· Città del Vaticano ·

In Nigeria il covid-19 ha portato la fame

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In particolar modo nella bidonville di Makoko

15 giugno 2020

Nella bidonville di Makoko, una baraccopoli situata alla periferia di Lagos, in Nigeria, chiamata anche la Venezia nera, villaggio di pescatori sorto nel XVIII secolo, costituito da strutture su palafitte collegate da canali percorsi dagli abitanti con canoe in legno, vivono circa 100 mila persone che sopravvivono grazie ai ricavi della pesca e della vendita del legno.

Tra gli abitanti di Makoko c’è anche Marceline Wanu, 25 anni. Vive lì insieme ai suoi 4 figli che sfama vendendo pesce. Quando il governo nigeriano ha decretato la quarantena, per contrastare la pandemia di covid-19, vietando a tutti di uscire di casa, Marceline è stata costretta a non recarsi più al mercato. «Ma senza vendere — racconta al sito dell’Onu — non si guadagna e dunque non ho avuto più denaro per nutrire i bambini». «Da quando anche la scuola è chiusa — continua Marceline — i miei figli non ricevono neanche più il pasto che viene distribuito in classe e ciò è diventato un fardello ulteriore». La famiglia di Marceline dunque è allo stremo, come milioni di altri nigeriani ridotti alla fame dalle ripercussioni della crisi economica sopraggiunta dopo il coronavirus.

Secondo il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite (Pam), più di 3,8 milioni di persone in Nigeria, impiegate principalmente del settore informale, sono a forte rischio di perdere il posto di lavoro. E questa cifra potrebbe salire a 13 milioni, se le restrizioni al traffico continueranno per un periodo di tempo più lungo. In un paese in cui circa 90 milioni di persone (46 per cento della popolazione) vive con meno di 2 dollari al giorno, i poveri delle città sono i «più colpiti dalle restrizioni di movimento per contenere la diffusione del virus», spiega l’Onu.

Inoltre nel Paese il coronavirus ha avuto anche un «enorme impatto sugli scolari», con circa 39 milioni di bambini e ragazzi costretti, a causa della chiusura delle scuole, a fare a meno delle lezioni, ma anche dei servizi sanitari offerti dalla scuola e senza quel pasto sicuro che quotidianamente consumano in classe.

Dunque, l’aumento dei casi di covid-19 nel nord-est della Nigeria, una regione già «scossa dalla violenza da un decennio», è preoccupante secondo le agenzie umanitarie. Le comunità già stremate dal conflitto stanno affrontando una "fame estrema" e sono particolarmente «vulnerabili agli effetti socioeconomici della pandemia». Per questo l’urgenza delle autorità nigeriane e dei partner umanitari è quella di mantenere programmi salvavita.

Il Pam è dunque impegnato a garantire due mesi di assistenza alimentare e nutrizionale nei campi per gli sfollati e alle comunità più vulnerabili. L’agenzia delle Nazioni Unite prevede di aumentare i suoi aiuti per garantire il cibo a 3 milioni di persone in Nigeria e fornisce supporto tecnico per rafforzare i sistemi di protezione sociale gestiti dal governo nigeriano.

È stato istituito, ad esempio, un programma di alimentazione da asporto per aiutare i bambini durante le chiusure scolastiche con razioni da portare a casa. Il servizio è iniziato nella capitale federale Abuja e nella capitale commerciale Lagos a metà maggio e ha come obiettivo di raggiungere 9 milioni di bambini nei 36 stati del paese. Intanto in Nigeria non si ferma la pandemia da covid-19 e i casi registrati dall’Oms sono già 16.085 con 420 vittime.

di Anna Lisa Antonucci