· Città del Vaticano ·

Il richiamo antico alla condivisione

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg

A Rieti l’azienda agricola Tularù ha scommesso, vincendo, su un concetto diverso di produzione

17 giugno 2020

Miguel Acebes Tosti, semplicemente, ne aveva abbastanza. Di aerei e treni, riunioni e conti da far tornare, cene di lavoro e relazioni d'affari. Belle soddisfazioni, anche. Ma non quelle che alla fine contano. Come per esempio, vedere crescere i tuoi figli standogli accanto ora dopo ora, non solo ascoltandone il resoconto giornaliero a tarda serata, quando li metti a letto e gli dai il bacio della buonanotte. È stato così che lui, organizzatore di eventi teatrali, nel mezzo di una turnée in Brasile, ha deciso che era ora di cambiare. Ha alzato il telefono, ha chiamato a Milano la moglie, organizzatrice di eventi musicali, e, insieme con lei, ha preso un'altra strada, quella che conduceva, nella campagna reatina, alla vecchia fattoria di famiglia. Lì dove la nonna, all'ora di pranzo, richiamava a tavola gli adulti impegnati nei campi e i bambini che giocavano, con lo stesso grido usato da chissà quante generazioni: “Tularùuu”.

L'azienda agricola nata qualche tempo dopo, racconta Miguel Acebes Tosti, non poteva dunque non chiamarsi così: “Tularù”. Uno yodel, una parola che in realtà non significa niente, pur racchiudendo un mondo di relazioni, memorie, emozioni, valori che contano. «Ricordo questi pranzi come un momento molto bello di condivisione: vedevo gli adulti stanchi che organizzavano e commentavano il lavoro, discutevano e scherzavano; i bambini che giocavano spensierati. Erano momenti molto belli. Tularù era in sostanza, semplicemente, un richiamo alla condivisione». Quando la nonna è scomparsa lasciando in eredità la fattoria, per Acebes Tosti il primo impulso è stato quello di rendere l’immobile esistente un luogo ricettivo per spettacoli teatrali e musicali. Poi ci si è resi conto che era soprattutto la terra ad aver bisogno di cure. Di più: quella storia, quella comunità, reclamavano una benevola custodia e una rigenerazione. Oggi l'azienda agricola Tularù ha avviato un circuito virtuoso, dando vita a una filiera capace di far germogliare ricchezza e occupazione. Si è partiti con la riscoperta del grano antico di Rieti, un tipo di semenza abbandonata negli anni 30 del secolo scorso a favore di quella più adatta alla coltivazione intensiva. L'azienda produce così un pane biologico dal sapore antico, a lievitazione naturale, e la farina per l'ingrosso, alleva le mucche come si faceva una volta, in maniera naturale, alternando i terreni di pascolo. «Abbiamo 39 ettari, molti di bosco, è un terreno che va gestito e curato. Mentre ero in turnée in Brasile, nel 2014, è uscito un bando della Fondazione Garrone per progetti avviati da under 35 con l'obiettivo di rivalutare l'Appennino. Abbiamo presentato un'idea di massima, con quella siamo entrati in un gruppo di 15 e poi nei primi tre con il migliore business plan, vincendo il premio di 10000 euro e un anno di consulenza, oltre a tutto il percorso formativo che devo dire è stato effettivamente utile. Non venendo dal mondo agricolo, il primo imprinting lo abbiamo avuto lì».

Quello che nessuno ha insegnato al neoimprenditore, però, era proprio il presupposto che ha trasformato la sua idea in un'azione vincente: «Noi avevamo chiaro che volevamo prendere quel terreno per costruire una rete. Non è facile: se c'è stato uno spopolamento delle campagne un motivo c'è... Però quel progetto di riallacciamento dei rapporti con una comunità che si prende cura del territorio è una cosa che dà una soddisfazione molto difficile trovare in altri contesti. So che suona tutto n po' retorico, mi rendo conto. Ma si vede molto bene quello che intendo quando organizziamo momenti come la Festa della mietitura. Quest'anno purtroppo, a causa della pandemia, non sarà possibile, però ogni anno apriamo un campo di volontariato internazionale in collaborazione con una cooperativa di Roma che si chiama Lunaria. Vengono una decina di ragazzi da tutto il mondo e partecipano alla mietitura fatta a mano insieme ai “mastri mietitori”, gli anziani della zona. Il pomeriggio poi ci sono incontri, laboratori, spettacoli, concerti, e lì riprendiamo un po' il nostro vecchio lavoro, che comunque continua a piacerci, e si crea un bel momento di condivisione reale, nel senso che poi molte persone venute per apprendere sono anche quelle che magari l'anno dopo comprano il pane». Insomma, non si punta ad attirare solo clientela, ma a ricostruire una comunità che sia cosciente dell'importanza del lavoro locale, del significato e delle conseguenze che sono dietro l'azione di acquistare un prodotto. È un esempio di ribaltamento della logica tradizionale del mercato: non si produce domanda, la si qualifica. La convergenza con gli argomenti della Laudato si’ è evidente. In fondo si tratta delle naturali intese fra uomini di buon senso. Anche il vescovo di Rieti, Domenico Pompili, ha notato gli effetti benefici che “Tularù” sta avendo non solo sotto il profilo dello sviluppo economico ma anche sul tessuto sociale e ne ha più volte incoraggiato l’attività e sottolineato il valore.

«Di base ovviamente produciamo alimenti – spiega ancora Miguel Acebes Tosti — con tecniche che abbiamo appreso da persone alle quali abbiamo chiesto una mano. Abbiamo trovato una sponda fantastica in Deafal, una ong italiana che si occupa di agricoltura organica rigenerativa, usata per rigenerare il terreno. Utilizziamo il carbonio che si forma nel forno in cui facciamo il pane, utilizziamo il cippato delle potature, facendo il termocompost: il cumulo di cippato sviluppa calore, che utilizziamo per scaldare in parte l'acqua, e poi lo portiamo nell'orto, dove rappresenta una riserva fantastica perchè fa da spugna nel terreno e lo mantiene a temperatura costante, assorbe acqua che rilascia nel momento in cui non ce n'è ed è simile al substrato boscoso (che è il più efficiente nell'ecosistema e che cerchiamo in po' di imitare). Sono tecniche che vanno tutte nella direzione della sostenibilità. Ma in più noi abbiamo sempre creduto che la sostenibilità senza condivisione non può esistere. Per cui facciamo laboratori, corsi di istruzione, l’iniziativa “Scuolanatura”: soggiorni di una settimana in tenda per i bambini».

È un modo completamente diverso di intendere l'economia, sganciandola dalle logiche finanziarie. Oggi il grano viene quotato alla borsa di Chicago e poi da lì nelle altre borse alimentari del mondo (in Italia a Bologna). Il prezzo quindi viene stabilito secondo logiche che non hanno alcun collegamento con il territorio di produzione. «Il grano — spiega ancora l'imprenditore — è ormai diventata una commodity scollegata dalla realtà. Per questo molte volte, a luglio, assistiamo alle manifestazioni di protesta delle associazioni di categoria, che si lamentano giustamente perchè il prezzo è troppo basso. Questo accade anche perché parliamo di un tipo di modello produttivo pensato per le grandi estensioni di terra, per il Canada, per l'America e per la Russia, dove sui campi si utilizzano aerei per passare diserbanti e concimi. E dove quindi i costi di produzione si abbassano. Noi invece abbiamo costruito una filiera concordata con diversi soggetti del territorio, siamo arrivati a 25 aziende del territorio stabilendo un prezzo equo accettabile per agricoltori e acquirenti all'ingrosso, raggiungendo gli 80 euro a quintale per un prodotto più povero di glutine, quindi un po' più difficile da lavorare, ma più digeribile e che non favorisce le intolleranze alimentari. Sono 80 euro che rimangono nel territorio: tradotti in farina significano un euro e 50 all'ingrosso. È un concetto del suolo diverso: perché la responsabilità del territorio è di tutti. È chiaro che così il prezzo del pane arriva 5 euro al chilo ma si tratta di un pane cotto a legna, fatto con grano biologico, lievitato con pasta madre. Ed è un prezzo comunque anche al di sotto di alcuni mercati come Roma, Milano o Bologna, dove un pane del genere arriva a 8 euro al chilo anche a motivo di ondate speculative e di moda. Quindi, a chi dice che il prezzo è alto spieghiamo che è quello che consente di salvaguardare il territorio, di limitare l'emissione di Co2, di fare ecosistema. Fortunatamente questa cosa è stata molto ben capita dalla nostra comunità. Nel momento in cui la domanda non è “Dammi il pane” ma “dammi un pane che non faccia male al futuro dei miei figli”, il discorso cambia un po'. Tutti i danni che sono stati fatti negli ultimi 50 anni di agricoltura li stiamo pagando adesso in maniera molto evidente. Ormai è comunemente riconosciuto che anche la pandemia che stiamo vivendo è legata allo squilibrio fra i sistemi, con il sovrasfruttamento delle risorse naturali, la deforestazione, la mancanza di habitat per le altre specie. L'unica via è quella di non concentrarsi solo sul prezzo. Perchè la domanda si sta spostando non sul prodotto ma sul processo».

Naturalmente tutto questo discorso si traduce in una serie di azioni e implicazioni di grande complessità, a partire da una capacità relazionale non indifferente. «Certe scelte sicuramente possono essere difficili. Ma vorrei che si capisse che c'è sempre un valore dietro a quello che facciamo, una responsabilità condivisa da tutti noi, lo stesso spazio, la stessa terra, lo stesso “creato”, se vogliamo metterla sotto un altro aspetto. Tutte le nostre azioni lasciano sempre un'impronta. E chi decide di avviare un'azienda agricola, se riesce a rendersi conto di questa responsabilità, può avere dei risultati, e delle soddisfazioni, impagabili».

di Marco Bellizi