· Città del Vaticano ·

In migliaia per ricordare Floyd mentre nel paese continua la protesta

Il reverendo Al Sharpton ricorda Floyd durante la cerimonia a Minneapolis (Reuters)

Il Pontefice esprime solidarietà e vicinanza alla Chiesa e al popolo degli Stati Uniti

05 giugno 2020

Migliaia di persone hanno affollato ieri Minneapolis per la prima commemorazione pubblica di George Floyd, l’afroamericano di 46 anni morto soffocato dal ginocchio di un agente bianco. Un ginocchio diventato la metafora del trattamento subito negli Stati Uniti dagli afroamericani per centinaia di anni.

L’arcivescovo di Los Angeles e presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti, José Horacio Gómez, ha ricevuto ieri una telefonata da Papa Francesco. Durante il colloquio, il Papa ha annunciato le sue preghiere e la sua vicinanza alla Chiesa e al popolo degli Stati Uniti in questo momento di agitazione, come rende noto in un comunicato la Conferenza episcopale degli Stati Uniti. L’arcivescovo Gómez ha condiviso questa notizia con i vescovi statunitensi nella speranza che «possano consolarsi e acquisire forza nell’incoraggiamento del Santo Padre». Papa Francesco «ha espresso la sua gratitudine ai vescovi — si legge nel comunicato — per il loro tono pastorale nella risposta della Chiesa alle manifestazioni in tutto il Paese e nelle loro dichiarazioni e azioni dopo la morte di George Floyd, e ha assicurato ai vescovi le sue continue preghiere e vicinanza nei giorni e nelle settimane a venire». Dal Papa «preghiere speciali» anche per l’arcivescovo Bernard A. Hebda e la Chiesa locale di Saint Paul e Minneapolis. L’arcivescovo Gómez, a nome della Conferenza episcopale, ha espresso gratitudine a Papa Francesco per «le sue forti parole di sostegno che sono state espresse anche durante l’udienza generale e, a sua volta, ha assicurato al Santo Padre le preghiere» dei vescovi Usa.

Durante la cerimonia in ricordo di Floyd, il reverendo newyorchese Al Sharpton, noto leader della lotta per i diritti civili, ha detto: «La ragione per cui non abbiamo mai potuto essere chi volevamo e sognavamo di essere è che abbiamo mantenuto quel ginocchio sul nostro collo; è tempo di scendere in campo in nome di George e dire “togliete il vostro ginocchio dai nostri colli”». Parole risuonate tra applausi e musica gospel nel santuario della North Central University, dove tra le 500 persone ammesse (per le restrizioni da coronavirus) c’erano anche gli attivisti Jesse Jackson e Martin Luther King III, la senatrice dem Amy Klobuchar, e autorità cittadine e statali.

La cerimonia arriva all’indomani della svolta nelle indagini, con la procura che ha aggravato l’imputazione per Derek Chauvin — l’agente bianco che ha premuto il ginocchio sul collo di Floyd — da omicidio colposo a omicidio volontario e ordinato l’arresto dei suoi tre colleghi accusandoli di complicità (la cauzione è stata fissata in un milione di dollari). Era quanto chiedevano la famiglia e i manifestanti che hanno infiammato l’America. E che adesso, nonostante i 10 mila arresti eseguiti finora, continuano a scendere in piazza più pacificamente per chiedere riforme contro le iniquità razziali e gli abusi delle forze dell’ordine, mentre il Senato si appresta a votare l’abolizione della stretta al collo.

Quello di ieri non è stato che il primo omaggio a Floyd. Oggi il suo corpo sarà portato a Raeford, in North Carolina, dove è nato, per una camera ardente. Cerimonia analoga lunedì in Texas a Houston, dove è cresciuto e ha vissuto gran parte della sua vita. Il giorno dopo infine è in programma nella stessa città un funerale con 500 persone. A Houston ci sarà anche l’ex presidente Joe Biden, principale candidato democratico alla Casa Bianca.

Intanto, attorno alla Casa Bianca è stata eretta una recinzione dopo gli scontri e le violenze degli scorsi giorni. Il presidente Donald Trump ha ricevuto dure critiche da parte dei militari per l’intenzione di far intervenire l’esercito contro i manifestanti. Ieri lo speaker della Camera, la democratica Nancy Pelosi, è intervenuta affermando che «un eccesso di militarizzazione può portare il caos». Inoltre, «la mancanza di chiarezza potrebbe aumentare il caos». Secondo l’ex presidente dei capi di stato maggiore congiunti, il generale Martin Dempsey, i commenti di Trump «sono preoccupanti e molto pericolosi». L’idea «che il presidente prenda il controllo della situazione usando i militari mi preoccupa» ha detto Dempsey nel corso di un’intervista.