· Città del Vaticano ·

Il tramonto del nucleare inizia dalla Francia

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A colloquio con Romolo Infusino, membro del direttivo scientifico dell’associazione Ambientevivo

30 giugno 2020

Mentre in Francia i Verdi assaporano il trionfo alle municipali, segnato dal secondo turno tenutosi domenica scorsa, chiude la centrale simbolo del nucleare in Francia e si discute sui rischi dell’impianto attualmente più importante d’Europa, con sede sempre in territorio francese a Gravelines. Si tratta dell’inizio di una nuova era, e non solo politica, ma a ben guardare il declino del nucleare è segnato più da motivi economici che da ragioni ecologiste, come ci spiega nella nostra intervista Romolo Infusino, già ricercatore dell’Enea e attuale membro del direttivo scientifico dell’associazione Ambientevivo, sottolineando che è tempo di nuove scommesse. Resta la sfida delle sfide indicata da Papa Francesco: una tecnologia a dimensione umana.

Il successo senza precedenti dei leader ecologisti segna un cambio di sensibilità, che bisognerà valutare quanto legato all’allarme pandemia. In ogni caso, la percezione dell’urgenza di ripensare il rapporto tra uomo e natura, come invocato cinque anni fa dall’enciclica di Papa Francesco Laudato si’, sembra farsi strada un po’ ovunque.

Proprio due giorni dopo il voto, con una di quelle combinazioni che la storia regala — le municipali infatti si sarebbero svolte ad aprile se non ci fosse stato il lockdown — la Francia assiste alla seconda operazione, dopo quella di febbraio, destinata a chiudere l’impianto per la produzione di energia nucleare più emblematico del Paese: la struttura di Fessenheim, in Alsazia, con due reattori Pwr da 880 Mw ognuno, i due più vecchi finora funzionanti nel Paese. E solo pochi giorni fa è arrivato l’avvertimento per l’impianto in piena funzione di Gravelines, nella regione di Hauts-de-France. È stata definita «a rischio esplosioni di origini esterne». È stata l’autorità francese di sicurezza nucleare (Asn) ad avvertire la Edf Energy, che gestisce l’impianto, del fatto che un potenziale incendio al vicino terminal del gas di Dunkerque, o su una nave che trasporti gas in mare nelle vicinanze, potrebbe compromettere i meccanismi di raffreddamento della centrale nucleare, portare al suo surriscaldamento e scatenare un disastro. Il richiamo è a proteggere meglio i reattori che devono essere resi «in grado di far fronte a un’esplosione esterna ad alta intensità». Un avvertimento del genere era già stato fatto nel 2015. Ci si chiede come si esprimeranno i candidati ecologisti che hanno conquistato grandi città come Lione, Bordeaux e Strasburgo, ma hanno vinto di fatto anche a Parigi e Marsiglia, seppure in modo indiretto imponendosi in accordi di governo.

In ogni caso, sembra proprio si debba parlare di tramonto del nucleare, che ha fatto la storia dell’energia in parte del dopoguerra. Dopo la crisi di Hiroshima, sono state avviate le centrali per produrre energia elettrica in primis negli Stati Uniti, poi la Francia ha sviluppato un sistema energetico — anche perché funzionale al relativo progetto militare — basato proprio sul nucleare che ha prodotto una grande quantità di energia. Il punto è che l’investimento ha presentato il suo conto. Si è partiti infatti dall’ipotesi che l’energia nucleare fosse più economica rispetto all’energia da combustibili fossili. Lo era se non si prendeva in considerazione il decommissioning, lo smantellamento, la chiusura del ciclo nucleare, che — ricorda Infusino — ha dei costi esorbitanti. Per cui il messaggio del ricercatore è chiaro: «L’energia nucleare va in pensione, oltre che per motivi di sicurezza, soprattutto perché non è più vantaggiosa dal punto di vista economico». Chiude il suo ciclo sulla base della valenza, della convenienza e dell’economicità.

A Infusino abbiamo chiesto in che modo questa sorta di evento-spartiacque del covid-19 abbia riportato l’attenzione sull’ambiente. Ricorda che sembra accertato che il coronavirus sia stato scatenato dal cattivo utilizzo di risorse alimentari di origine animale selvatica e sottolinea, quindi, che «l’attenzione all’ambiente è fondamentale per la salvaguardia della salute mondiale». Considerando che le realtà sono interconnesse, non si può dimenticare che qualsiasi pandemia in qualsiasi parte del mondo si diffonde ormai a una velocità inimmaginabile rispetto alle pandemie storiche che ci sono state.

E dunque Infusino focalizza la sfida centrale: «Il problema che si pone adesso è ripartire dal punto di vista economico, ridisegnare un nuovo progetto economico a livello nazionale e anche mondiale, basato sulla sostenibilità. Il covid-19 è un acceleratore di questo processo di cambiamento del sistema energetico e anche del sistema di produrre». Lo sguardo è di speranza: «Ritengo che d’ora in poi in qualsiasi organizzazione industriale, in qualsiasi rilancio di progetto industriale, venga fatta una valutazione su base delle sostenibilità, l’unica base che può dare un futuro al pianeta e anche al sistema produttivo industriale perché l’impatto non sia letale».

In definitiva, Infusino esprime una consapevolezza: «Il covid-19 è uno spartiacque. È stato una sciagura per l’umanità, ma è un momento di riflessione per ripensare una nuova umanità più rispettosa dell’ambiente, che possa progettare i suoi servizi — perché di servizi ne ha bisogno — nell’ambito di una convivenza con gli equilibri naturali anche sulla base di quanto il Santo Padre ha detto nella sua Enciclica Laudato si’, con la sua tanta attenzione sull’ambiente come rilancio di una nuova umanità».

Se l’orizzonte deve essere umanistico, la ricerca deve essere più concreta che mai. Infusino ci chiarisce le attuali potenzialità: «Le nuove tecnologie ci permettono orizzonti soft. Ciò che era pesante non ha più ragione di esistere. Le tecnologie informatiche faranno una rivoluzione su altre tecnologie soft, leggere, praticamente immateriali». E poi il già ricercatore dell’Enea indica una via precisa da imboccare: «Dal punto di vista energetico ritengo che vada valorizzato il progetto idrogeno, che vuol dire produrre energia senza inquinare l’ambiente. Ci sono progetti di ricerca per la produzione di idrogeno da fonti fotovoltaiche o da fonti rinnovabili ed è prevista la sua utilizzazione nel ciclo energetico, per uso industriale e nella mobilità». Si parla di auto elettrica e Infusino assicura: «Sta facendo progressi inimmaginabili prima. Ritengo che l’auto a idrogeno possa avere un futuro molto interessante per una mobilità a dimensione umana».

L’apertura alla tecnologia è confermata dalla stessa Laudato si’, in cui però Papa Francesco riprende il tema fondamentale della capacità della tecnologia di modificare la nostra percezione della realtà e il nostro rapporto con le persone e con la conoscenza. Il Papa avverte che all’origine di molte difficoltà c’è il fatto che il mondo occidentale utilizza il pensiero tecnico-scientifico come «paradigma di comprensione» per spiegare «tutta la realtà, umana e sociale». Spiega che «la specializzazione propria della tecnologia implica una notevole difficoltà ad avere uno sguardo d’insieme» e sebbene consenta di ottenere applicazioni concrete, «spesso conduce a perdere il senso della totalità, delle relazioni che esistono tra le cose». Non manca l’indicazione della via da percorrere pensando o ripensando qualunque tecnologia: «Ciascuna specializzazione — chiarisce Papa Francesco — dovrebbe tener conto di tutto ciò che la conoscenza ha prodotto nelle altre aree del sapere», riconoscendo anche gli «orizzonti etici di riferimento», senza i quali «la vita diventa un abbandonarsi alle circostanze condizionate dalla tecnica, intesa come la principale risorsa per interpretare l’esistenza».

di Fausta Speranza