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I primi passi del cammino

«L’Osservatore Romano» del 5 giugno 1960 con il testo del Motu proprio di Giovanni XXIII che istituisce il Segretariato per l’unità dei cristiani

Sessanta anni fa Giovanni XXIII istituiva il Segretariato per l’unità dei cristiani

04 giugno 2020

Pubblichiamo uno stralcio tratto da «Unità dei cristiani: dovere e speranza», a cura del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2010, pagine 141) in cui si ricorda la nascita, 60 anni fa, di quello che allora venne chiamato Segretariato per l’unità dei cristiani.

L’annuncio di Papa Giovanni XXIII, il 25 gennaio 1959, durante un’allocuzione rivolta ai cardinali al termine della celebrazione liturgica nella basilica di San Paolo fuori le mura, di voler convocare un Concilio ecumenico che tra le sue finalità avesse anche il ristabilimento dell’unità con le comunità separate, come si usava dire allora, suscitò molte speranze, ma anche malintesi e congetture di ogni genere. Cosa intendeva esattamente il Papa per Concilio ecumenico? Si trattava di un concilio di tutta la Chiesa cattolica sparsa nel mondo o di un concilio al quale sarebbero state invitate a partecipare anche le Chiese non cattoliche? L’invito a ricercare l’unità rivolto alle comunità separate preludeva forse ad un tentativo unionistico come era accaduto nei concili di Lione e di Firenze?

A questi interrogativi di grande importanza per i risvolti ecumenici del futuro concilio non furono date immediatamente delle risposte. Lo stesso Papa avrebbe precisato solo progressivamente il senso del suo annuncio. Tuttavia si avvertiva una oggettiva difficoltà nell’affrontare il rapporto con i cristiani non cattolici. In quell’epoca, non esisteva nella Chiesa cattolica un organismo autorevolmente deputato a curare le relazioni con le altre Chiese e comunità ecclesiali, in grado di chiarire quali fossero le intenzioni di Giovanni XXIII. L’assenza di un tale organismo era ancora più evidente da quando nel 1948 era stato fondato il Consiglio ecumenico delle Chiese che rappresentava numerose confessioni cristiane di occidente e di oriente. Questo vuoto istituzionale era colmato principalmente dalla Congregazione del Sant’Uffizio, la quale, però, interpretando il movimento ecumenico essenzialmente come una fonte di pericolo per l’integrità della dottrina e per la salvaguardia della tradizione, si limitava ad esercitare un rigido controllo di tutte le attività connesse ai rapporti con cristiani delle diverse confessioni (cfr. il Monitum del Sant’Uffizio Cum Compertum [1948], che ribadiva il divieto per i cattolici di partecipare a riunioni miste di carattere ecumenico senza la previa autorizzazione da parte dell’autorità ecclesiastica, secondo quanto era stato sancito nell’enciclica Mortalium animos [1928]. Si veda anche l’istruzione del Sant’Uffizio Ecclesia Catholica [1950] e l’enciclica Humani generis [1950]). Un qualche ruolo nei contatti con i cristiani delle Chiese ortodosse aveva la Congregazione della Chiesa orientale.

Nel corso degli anni cinquanta vi erano stati vari tentativi di superare questa empasse. Si era considerata la proposta di creare un organismo cattolico con finalità ecumeniche che avesse preoccupazioni più pastorali che dottrinali. Tale organismo avrebbe dovuto coordinare le iniziative ecumeniche dei pochi cattolici che si occupavano di questi temi, venendo a rappresentare un interlocutore credibile per i cristiani non in piena comunione con la Chiesa cattolica. Nel 1952 il prelato olandese Johannes Willebrands fondò la Conferenza cattolica per le questioni ecumeniche che organizzava annualmente incontri con i rappresentanti dei più importanti centri ecumenici cattolici. Willebrands riferiva al cardinale Ottaviani, prefetto del Sant’Uffizio, sull’attività della Conferenza, la quale tuttavia non ebbe mai un’approvazione ufficiale da parte di Roma. L’annuncio della convocazione del concilio mostrò ancora una volta quanto fosse urgente un’iniziativa di questo genere.

Nei primi mesi del 1960 vari suggerimenti da parte di episcopati e di personalità competenti arrivarono a Roma. Tra le proposte, giunse da più parti quella di creare un’apposita commissione per promuovere l’unità dei cristiani. Una di queste, particolarmente significativa, proveniva dalla Germania.

La spinta immediata venne dal cosiddetto incidente di Rodi. Nell’agosto 1959 si teneva a Rodi la riunione del comitato centrale del Consiglio ecumenico delle Chiese. Da parte cattolica erano presenti, in qualità di giornalisti — l’unica forma di presenza consentita in quel tempo dall’autorità della Chiesa cattolica —, monsignor Johannes Willebrands e padre Jean–Christophe Dumont. Quest’ultimo pensò di approfittare dell’occasione per organizzare un incontro amichevole con alcuni teologi ortodossi. L’iniziativa, concepita come un incontro puramente privato, fu interpretata, sia dalla stampa che dai dirigenti del Consiglio ecumenico delle Chiese, come un tentativo ufficiale di creare nuovi rapporti tra cattolici e ortodossi per allontanare questi ultimi da Ginevra, e provocò una forte reazione del Consiglio ecumenico stesso. Come conseguenza, fu disdetto un incontro ad Assisi tra rappresentanti del Consiglio ecumenico e della Chiesa cattolica, previsto per l’ottobre 1959, e venne altresì annullato un colloquio teologico misto tra cattolici e ortodossi programmato per il 1960 a Venezia. In tale situazione, si sentì molto la mancanza di un organismo cattolico che potesse intervenire in modo ufficiale per chiarire i malintesi.

L’incidente di Rodi indusse l’arcivescovo di Paderborn, monsignor Lorenz Jäger, a scrivere nell’autunno del 1959 al gesuita padre Bea, di origine tedesca ma da tanti anni a Roma, rimarcando la necessità di dotare la Curia romana di un ufficio competente per l’ecumenismo. Nel giro di poco tempo Bea e Jäger coinvolsero anche monsignor E. Stakemeier, direttore dell’Adam Möhler Institut di Paderborn, con il preciso compito di formulare una proposta concreta. Agli inizi del 1960, qualche settimana dopo la nomina di Bea a cardinale, avvenuta il 16 dicembre 1959, Jäger poteva inviare al suo illustre concittadino un piano per la creazione di una Commissio pro motione oecumenica.

Nei mesi successivi, il cardinale Bea studiò con attenzione il progetto e diede a Jäger alcuni consigli per una elaborazione più accurata. Fu il cardinale Bea a proporre che fosse omesso il termine “oecumenica” che poteva suscitare qualche incomprensione nell’ambiente della Curia romana, e che si usasse al suo posto l’espressione “pro unitate Christianorum promovenda”.

In data dell’11 marzo 1960, il cardinale Bea trasmise a Giovanni XXIII la domanda per l’erezione di una pontificia commissione per promuovere l’unità dei cristiani, firmata da Jäger, accompagnandola con una propria lettera. La reazione del Papa fu positiva e sorprendentemente rapida. Appena due giorni più tardi, il 13 marzo, Giovanni XXIII comunicò al cardinale Bea il suo accordo di massima ed il desiderio di discuterne alcuni particolari, il che avvenne in una udienza privata concessa lo stesso giorno. Nel colloquio, il Papa disse a Bea che sarebbe stato nominato presidente della nuova commissione. All’indomani, Giovanni XXIII appuntava sulla lettera del cardinale Bea dell’11 marzo: «Presa intelligenza con card. Segretario di stato e con card. Bea (12 e 13 marzo). Si faccia come proposto. Il card. Bea sia il presidente della Pont[inficia] Comm[issione] proposta: risponda e prenda accordi col Vescovo di Paderborn. Prepari tutto, ma quanto a pubblicazione ufficiale si attenda a dopo Pasqua, mettendosi in linea colle altre Commissioni che si verranno nominando sopra le diverse materie del Concilio. Ita. Die XIV martii 1960. Io. XXIII» (nota di Giovanni XXIII riportata in Giovanni XXIII, Lettere 1958-1963, a cura di Loris Capovilla, Roma 1978, pp. 495-496).

Da una testimonianza del cardinale Bea sappiamo che qualche settimana più tardi, dopo un’adunanza della Sacra Congregazione dei riti, alla presenza del Papa, questi chiamò lo stesso cardinale Bea per dirgli che il nuovo organo, anziché “commissione”, avrebbe dovuto preferibilmente chiamarsi “segretariato”, di modo che esso potesse più liberamente muoversi nel campo piuttosto nuovo ed insolito assegnatogli.

Il 30 maggio 1960, dopo il Concistoro semipubblico per la canonizzazione del beato Giovanni de Ribera, il Papa radunò i cardinali nella biblioteca privata per ragguagliarli sull’imminente pubblicazione delle commissioni preparatorie del concilio. Menzionò anche l’istituzione di «alcuni Segretariati», in primo luogo di quello per l’unione dei cristiani, aggiungendo di ritenere che il cardinale Bea certamente avrebbe guidato bene il nuovo organismo. Fu l’unico nome menzionato in tutto il discorso, e peraltro omesso nel testo ufficiale pubblicato. Il Papa l’aveva aggiunto spontaneamente.

Fu così che con il motu proprio Superno Dei Nutu, pubblicato il 5 giugno 1960, festa di Pentecoste, venne istituito un Segretariato ad unitatem Christianorum fovendam. Il giorno dopo, il 6 giugno, furono nominati i presidenti delle Commissioni e del Segretariato. Ecco come vengono descritti nel motu proprio il Segretariato e il suo compito: «Per mostrare in maniera speciale il Nostro amore — diceva il Papa — e la Nostra benevolenza verso quelli che portano il nome di cristiani, ma sono separati da questa Sede Apostolica, e perché possano seguire i lavori del Concilio e trovare più facilmente la via per raggiungere quella unità che Gesù Cristo ha implorato dal Padre celeste con ardente preghiera, Noi abbiamo istituito un Comitato [coetus] o Segretariato». La descrizione, piuttosto scarna e generica, creerà più tardi qualche ambiguità riguardo alla competenza del Segretariato nel preparare degli schemi per il concilio. Solo per citare un esempio del clima di incomprensione che circondava il Segretariato agli inizi, è noto che, durante il periodo di preparazione al concilio, il padre S. Tromp, segretario della Commissione teologica, ebbe a dire a monsignor Willebrands a proposito appunto del Segretariato: «Che cosa volete? Siete solo un ufficio informazioni».

La nomina del cardinale Bea a presidente del Segretariato suscitò qualche sorpresa nel mondo ristretto dei pionieri dell’ecumenismo. Agostino Bea, gesuita tedesco, era stato creato cardinale da Giovanni XXIII il 16 novembre 1959 all’età di 79 anni. Era noto per la sua attività di professore e poi rettore dell’Istituto biblico, per la sua attività di consultore in diverse Congregazioni e, soprattutto, per essere stato il confessore di Pio XII. Nessuno metteva in dubbio le qualità intellettuali e le doti di intelligenza e duttilità di Bea, ma nessuno lo aveva mai visto partecipare a riunioni o convegni ecumenici. Tuttavia sarebbe un grave errore pensare che Bea non si fosse mai occupato di ecumenismo prima del 6 giugno 1960. L’attività di esegeta, a cui aveva dedicato tutta la vita, valeva da eccellente preparazione al suo futuro compito ecumenico. Bea possedeva inoltre una preparazione più specifica maturata attraverso prolungati contatti con personalità cattoliche impegnate in questioni ecumeniche, in particolare con monsignor Willebrands al quale era legato da un rapporto di amicizia, e con prestigiose figure di pastori e teologi appartenenti ad altre confessioni cristiane.

Il cardinale si mise subito al lavoro per l’organizzazione del Segretariato e sottomise al Papa una terna di nomi per il compito di segretario, tra i quali il primo era monsignor Willebrands, ideatore e fondatore della Conferenza cattolica per le questioni ecumeniche, alla quale partecipavano un’ottantina di teologi cattolici interessati al problema. Il 28 giugno 1960 Willebrands fu nominato segretario del Segretariato ed il 7 luglio era già a Roma per cominciare il suo lavoro. Si accingeva in tal modo a dirigere il lavoro di uno degli organismi preparatori al concilio un personaggio completamente estraneo alla Curia romana, caso unico nel panorama di questi organismi. La scelta di Willebrands si rivelò preziosissima, in quanto egli conosceva bene il mondo dell’ecumenismo ed i pionieri cattolici che se ne erano interessati. Tra questi furono scelti i primi membri e consultori.

Il 2 settembre vi furono le prime nomine ufficiali di 10 membri e 15 consultori. Tra i membri vi erano il già menzionato L. Jäger, arcivescovo di Paderborn, e F. Charrière, vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo, i quali avevano da tempo accumulato esperienza nel campo dei rapporti ecumenici ed erano legati a monsignor Willebrands da un’amicizia decennale, e poi gli arcivescovi J. Martin (Rouen, Francia), J.C. Heenan (Liverpool, Inghilterra) e i vescovi E. De Smedt (Bruges, Belgio), P.A. Nierman (Groningen, Olanda).

Completavano la lista dei membri alcuni ecclesiastici residenti a Roma: J. Höfer, prima professore di teologia a Paderborn e poi consulente ecclesiastico all’ambasciata della Repubblica Federale di Germania presso la Santa Sede, il quale già da lungo tempo era in contatto con il cardinale Bea; J. Cunningham, americano di origine, procuratore generale dei sacerdoti missionari di San Paolo; C. Boyer, gesuita, presidente dell’Associazione internazionale Unitas; M. Maccarrone, docente di storia ecclesiastica all’università del Laterano e segretario del Pontificio Comitato di scienze storiche. Tra tutti i membri, solo gli ultimi due erano in qualche modo legati alla Curia romana.

Per quanto riguarda i consultori, essi provenivano per la maggior parte dalla cerchia di teologi collegati, in diverso modo, al lavoro della Conferenza cattolica per le questioni ecumeniche. Per la loro scelta si cercò di seguire per quanto possibile criteri di rappresentatività sia geografica che teologica.

Vi era un significativo inserimento di teologi nordamericani a vario titolo coinvolti nell’attività ecumenica: G. Weigel, gesuita (Canada), G. Tavard, agostiniano dell’Assunzione (Usa), G. Baum, agostiniano (Canada), e E. Hanahoe, dei francescani dell’Atonement (Usa). Erano poi rappresentate le principali componenti dell’ecumenismo cattolico europeo: i tedeschi H. Volk, professore di dogmatica all’università di Münster, ed E. Stakemeier, direttore del Johann Adam Möhler Institut di Paderborn; i francesi J. Ch. Dumont, direttore del Centro di studi Istina e J. Hamer, domenicano, rettore delle Facultés dominicaines du Saulchoir; i britannici F. Davis e M. Bevenot, gesuita, professore nell’Heythrop College; l’olandese F. Thijssen, amico e stretto collaboratore di monsignor Willebrands; lo svizzero J. Feiner, professore al seminario di Coira; l’italiano A. Bellini, professore al seminario di Bergamo. Da Roma provenivano P. Dumont, monaco del monastero di Chevetogne e rettore del Collegio Greco e G. Vodopivec, professore all’Urbaniana, unico rappresentante delle università romane.

La lista dei membri e dei consultori fu successivamente più volte integrata. Il 16 settembre fu nominato un nuovo membro, il padre servita inglese G. M. Corr.

Tra dicembre 1960 e gennaio 1961 si aggiunsero altri membri e consultori, tra i quali G. van Velsen, vescovo di Kroonstadt (Sud Africa) e il padre Michalon, sulpiziano, direttore del Seminario universitario di Lione (Francia), espressione della cosiddetta scuola di Lione di padre P. Couturier, che in un primo tempo non era rappresentata nel Segretariato. Altre nomine furono pubblicate tra febbraio e luglio 1961: G. Thils, professore di dogmatica all’Università di Lovanio (Belgio), E. Ewers, polacco residente a Roma, uditore di Rota, e T. Holland, vescovo coadiutore di Portsmouth (Gran Bretagna), in qualità di membri; S. Diebold, lazzarista, superiore del Seminario maggiore di Montpellier (Francia), e W. Becker, oratoriano (Repubblica Federale di Germania), come consultori.

Dal 18 al 25 settembre 1960 ebbe luogo a Gazzada, nei pressi di Milano, un convegno della Conferenza cattolica per le questioni ecumeniche. Il 21 settembre il cardinale Bea fece visita ai partecipanti al convegno per parlare loro dei futuri piani del Segretariato e poiché molti membri e consultori già nominati erano lì presenti si colse l’occasione per convocare un incontro per un informale scambio di idee. Benché limitata ai membri e consultori presenti a Gazzada, fu questa di fatto la prima riunione, seppure non ufficiale, del Segretariato per l’unità dei cristiani.

Nel frattempo, a fine agosto, erano stati chiamati a lavorare a tempo pieno per il Segretariato i primi due collaboratori: il francese Jean-François Arrighi, il quale, essendo stato segretario del cardinale Tisserant e minutante della Congregazione della Chiesa orientale, conosceva bene la Curia romana, e lo statunitense Thomas F. Stransky, un giovane sacerdote missionario di San Paolo, che sarà il primo archivista. A questi si unì, a partire dal febbraio 1961, E. Salzmann, prete della diocesi svizzera di Sion, il quale, per i primi tempi, veniva pagato direttamente dal cardinale Bea, perché la Segreteria generale del concilio non diede il permesso di assumere altro personale.

Il 21 ottobre 1960, a pochi giorni dalla prima riunione, lo staff del Segretariato ebbe la sua sede, appena quattro stanze al primo piano di un antico palazzo in via dei Corridori 64, a due isolati da San Pietro. Il Segretariato aveva finalmente un indirizzo, ma fu necessario aspettare ancora un po’ di tempo perché gli uffici fossero forniti di tutto l’occorrente per lavorare. Come racconterà più tardi padre Stransky, non avendo di meglio, si utilizzò la vasca da bagno come primo archivio e si dovette prendere in prestito la macchina da scrivere dalla sua casa religiosa!