· Città del Vaticano ·

In ascolto della coscienza

John Henry Newman

A scuola di pensiero da John Henry Newman

10 giugno 2020

Cinque anni fa moriva padre Michael Paul Gallagher, professore di teologia fondamentale alla Gregoriana


Ho avuto il privilegio non solo di leggere (quasi) tutti gli scritti di Michael Paul Gallagher, ma di averlo per un arco di tempo come padre spirituale. Ricordo ancora quei colloqui al Collegio del Gesù dove il gesuita irlandese mi veniva incontro con un sorriso accogliente sulle labbra, la sua tipica serenità negli occhi e la sua Bibbia in mano. I nostri colloqui avevano sempre come sfondo un passo o un versetto biblico. Molti di questi colloqui sono ancora impressi nella mente e nel cuore. Nello spazio di questo breve articolo, vorrei parlare di quattro prolegomeni dell’approccio di Gallagher che lo rendono molto affine al suo tanto caro John Henry Newman.

Il primato dell’interiorità

Vorrei evocare in particolare un colloquio che ebbi con padre Michael Paul e che costituisce un eloquente esempio dello stile newmaniano di Gallagher. Il versetto che ha dato l’atmosfera al colloquio era l’oracolo del Signore in Isaia: «In quietness and confidence shall be your strength» (“Nel silenzio e nella fiducia è la vostra forza”) (Isaia 30, 15). Gallagher citava questo versetto per sottolineare il primato di una forte interiorità nella vita spirituale. L’intento di Gallagher era mistagogico: scoprire il mistero di Dio alla luce del tuffo nel mistero dell’uomo. Abyssus abyssum invocat.

Questo insegnamento è tipicamente newmaniano. Tra i pilastri spirituali della predicazione di Newman (specie nei Sermoni anglicani) troviamo una grande insistenza sull’importanza della conoscenza di sé per un’autentica vita spirituale.

Nel sermone Secret Faults, Newman lamenta un fatto «bizzarro» molto diffuso: «Moltitudini di cristiani passano la vita senza fare lo sforzo di ottenere una retta conoscenza di se stessi. Si accontentano di generiche e vaghe impressioni concernenti il loro stato reale».

Newman non disconosce quanto sia difficile conoscersi, ma, nondimeno, insiste nel sottolineare quanto sia strano, se non impossibile, «professare ed esercitare le grandi dottrine cristiane, mentre si è ignoranti nei propri riguardi, in quanto la conoscenza di sé è una condizione necessaria per comprendere queste dottrine».

L’importanza di tale attenzione all’interiorità veniva da una convinzione newmaniana che Gallagher evocava spesso. Tale convinzione Newman l’aveva maturata soprattutto nella disputa epistolare con il fratello Charles Robert il quale, gravemente scosso dalle vicissitudini economiche subite dalla famiglia dopo la bancarotta subita da John Newman, litigò con i parenti stretti e si distaccò da loro abbandonando anche il cristianesimo. Dopo una lunga ed estenuante corrispondenza, Newman arriva a capire che il rigetto della fede nasce da un difetto del cuore e non dell’intelletto («from a fault of the heart, not of the intellect»).

L’importanza di essere «Earnest»

Gallagher si dilettava di evocare un celeberrimo titolo di Oscar Wilde, The Importance of Being Earnest, per parlare dell’importanza della «earnestness», ovvero della «prontezza» nella risposta della fede. Lo faceva riflettendo sulle intuizioni di Newman riguardo alle «probabilità antecedenti» che permettono o ostacolano il cammino dell’uomo verso la verità. Newman parlava di «carattere morale» (moral character), ovvero di quelle disposizioni dell’anima che l’essere umano matura nel suo agire morale e che costituiscono l’humus umano della risposta alla verità della fede. Si potrebbe dire che in questo aspetto Newman era molto pascaliano. E, se da un lato sarebbe molto d’accordo con l’affermazione di Pascal, «Dio ha messo nel mondo abbastanza luce per chi vuole credere, ma ha anche lasciato abbastanza ombre per chi non vuole credere», egli ci offre un passaggio ulteriore: la prevalenza delle tenebre del dubbio o della luce della fede non avviene a caso, ma dipende molto dalla prontezza con la quale la persona si impegna. La fede come assenso intellettuale dipende molto dall’agire concreto che configura le nostre disposizioni.

Da grande letterato che era, essendo stato professore di letteratura moderna all’Università di Dublino, Gallagher fa un felice accostamento tra Newman e Shakespeare il quale afferma in King Lear sulla lingua di Edgar: «Ripeness is all», e in Hamlet nel dialogo con il principe Horatio: «Readiness is all». D’altronde, Newman non poteva essere più chiaro nell’esprimere la sua convinzione quando affermava nel primo University Sermon che «è evidente che essere seri nel cercare la verità è un requisito indispensabile per trovarla».

Tra la coscienza e l’immaginazione

Vedere il Newman di Gallagher non può che segnalare il ruolo cruciale della coscienza e, soprattutto, dell’immaginazione nell’apologetica dell’interiorità.

Per quanto riguarda la coscienza, paragonando i due, si potrebbe concludere che Gallagher era meno apologetico di Newman e la questione della «via della coscienza», ovvero della coscienza come istanza metafisica, era meno presente nella sua riflessione teologica. Gallagher, per sua stessa ammissione, era più dedito a sondare il terreno delle disposizioni per la fede (dispositions for faith) che il passaggio successivo alla professione di fede teistica e cristiana. In Newman, invece, abbiamo una vera e propria Gewissensweg (di questo parere era l’allora cardinale Joseph Ratzinger). Secondo Newman, le prove esteriori per l’esistenza di Dio — molto in voga ai suoi tempi, specie per via del best-seller di William Paley intitolato Natural Theology or Evidences of the Existence and Attributes of the Deity — si scontrano con l’ambiguità del mondo. Per cui, se da un lato si può osservare un disegno intelligente nel mondo che porta a pensare a un Creatore intelligente che vi sta dietro, dall’altro lato, il mondo manifesta segni di una ferita originaria, di un disordine, di dolori e di guai che offuscano il volto di Dio. Se il mondo con il suo ordine e bellezza manifesta Dio, con il suo disordine e ferita esso rischia di nasconderlo.

È qui che si appiana la strada all’approccio alternativo di Newman, distinto dalle cinque vie di Tommaso e dalle vie razionali e logiche di Paley. Questa via è la «via della coscienza». La coscienza è testimonium animae. E, in quanto tale, diventa testimonium Dei perché — scrive Newman — «come la luce del sole implica che il sole sia nel cielo, benché possiamo non vederlo, come un bussare alla nostra porta di notte implica la presenza di qualcuno fuori nel buio che chiede di entrare, così questa Parola dentro di noi non solo ci insegna fino ad un certo punto, ma necessariamente solleva il nostro spirito fino all’idea di un Maestro, un Maestro invisibile». Anzi, il santo inglese confessa nell’Apologia pro vita sua: «Se non vi fosse questa voce che parla così chiaramente alla mia coscienza e al mio cuore, io sarei un ateo, o un panteista, o un politeista, tutte le volte che do uno sguardo al mondo. Naturalmente parlo solo del mio caso; e sono ben lontano dal negare la forza delle prove dell’esistenza di Dio tratte dall’osservazione generale della società umana e dal corso della storia; ma questi argomenti non m’illuminano né mi scaldano; non scacciano l’inverno della mia desolazione, non fanno sbocciare gemme e spuntar foglie nell’anima mia, non allietano il mio spirito. Per me la vista del mondo non è altro che il libro del profeta, pieno di “lamenti, lutto e dolore”».

Evangelizzare l’immaginazione

Non è possibile, neanche nei limiti di un breve articolo, non parlare del ruolo dell’immaginazione nell’apologetica dell’interiorità di Newman e nella pratica e nella riflessione di Gallagher.

Newman non è certo il primo a parlare di una teologia dell’immaginazione, ma sicuramente è uno degli autori che hanno sviluppato maggiormente una tradizione che nell’epoca moderna ha avuto più fortuna in Inghilterra che nel continente europeo. Hans Urs von Balthasar considera, infatti, che uno dei meriti della teologia inglese sia di essere una riflessione credente «organicamente cresciuta entro il congenito empirismo» che ha sempre difeso «il diritto di cittadinanza dell’immagine nel pensiero religioso e quindi anche cristiano-teologico», e nota giustamente che «la Grammar of Assent di Newman non sarebbe intelligibile senza questa tradizione del pensiero nell’immagine».

L’accento di Newman sull’immaginazione — e qui sta il suo contributo particolare — non si limita alla sua valenza epistemologica, ma mette in luce il suo ruolo di facoltà del «sottosuolo» che prepara o ostacola l’apertura cordiale alla fede. L’immaginazione costituisce, infatti, quella dimensione dove si formano le nostre immagini di fede, e dove si determina se questa rimarrà meramente nozionale o se diventerà anche reale. Newman ha intuito ciò che T.S. Eliot esprime molto bene, dicendo che «il problema dell’era moderna non consiste soltanto nell’incapacità di credere certe verità riguardo a Dio che i nostri antenati credevano, bensì nell’incapacità di sentire nei confronti di Dio e dell’uomo come loro sentivano».

L’interpretazione offerta da Gallagher dell’epitaffio di Newman a Birmingham, deciso da lui stesso — «Ex umbris et imaginibus in veritatem» — mostra egregiamente il ruolo importante rivestito dall’immaginazione nella concezione newmaniana. Gallagher suggerisce di andare oltre la fin troppo evidente interpretazione che è: dalla non realtà alla realtà, e dalle mere ombre e le mere immagini alla pienezza della verità. L’interpretazione alternativa e più consona con la visione newmaniana che egli propone parafrasando l’espressione latina è: «Nel dramma oscuro di questa vita non possiamo arrivare alla verità della fede senza il necessario aiuto delle immagini e dell’immaginazione».

di Robert Cheaib