· Città del Vaticano ·

Il cinismo e la generosità dell’italiano medio

Alberto Sordi in «Tutti a casa»  di Luigi Comencini (1960)

A cento anni dalla nascita di Alberto Sordi

15 giugno 2020

Roma, 1920. Sul lato “de noantri” della città, «al civico 7 di una casa che non c’è più», come recita la targa in suo ricordo, nasce Alberto Sordi. È il 15 giugno, il rione “de noantri” è Trastevere — tutti gli altri romani, in primis i monticiani, sono i “voartri”, quelli che stanno sulla sponda opposta del fiume — e la targa citata è all’altezza del civico 12 di via San Cosimato, dirimpetto a un edificio scomparso nel 1929. Scomparso come il popolo che cento anni fa viveva sotto il sole di Roma, “signorinaie”, “fagottari”, “saponari”, serciaroli”, “lavannare”, “monnezzari” e, per dirla con il Gadda del Pasticciaccio, «statali de ottavo grado ma pronti a zompa’ ner settimo».

In quel giorno dell’alba degli anni Venti del Novecento viene invece alla luce un pupo che sarà attore, autore, comico, cantante, regista... O, per sintetizzare, «un genio, sicuramente l’attore più straordinario che esista oggi in tutto il mondo», avrebbe affermato senza mezzi termini qualche decennio dopo Rodolfo Sonego, il grande sceneggiatore bellunese trapiantato a Roma che per lungo tempo collaborò nella scrittura di numerosi film del suo amico Sordi. Una filmografia, quella dell’attore e regista capitolino, che in totale conta quasi duecento pellicole, alla cui realizzazione lavorarono, tra gli altri, uomini di cinema del calibro di De Sica, Fellini, Zavattini, Scola, Monicelli, Lattuada, Steno, Zampa, Risi, Comencini, Soldati, Magni...

Moltissimo è stato scritto su Alberto Sordi. Tantissimo, forse tutto, è stato detto intorno alle sue interpretazioni della “mostruosità” dell’italiano medio, alla traduzione cinematografica del cinismo, dell’opportunismo, delle ipocrisie, debolezze, generosità, paure, viltà del popolo del Bel Paese. Ma anche sul modo in cui ha rappresentato la sua istintiva e impetuosa generosità, che qualche volta può costargli la vita e magari, «per una lagrimetta», come il Bonconte dantesco, guadagnargli all’ultimo momento il Paradiso. Una capacità di introspezione del “carattere nazionale”, se mai esista, davvero prodigiosa, la cui più profonda chiave di lettura è forse rintracciabile nella parola “simpatia”, come accennò una volta il regista Furio Scarpelli: «Sordi prendeva in giro una parte di quegli stessi spettatori e faceva questo per due motivi. Primo perché era spinto dall’interesse per la società, non faceva che osservare i vicini, quelli che passavano per strada e quelli che riusciva a sentire con i suoi orecchi e che gli arrivavano al cuore e alla mente (...). L’altro motivo è la simpatia. Ecco, la grande forza etica di Sordi è difficile incontrarla e descriverla in modo convincente... Dietro c’era un grande amore per il mondo».

Mondo che Sordi osservava da una prospettiva assai privilegiata: Roma, appunto. Un’inquadratura in campo lungo la cui fecondità si comprende bene leggendo A Roma con Alberto Sordi. Da Trastevere a Kansas City (Roma, Giulio Perrone, 2020, pagine 144, euro 18), nelle cui pagine appena pubblicate lo scrittore e traduttore Nicola Manuppelli, nel dare conto delle proprie esplorazioni nei luoghi della vita e della carriera professionale dell’attore capitolino, finisce per comporre un baedeker di appunti e riflessioni volutamente frammentari ma che via via si dispongono a formare una suggestiva e completa biografia sordiana, dalle prime prove nei teatri di rivista — Valle, Quirino, Argentina — alle performance radiofoniche — il Conte Claro, Mario Pio —, dal mestiere di doppiatore — l’inimitabile voce di Ollio, tra le altre — all’approdo al cinema, con un inizio difficile superato grazie a una “tigna” (in romanesco “testardaggine”) premiata poi da un sempre crescente successo, a partire dal magnifico Un giorno in pretura, del 1953, in cui fa la sua prima travolgente apparizione Nando Meniconi, alias Santi Bailor, il folle protagonista di Un americano a Roma dell’anno successivo.

Il libro di Manuppelli è anche un viaggio nella storia del Novecento: dalla prima guerra mondiale al fascismo e al secondo dopoguerra (eventi magnificamente raccontati nella grande trilogia La grande guerra, Tutti a casa e Una vita difficile), dal miracolo economico (Il boom) alla dismissione della prima Repubblica (in qualche modo preconizzata nel 1984 con Tutti dentro), dalla fine del secolo breve ai primissimi vagiti del successivo, quello in cui viviamo, che Sordi fece appena in tempo a intravvedere. Un libro deliberatamente non filologico ed esplicitamente “partigiano”, in cui l’autore non si perita di manifestare la profonda simpatia — eccola, ancora, la parola-chiave — per il protagonista.

Le citazioni e gli aneddoti di colleghi e collaboratori dell’attore disseminati in queste pagine aiutano anche ad accostarsi alla sua vita privata, ma con la discrezione e la delicatezza che eserciterebbe un vero amico. Non è semplice l’esistenza di un uomo di successo, e la popolarità, per chi la sperimenta quotidianamente, è anche uno stimolo alla tenace difesa della propria spesso residuale intimità. Così ha fatto Sordi, dal poeta Pasquale Panella assimilato alla villa di via Druso, abitata dall’attore dal 1958 fino alla morte, nel 2003. Un edificio nel cuore della città, accanto alle Terme di Caracalla, una casa che Panella — di cui il libro ospita una sorprendente postfazione in romanesco nella quale immagina dieci film che il regista non realizzò ma che, potendo farlo, avrebbe girato — effigia in un fulmineo distico di ossimori: «Pubblica e privata. / Popolare e riservata». Proprio come chi vi risiedeva. La gente che le passa vicino sa che è sempre stata la dimora di uno di loro. Di uno che ha osservato e raccontato in modo inimitabile, senza falsi moralismi o conniventi indulgenze, le debolezze e i difetti degli uomini, il loro contraddittorio cuore da sempre ferito, uno che in fondo col proprio lavoro ha saputo regalare a tutti, “noantri e voantri”, una sorridente, piccola, benedetta speranza. E anche “una lagrimetta” che avvicina il cielo.

di Paolo Mattei


Testimonianze di amici e colleghi in un documentario


Andato in onda in prima serata su La7 lo scorso 11 giugno, e approdato su Sky Arte il giorno successivo, il bel documentario del regista Fabrizio Corallo intitolato Siamo tutti Alberto Sordi? offre una ricchissima antologia di voci e immagini che ripercorrono la vicenda professionale e umana del grande attore romano. Nei novanta minuti del lavoro di Corallo (prodotto in occasione del centenario della nascita di Sordi da Dean Film, Surf Film e Istituto Luce-Cinecittà), alle numerose testimonianze di attori, registi, critici, giornalisti, intellettuali interpellati per la produzione del film – tra i quali Renzo Arbore, Carlo e Luca Verdone, Goffredo Fofi, Michele Serra, Pierfrancesco Favino, Walter Veltroni, Vincenzo Mollica – si avvicendano con ritmo sostenuto filmati di repertorio, spezzoni di pellicole, materiale inedito, interviste ricche di pareri e giudizi su vita e opere del protagonista. Ovviamente la domanda del titolo resta sostanzialmente e prevedibilmente inevasa, perché l’uomo non coincide con i personaggi che ha incarnato sul set, e i panni che ha indossato nella sua lunga carriera cinematografica, al di là di un’eventuale e sempre un po’ forzata idea di “identità nazionale”, sono i più vari. Forse si potrebbe rispondere che in ognuno di noi c’è un po’ di Alberto Sordi. Del resto, siamo stati tutti abituati a conoscerlo anche come l’“Albertone nazionale”, e la “storia di un italiano” che ha scritto negli anni con le sue pellicole ambiva a raccontare spettacolarmente anche la storia con la esse maiuscola del Bel Paese. Ma, oltre alla riconferma della capacità testimoniale del suo lungo lavoro cinematografico, è proprio l’umanità della persona a emergere con grande intensità nel documentario di Corallo. Gli accenni alla morte della sorella Savina, per esempio, nel 1972, e il conseguente, e da quel momento sempre più evidente, rarefarsi della sua presenza nelle occasioni mondane, ne sono un esempio. Così come i racconti di chi gli è stato vicino non solo per lavoro, come Carlo Verdone, che non sa trattenere la commozione mentre ricorda che «Alberto mi ha voluto un gran bene». E, ancora, il richiamo fatto da qualcuno alla sua assoluta contrarietà nel far sapere in giro delle sue abituali e consistentissime elargizioni economiche per opere di beneficenza. Quelle, confidava, erano le rate per la «mia suite in Paradiso». (paolo mattei)