· Città del Vaticano ·

L’Edipo rovesciato

Charles Francois Jalabert, «La peste di Tebe» (1842)

Affinità e divergenze tra il racconto di Buzzati e la tragedia di Sofocle

19 giugno 2020

Sono diverse le analogie tra il racconto di Buzzati Una cosa che comincia per elle e l’Edipo re di Sofocle. Sullo sfondo di entrambe c’è infatti un’epidemia: la pestilenza che tormentava Tebe nella tragedia greca, la lebbra confinata alle porte del paese di Sisto nella narrazione dello scrittore bellunese. Niente sembrava che potesse mettere in relazione Edipo con l’infezione di Tebe così come sembrava che non ci potesse essere alcun legame tra Cristoforo Schroder e il contagio. Costui era «un mercante in legnami», un uomo pratico che era giunto in città per portare avanti l’indomani i suoi soliti affari secondo una routine che ripeteva da anni, come pure conosceva da anni il dottor Lugosi che lui stesso aveva interpellato perché non si sentiva tanto bene. Quando tempestivamente il medico era venuto a fargli visita, questi aveva escluso che «ci fossero cose gravi» e si era fatto dare una bottiglietta di orina per esaminarla, promettendogli di tornare il giorno stesso.

Anche nella tragedia greca a turno prima il coro, poi Creonte, quindi il messaggero, svolgono un ruolo tranquillizzante e a vario titolo concorrono a rassicurare Edipo sul fatto che non c’era nessuna minaccia per lui né sul piano politico, riguardo al potere sulla città, né su quello personale, riguardo alle sue origini. Eppure ogni volta, malgrado le loro garanzie, si assiste a un continuo crescere del dubbio tra gli attori della scena e a un progressivo sbriciolarsi delle certezze nella mente del re di Tebe. Nel racconto di Buzzati sono il medico e l’alcade, don Valerio Melito, a velare e a svelare la sua condizione a Cristoforo Schroder. Paradossalmente nel corso di tutta la vicenda egli è un malato del tutto inconsapevole del suo stato, sono gli altri due a disegnargli e a cucirgli addosso la malattia. Lo stesso accade ad Edipo: egli sembra che non sappia nulla di se stesso e del suo destino. Tutto ciò che egli scopre sul suo conto, lo apprende dal racconto degli altri. Per tutto il tempo della rappresentazione è costretto continuamente e faticosamente a collegare indizi, a ricostruire fatti per arrivare a sapere di sé. Questa ricerca di cause lo impegna ancora più a fondo di quanto non avesse fatto la Sfinge con il suo enigma: stavolta si tratta di se stesso come uomo e il rebus si presenta molto più intricato.

Anche il lucido e intelligente mercante di legnami, pian piano nello svilupparsi della storia comincia a perdere le sue certezze. Quelle sanguisughe che il dottor Lugosi gli fa applicare ai polsi, simbolizzano bene come lentamente qualcosa gli si stava attaccando addosso, qualcosa dalla quale non sarebbe più riuscito a svincolarsi. Il «rumore metallico» del contenuto del «pacchetto oblungo» che don Valerio aveva deposto sul tavolo oppure la pistola che aveva intravisto «nel movimento dei lembi del mantello» dell’alcade, avevano causato nell’animo dell’uomo un sentimento di incertezza che al momento lui stesso non si sapeva spiegare. Diceva Freud che il perturbante (unheimliche) è la percezione dell’inquietante, dell’oscuro o anche del maligno, in ciò che è familiare, consueto, abituale (heimliche). Lentamente Cristoforo Schroder scopre il perturbante che corre sotto traccia alla sua esistenza; l’alterità, che è il contrario della familiarità, che veniva a inquietarlo e rischiava di toglierlo dal luogo delle sue sicurezze e di confinarlo in una zona oscura, nelle terra di nessuno di coloro che dovevano scontare una quarantena forse a vita.

Lo stesso era accaduto a Edipo che sente vacillare il suo potere e la posizione che aveva raggiunto non a motivo delle possibili cospirazioni di corte o dell'avanzare degli eserciti nemici verso Tebe ma per ragioni più intime, legate proprio a ciò che gli era familiare e solito ma che improvvisamente, nell’arco di una giornata gli si sarebbe rivoltato contro e lo avrebbe sbalzato dal trono e consegnato per sempre a un destino di erranza lontano dalla città, come il «re disperato» del quarto Quartetto di Eliot. L’ultima immagine infatti che abbiamo di lui è quella di un mendico e cieco che si aggira per Colono, un sobborgo di Atene, dove secondo la profezia si sarebbero compiuti i suoi giorni. Lo stesso avrebbe potuto dire Cristoforo Schroder se gli fosse stato concesso, dalla terra del suo nuovo esilio, di raccontare a terzi la sua terribile storia. Nel giro di poche ore infatti si era visto confinare nella no man’s land dei lebbrosi con una campanella al collo mentre tutte le sue cose, fatte salve «la giacca e la mantella», venivano bruciate e cancellate per sempre, «carrozza e cavallo» compresi.

Lo stesso racconto di Buzzati del resto autorizza a tracciare un parallelismo ancora più stretto tra Edipo e lo sfortunato mercante. Quando infatti l’alcade lo aveva incalzato perché ricordasse chi fosse la persona che si era offerta di aiutarlo a rimettere in carreggiata il mezzo che lui guidava «per la strada del Confine vecchio», gli aveva suggerito anche l’iniziale del nome. Dopo alcuni tentativi, il mercante di legnami gli aveva risposto alquanto seccato che «gli indovinelli non erano fatti per lui». Anche nel suo caso ci si trova dunque davanti a un enigma. I ruoli però sono cambiati. Siamo di fronte a una situazione capovolta. Nel racconto è proprio don Melito che indossa i panni della Sfinge a mettere in difficoltà Schroder-Edipo e a ribaltare così l’impianto del mito greco. Infatti Edipo era riuscito a sciogliere l'enigma della Sfinge, rispondendo che l’animale prima quadrupede, poi bipede e infine tripede era l’uomo; cosa che gli aveva consentito di non essere strangolato da quell'essere alato con corpo di leone e la testa umana che lo interrogava. È questa in breve la lezione di Edipo: l’uomo, l’umanità è la risposta che disarma e sconfigge il mostro e la mostruosità e questo vale sia per l'epoca mitica che per quella storica. La Sfinge infatti dopo quello smacco, stando alla leggenda, si sarebbe gettata da una rupe o avrebbe finito per divorare se stessa. 

di Lucio Coco