· Città del Vaticano ·

Il dialogo ecumenico guidato dallo Spirito

Vetrata sulla Pentecoste, opera di fratel Éric de Saussure nella chiesa della Riconciliazione a Taizé

Nel 60° anniversario del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani

13 giugno 2020

Sessant’anni fa, un atto ispirato del santo Papa Giovanni XXIII mise in moto un mutamento che prese immediatamente forza e determinò una nuova direzione nella vita concreta della Chiesa cattolica in rapporto alle altre Chiese e Comunioni cristiane. L’istituzione del Segretariato per l’unità dei cristiani (ora Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani) era parte integrante di quell’aggiornamento di cui il cattolicesimo sentiva un grande bisogno ormai da tempo. Il Segretariato, sotto la guida del suo primo presidente, il cardinale Augustin Bea, fu incaricato di portare all’ordine del giorno del concilio, tra le altre cose, la pressante questione del superamento delle secolari divisioni e rivalità nel mondo cristiano, e il ristabilimento di quella unità voluta dal Signore stesso: Ut unum sint (Giovanni, 17, 21). Questo peculiare compito si presentava come una sfida davvero difficile. Affinché i cattolici potessero impegnarsi nel movimento ecumenico, che già andava strutturandosi tra protestanti e ortodossi, era necessario un cambiamento radicale di prospettiva sulla Chiesa, come pure sulla natura e sul valore delle altre comunità cristiane. Ci dimentichiamo facilmente che la grande maggioranza dei vescovi radunatisi nella basilica di San Pietro l’11 ottobre del 1962 per dare inizio al concilio, a causa della loro formazione, nutrivano la convinzione che fuori dalla Chiesa cattolica esistessero solo scisma ed eresia.

Il grande miracolo, dono epocale di Dio alla Chiesa, consisté nel fatto che, nei soli quattro anni del concilio, quegli stessi vescovi giunsero a una visione della Chiesa profondamente rinnovata, che in quel momento e anche in seguito poteva apparire una novità preoccupante, ma che di fatto non era altro che la riappropriazione di dinamiche ecclesiali fermamente radicate nella più pura tradizione della Chiesa di sempre. In questa rinnovata visione ecclesiologica, i padri conciliari giunsero a riconoscere che le altre Chiese e Comunioni cristiane «nel mistero della salvezza non son affatto spoglie di significato e di valore» (Unitatis redintegratio, 3). Anzi, «lo Spirito di Cristo non ricusa di servirsi di esse come di strumenti di salvezza» (ibidem). Di conseguenza, il dovere di ristabilire l’unità dei discepoli di Cristo si rivelò come un’esigenza irrinunciabile.

La storia dell’influenza che il Segretariato (Pontificio Consiglio) ebbe su questi sviluppi durante e dopo il concilio è ben documentata ed è ciò che ricordiamo e che celebriamo in questo sessantesimo anniversario. Nel corso degli anni, le relazioni fraterne con gli altri cristiani e i dialoghi teologici volti a superare le divisioni si sono moltiplicati con abbondanti risultati, fino a trasformare profondamente la fisionomia stessa del mondo cristiano. Qui però ci limitiamo a una breve riflessione su un aspetto della ricerca dell’unità, che potrebbe sembrare un po’ tecnico, ma che illustra bene il cammino che lo Spirito Santo va aprendo al movimento ecumenico e che, ci sembra, comporta per il futuro una sfida ecumenica capitale: il concetto stesso di dialogo.

La metodologia del dialogo che matura

Già nel 1965, quando l’allora Segretariato per la promozione dell’unità dei cristiani si accingeva a tradurre nella pratica l’invito espresso dal concilio Vaticano II di avviare relazioni ecumeniche con le altre Chiese e Comunioni ecclesiali, il Gruppo misto di lavoro (Gml) tra la Chiesa cattolica e il Consiglio ecumenico delle Chiese studiava la questione della metodologia da seguire nel dialogo ecumenico. Nel 1967, il Gml pubblicò i risultati di tale riflessione in un documento di lavoro (cfr. Service d’informations, 1967/3, pagina 27). Tre anni dopo, anche il Segretariato per la promozione dell’unità dei cristiani produsse un testo contenente «riflessioni e suggerimenti riguardanti il dialogo ecumenico» (cfr. ibidem, 1970/iv, pagina 5). I due documenti, nella loro complementarità, hanno fornito per diversi decenni una solida base e un utile riferimento alle commissioni di dialogo. Con il passare del tempo, tuttavia, emerse la necessità di chiarire ulteriormente il concetto di dialogo. Entrambi i documenti sembrano infatti oscillare tra due nozioni di dialogo: da un lato, il dialogo inteso come ricerca comune di una più profonda comprensione della verità nel tentativo di pervenire a un accordo; dall’altro, il dialogo visto come sforzo volto a rendere manifesta e a esprimere la comunione reale, seppur incompleta, che già esiste tra comunità divise sulla base della comune grazia battesimale e di altri elementi della Chiesa fondata dal Signore.

La questione cruciale era quella di capire se il dialogo è fondamentalmente un discorrere teologico, con la speranza di scoprire che si è d’accordo senza averlo saputo prima, oppure se è l’acquisizione di un “qualcosa della Chiesa” che forse giaceva nell’ombra ma che il dialogo fa venire alla luce e che permette ai partner di scoprirsi più vicini di quanto credevano, perché portatori di uno stesso dono comune di grazia. Su questo fondamento, il dialogo ha prodotto molti frutti. Tuttavia, esso rimaneva prevalentemente al livello accademico, come scambio di idee tra i vari interlocutori. Non di rado gli accordi raggiunti rispondevano a problematiche relative a controversie storiche e si aveva talvolta l’impressione che si trattasse di una questione interna tra specialisti. Di conseguenza, i passi avanti sembravano poco rilevanti per la vita dei fedeli e difficilmente venivano recepiti. Da qui, la necessità di perfezionare il concetto di dialogo affinché i risultati possano essere tradotti in un’esperienza concreta di vita ecclesiale, quale testimonianza comune e servizio d’amore solidale.

Venticinque anni fa, nell’enciclica Ut unum sint, Papa Giovanni Paolo II ha arricchito il concetto di dialogo ecumenico, conferendogli un’ulteriore dimensione. L’enciclica iscrive infatti il dialogo nel contesto di una profonda visione antropologica: il dialogo non è solo uno scambio di idee, ma è un dono di sé all’altro, compiuto in maniera reciproca come atto esistenziale. Prima di parlare del dialogo come un modo di superare i dissensi, l’enciclica ne sottolinea la dimensione verticale. Il dialogo non si svolge semplicemente a un livello orizzontale, ma ha in sé una dinamica trasformatrice in quanto cammino di rinnovamento e di conversione, incontro non solo dotto ma anche spirituale che permette «uno scambio di doni» (nn. 28 e 57). Dunque, il dialogo comporta necessariamente un esame di coscienza e una purificazione del cuore e della memoria, che conducono a un mutuo riconoscimento e superamento dei “peccati contro l’unità”, sia personali che sociali e strutturali. «La dimensione verticale del dialogo sta nel comune e reciproco riconoscimento della nostra condizione di uomini e donne che hanno peccato. È proprio esso ad aprire nei fratelli che vivono entro comunità non in piena comunione fra di loro quello spazio interiore in cui Cristo, fonte dell’unità della Chiesa, può agire efficacemente, con tutta la potenza del suo Spirito Paraclito» (n. 35).

Il dialogo presuppone dunque una genuina volontà di riforma, per via di una più radicale fedeltà al Vangelo e il superamento di ogni vanità ecclesiale. Se non vogliamo che il movimento ecumenico si avVII verso un irreversibile declino, è necessario che questo processo di rinnovamento non sia solo un fatto personale, ma che venga accettato anche dalle Chiese e Comunioni ecclesiali in dialogo; esso richiede coraggio da parte di tutti, anche da parte di noi cattolici.

La metodologia del dialogo che coinvolge

Con la convinzione di chi ha sempre coltivato amicizie tra i fratelli e le sorelle delle altre Chiese e comunità ecclesiali, ed è stato attivo nel dialogo in tutta la sua vita di teologo e di pastore, Papa Benedetto XVI ha contribuito ulteriormente ad approfondire il concetto di dialogo. Innanzitutto, ha chiarito che lo scambio di doni ecumenici non può essere la conseguenza di un soppesare vantaggi e svantaggi per arrivare a un compromesso. Questo modo di pensare e di operare sarebbe un fraintendimento politico della fede e dell’ecumenismo. Davanti al grande problema dell’assenza di Dio nella società, Papa Benedetto XVI ha invitato a leggere l’intero compito ecumenico non in termini di una secolarizzazione tattica della fede, ma di una fede ripensata e vissuta in modo nuovo, mediante la quale Cristo, e con Lui il Dio vivente, entra in questo nostro mondo attuale. In effetti, i doni ecumenici tra i cristiani non sono solo idee e strutture ecclesiali, ma sono essenzialmente «un sempre più profondo penetrare nella fede mediante il pensiero e la vita», da proseguire insieme. Secondo Benedetto, occorre andare oltre l’età confessionale in cui si guarda per lo più ciò che separa, per entrare nell’era della comunione «nelle grandi direttive della sacra Scrittura e nelle professioni di fede del cristianesimo antico» e «nell’impegno comune per l’ethos cristiano di fronte al mondo» (cfr. Discorsi a Erfurt, Germania, 23 settembre 2011).

Nella linea dei suoi predecessori, Papa Francesco ha parlato spesso del dialogo ecumenico come uno scambio di doni. Lo fa però in un duplice atteggiamento, che è diventato lo stile dell’ecumenismo al tempo di Francesco: la sana impazienza di quanti pensano che dovremmo impegnarci di più, e la convinzione che l’unità dei cristiani esige la volontà di imparare gli uni dagli altri, senza attendere che siano gli altri a imparare prima da noi (cfr. Omelia del 25 gennaio 2017). Tale atteggiamento ecumenico comporta una visione alta, teologica e spirituale della comunione già esistente tra i cristiani: «Anche quando le divergenze ci separano, riconosciamo di appartenere al popolo dei redenti, alla stessa famiglia di fratelli e sorelle amati dall’unico Padre» (Omelia del 25 gennaio 2018). Un simile ecumenismo comporta la rinuncia alla convinzione che la nostra via è l’unica possibile, per cominciare a pensare, a giudicare e a operare nella prospettiva dell’intera famiglia cristiana, dove tutti i battezzati hanno una fede comune, e ciascuno apporta i propri doni di grazia a tutti gli altri.

Certamente, in questa prospettiva, affiora subito una domanda: cosa fare delle differenze tra le varie Chiese e Comunioni separate? Forse, come suggeriscono alcuni, dopo decenni in cui ci si è dedicati soprattutto alla riscoperta di ciò che ci accomuna, è giunto il momento di una revisione complessiva della metodologia ecumenica per via di una «nuova ermeneutica delle differenze» (cfr. Placido Sgroi, Verso un ecumenismo narrativo, in «Quaderni di studi ecumenici», 37, 2018, pagine 11 e seguenti). Si tratterebbe di discernere fino a che punto le differenze tra le Comunioni possano essere considerate complementari e non irriducibilmente contraddittorie. Forse è questa la sfida capitale che determinerà il progresso oppure lo stallo del movimento ecumenico negli anni a venire. D’altra parte, nei suoi sessanta anni di vita, il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani è testimone di come lo Spirito Santo abbia incessantemente guidato il cammino del ristabilimento dell’unità dei cristiani con risvolti e risultati sorprendenti. Lo farà ancora. «Colui che sedeva sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”» (Apocalisse, 21, 5).

di Brian Farrell
Vescovo segretario del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani