordi di noi che quella partita l’abbiamo giocata, per capire davvero che cosa ha significato il prima e il dopo di un evento del genere, che emozioni ha suscitato. Credo proprio che se quei 120 minuti entrassero nella testa dei giocatori, gli farebbero fare in campo, ogni volta, una figura fantastica.

di Maurizio Fontana