· Città del Vaticano ·

L’arte del dialogo come servizio all’umanità

I partecipanti a una conversazione teologica tra Pontificio Consiglio e Alleanza battista mondiale

Non senza difficoltà prosegue la ricerca dell’unità con riformati e Chiese libere

15 giugno 2020

Il sessantesimo anniversario dell’istituzione del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, il 5 giugno 2020, offre l’opportunità di riflettere sulle relazioni ecumeniche degli ultimi decenni. Questo articolo fa il punto della situazione ecumenica nel quadro delle relazioni internazionali odierne con alcuni partner delle tradizioni della Chiesa riformata e delle Chiese libere.

La prima serie di conversazioni tra il Pontificio Consiglio e le Chiese riformate, che affondano le loro radici nella teologia di Giovanni Calvino, ha avuto luogo tra il 1970 e il 1977 intorno al tema della riconciliazione della memoria. Questo tema, che è anche un principio ecumenico seguito dal Pontificio Consiglio e dai suoi interlocutori nel corso degli anni, rappresenta una delle metodologie fondamentali del dialogo ecumenico. La sua importanza è davvero considerevole poiché attiene alla natura della Chiesa come organismo vivente animato dallo Spirito Santo e avente una “memoria” collettiva. Questo evidenzia che la Chiesa è più di un semplice insieme di credenti o di una mera organizzazione. La “purificazione della memoria passata” è un’attività continua della Chiesa e comporta un riesame del passato spesso doloroso, attraverso la lente della memoria e della sofferenza del partner di dialogo. Ciò implica un ricordare insieme. Una valutazione onesta nella carità e nella verità consente il rinnovamento e la conversione e porta con sé la speranza di giungere alla guarigione della memoria e a un’autentica riconciliazione.

Il primo dialogo cattolico-riformato ha affrontato dunque gli stereotipi polemici che le Chiese hanno nutrito le une nei confronti delle altre nel corso dei secoli in uno spirito di opposizione e di antagonismo, ricorrendo persino a conflitti sanguinosi. La storia ha fortemente condizionato i modelli di giudizio sociale e culturale tra le nostre due comunità. Il dialogo — sia a livello internazionale tra il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani e la Comunione mondiale delle Chiese riformate, sia a livello nazionale — ha contribuito a eliminare questi preconcetti polemici superficiali e ha condotto a un crescente senso di identità comune. Il riesame della storia che circonda la Riforma ha anche messo in luce i complessi sviluppi ecclesiali e politici che hanno portato alla frattura nella Chiesa facendo una maggiore chiarezza sulla divisione. Uno studio comune della continuità della Chiesa dai tempi apostolici e della visibilità del ministero ordinato nella Chiesa ha rivelato la necessità di approfondire il dialogo sull’ecclesiologia tra le due tradizioni.

Il dialogo cattolico-battista a livello internazionale ha seguito un percorso simile per quanto riguarda il metodo di riesame comune della storia e il superamento di polemiche e incomprensioni reciproche. Non si tratta di un aspetto di poco conto, considerata la lunga storia di antagonismo tra cattolici e battisti, specialmente negli Stati Uniti, dove risiede oggi la maggior parte dei cento milioni di battisti presenti nel mondo. Dal 1984 al 1988 si è tenuto il primo dialogo internazionale tra l’Alleanza battista mondiale e il Pontificio Consiglio intorno al tema generale «La testimonianza cristiana nel mondo odierno». In un rapporto pubblicato alla fine delle conversazioni, la Commissione congiunta ha ribadito la testimonianza comune resa a Cristo sia dai cattolici che dai battisti, come pure l’impegno comune nella conversione, nella fratellanza dello Spirito e nella missione mondiale. Il dialogo ha rilevato come un simile impegno a favore della missione e dell’evangelizzazione abbia fatto della tradizione cattolica e della tradizione battista le tradizioni cristiane più diffuse nel mondo. Queste conversazioni sono state seguite da un’altra serie di conversazioni tenutesi dal 2006 al 2010; attualmente è in corso un terzo ciclo di colloqui sul tema «La dinamica del Vangelo e la testimonianza della Chiesa».

Negli ultimi anni è stato riconosciuto che le numerose differenze tra le diverse comunità cristiane costituiscono una realtà complementare e persino reciprocamente arricchente, definita “scambio di doni”. Tuttavia, non possiamo negare che una delle maggiori sfide odierne per il Pontificio Consiglio è rappresentata dalla mancanza di un consenso all’interno della comunità cristiana su come debba intendersi il vero discepolato cristiano a livello etico-morale. Esiste a esempio un crescente disaccordo su questioni bioetiche, vale a dire questioni legate all’inizio e alla fine della vita, quali l’aborto e l’eutanasia. Ci troviamo anche davanti a una considerevole impasse su tematiche riguardanti la famiglia, l’orientamento sessuale e l’ideologia di genere. La natura sociopolitica di questi argomenti rende particolarmente difficile una discussione franca in merito, producendo una lacuna nel dialogo, all’interno del più ampio e fecondo panorama ecumenico. Questa situazione solleva una domanda urgente, di fondamentale importanza, data l’interconnessione tra la «crisi etica, culturale e spirituale della modernità», come ha osservato Papa Francesco (Laudato si’, 119): come è possibile che due comunità cristiane, ugualmente convinte di essere guidate dallo Spirito Santo nel loro discernimento, giungano a conclusioni così contraddittorie che vanno oltre una semplice “differenza di enfasi”? Inoltre, se al bene comune deve essere reso un miglior servizio permettendo ai fedeli cristiani la massima libertà di giudizio morale senza alcun insegnamento prescrittivo o vincolante, con quale principio etico-morale oggettivo possiamo proteggere l’ambiente e il mondo dalle forze guidate dalla téchne in grado di scatenare potenzialmente il caos sulla società?

Un altro esempio di difficoltà incontrata sulla via dell’unità è stato messo in luce durante le recenti conversazioni trilaterali tra cattolici, mennoniti e luterani (2012-2017). Sebbene per i luterani e per i cattolici i cappellani militari forniscano un importante servizio nelle forze armate, per i mennoniti tale ministero è incompatibile con gli insegnamenti e con lo spirito del Nuovo Testamento. Vi è pertanto un sostanziale disaccordo sul fatto che la comunità cristiana sia chiamata a essere una “Chiesa di pace”, nel senso stretto dell’adesione al pacifismo in ogni circostanza. Il punto fondamentale nel caso specifico è capire se questo disaccordo raggiunge il livello della contraddizione, e se quindi si tratta di una questione da considerare come fonte di divisione per la Chiesa.

Nonostante le difficoltà, ci sono grandi segni di speranza. A Papa Francesco, che ha recitato la preghiera del Padre Nostro in Vaticano il 25 marzo scorso per implorare la misericordia di Dio sull’umanità nel mezzo della pandemia del coronavirus, si sono uniti leader ortodossi, anglicani e protestanti. E come dimenticare l’altro significativo evento avvenuto due giorni dopo, il 27 marzo, ovvero il drammatico e solitario momento di preghiera del Papa nella piazza vuota di San Pietro, mentre il bilancio delle vittime in Italia superava i 9000 morti? Anche se Papa Francesco era solo nella piazza, milioni di cristiani si sono uniti a lui dalle loro case mentre recitava «una preghiera straordinaria nel tempo della pandemia». Questo segno di solidarietà nel servizio all’umanità sarebbe stato inconcepibile solo sessant’anni fa, quando è stato istituito il Segretariato per la promozione dell’unità dei cristiani.

Il cammino generale del movimento ecumenico negli ultimi decenni è stato descritto come un passaggio graduale dal conflitto alla comunione, un percorso che, sebbene non sia ancora completo, testimonia l’importanza del dialogo nel ridurre il conflitto e nel cementare la collaborazione e la pace. Nel mondo di oggi, in cui il dialogo sta diventando più raro e le tensioni globali sono in aumento, i risultati conseguiti dal Pontificio Consiglio e dai suoi partner di dialogo forniscono un’importante tabella di marcia. L’arte del dialogo, perfezionata in maniera così efficiente nel corso dei decenni, è un grande servizio a beneficio non solo dei cristiani, ma di tutta l’umanità. Come ha osservato Giovanni Paolo II venticinque anni fa, è stato compiuto un passo avanti, ma l’impegno a favore della ricerca dell’unità deve continuare (cfr. Ut unum sint, 60). Possa lo “Spirito di unità” (Efesini, 4, 1-6) aiutarci a perseguire la piena comunione visibile tra i cristiani, come pure la fraternità e la solidarietà in tutta la famiglia umana.

di Avelino González
Officiale per la sezione occidentale del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani