· Città del Vaticano ·

I calzettoni di Hooker

I marinai che non avevano mai attraversato l’Equatore venivano sottoposti a una cerimonia di iniziazione.

La straordinaria e tragica epopea della Erebus tra i ghiacci dei Poli

26 giugno 2020

«Nel 2013 mi fu chiesto di tenere una conferenza all’Athenaeum Club di Londra. L’incarico consisteva nello scegliere un membro del club, vivo o morto, e raccontarne in un’ora la storia. Scelsi Joseph Hooker, che aveva diretto i Royal Botanic Gardens di Kew per gran parte dell’Ottocento». A raccontare è Michael Palin, attore, membro dei mitici Monty Pyhton, ma anche scrittore e autore di documentari di viaggi. E mai avrebbe immaginato che da lì sarebbe partita un’incredibile ricerca che, dalla vita di uno semisconosciuto botanico, lo avrebbe portato a seguire le tracce di una nave — la Hms Erebus — e delle sue avventurose missioni, con la sorella Hms Terror, da un Polo all’altro, da un acclamato successo a una disastrosa disfatta sui ghiacci del nord. Un viaggio avvincente nell’esaltante epoca delle esplorazioni artiche che il poliedrico Palin, con prosa accattivante e insospettabile competenza, ha ricostruito nel libro Il mistero dell’Erebus (Vicenza, Neri Pozza, 2020, pagine 416, euro 19, traduzione di Ada Arduini).

Con dovizia di particolari, utilizzando i diari di bordo, le lettere dei membri degli equipaggi e altro materiale d’archivio, recandosi personalmente sui luoghi citati, l’autore ricostruisce non solo le missioni scientifiche, ma anche le carriere intrecciate degli uomini che vi parteciparono. A partire da quella dell'affascinante James Clark Ross, che, alla ricerca del polo magnetico nell’Antartide, ne esplorò ampie zone, conducendo importanti esperimenti, fino a quella del tormentato John Franklin, che a quasi sessant’anni, dopo una vita tra esplorazioni e diplomazia, comandò la Erebus nell’ultima, tragica spedizione, alla ricerca del mitico Passaggio a Nord-Ovest. Legando il suo nome alla peggiore catastrofe di tutta la storia delle esplorazioni polari britanniche: vi morirono 129 persone e per decenni la loro sorte rimase un mistero.

Ma cosa c’entrava Hooker in tutto questo? Nelle sue ricerche Palin scoprì che nel 1839, a ventidue anni, «il gentiluomo barbuto e occhialuto» era stato assunto dalla Royal Navy per una spedizione in Antartide come vice medico e botanico di una nave di cui allora l’autore non aveva mai sentito il nome, la Erebus (la serie tv The Terror ispirata al romanzo storico, fanta-horror, di Dan Simmons del 2007 La scomparsa dell’Erebus non era stata ancora girata). Ma — quando si dice le coincidenze — pochi mesi dopo la conferenza, al telegiornale Palin ascoltò una notizia che gli avrebbe scompaginato la vita per un po’ di tempo: «Il primo ministro del Canada aveva annunciato al mondo che una squadra di archeologi subacquei canadesi aveva scoperto sul fondo del mare, in una qualche parte dell’Artico, i resti di quella che secondo loro era la Hms Erebus, perduta da almeno centosettant’anni. Lo scafo era praticamente intatto e il contenuto era stato conservato dal ghiaccio. In quel momento capii che quella storia andava raccontata. Non era solo una storia di vita e di morte, ma di vita, di morte e di una sorta di risurrezione».

La caccia era dunque partita. E il primo indizio in cui il nostro s’imbatté è sorprendente. «Andai alla Royal Geographical Society di Kensington — racconta Palin — e illustrai al direttore per le imprese e le risorse, Alasdair MacLeod, la natura della mia ossessione e la presunzione della mia idea. Esistevano indizi sulla Hms Erebus? Lui si accigliò e dopo aver riflettuto un po’ disse: “Erebus… mmm… Erebus?” Poi gli si illuminarono gli occhi. “Sì” esclamò trionfante. “Sì, certo! Abbiamo i calzettoni di Hooker”».

Se già si è affascinati dai racconti di esplorazioni e di avventure sui mari, come si fa a resistere quando l’introduzione del libro che si ha tra le mani, già allettante per la bellissima copertina — e caspita se a volte servono allo scopo — s’intitola “I calzettoni di Hooker”? Che poi non erano niente di speciale: «Color crema, al ginocchio, di maglia spessa e piuttosto ruvida». Ma tanto bastò a Palin.

Gli bastò per tornare indietro nel tempo e giungere all’arsenale di Pembroke, nel Galles, dove venne costruita una nave da guerra a scafo largo, non grande, una “bombarda” di appena 32 metri e 372 tonnellate di stazza: «Un pesciolino rispetto alle 2.141 tonnellate della Victory di Nelson». Fu varata nel giugno 1826 e le fu dato il nome Erebus, da Erebo, figlio di Caos, «generalmente identificato con il cuore oscuro degli Inferi, luogo associato a distacco e distruzione», scrive Palin.

Ma in realtà la bombarda non seminò mai distruzione. Dopo Waterloo la marina era ad un punto morto e così, dopo diciotto mesi all’ancora, la Erebus trascorse due anni a pattugliare il Mediterraneo “per infastidire i turchi” prima di tornare di nuovo alla fonda. Fino al 1839 quando, riadattata per affrontare i ghiacci e accompagnata dalla Terror, lasciò le coste del Kent con rotta verso l’Artico al comando di sir James Clark Ross, guadagnandosi la reputazione di nave più affidabile e resistente al ghiaccio di tutta la Marina.

Non fu una passeggiata. Più di un anno, dei tre e mezzo di viaggio, «l’avevano trascorso all’interno o vicino al continente più inospitale della Terra, senza mai potersi sottrarre al freddo costante e senza contatti umani di alcun genere», annota Palin. Le tre missioni di quel viaggio furono irte di pericoli, tra violente tempeste e iceberg, freddo intenso e un mare che in un attimo si trasformava in una impenetrabile lastra di ghiaccio che stritolava gli scafi. Nel libro sono raccontati anche simpatici episodi di cameratismo tra i marinai e momenti gioiosi, come le danze di capodanno sul ghiaccio trasformato in sala da ballo e le feste in loro onore nelle tappe nella Terra di Van Diemen, l’attuale Tasmania, dov’era governatore proprio Franklin.

La spedizione toccò luoghi fino ad allora inesplorati, i cui contorni vennero tracciati su inedite mappe, e alle quali furono dati nomi che tutt’ora restano. Ross, che nel 1835 aveva scoperto quello a nord, non riuscì però a raggiungere il polo sud magnetico. «Bisogna tuttavia ammettere — rileva Palin — che avevano ottenuto qualcosa di straordinario e ineguagliato. Senza grosse perdite di vite umane, e senza che le due navi subissero danni permanenti, Ross e Crozier [il comandante della Terror, ndr] avevano riportato indietro due piccoli velieri e 128 uomini dai limiti estremi del mondo». E «mai più, negli annali della Marina, una nave a vela sarebbe arrivata vicina a eguagliare ciò che l’Erebus, insieme alla Terror, aveva realizzato».

Archiviati gli onori, nel 1845, dopo il rifiuto di Ross, il non più giovane sir John Franklin accettò l’incarico di guidare una spedizione alla ricerca del Passaggio a Nord-Ovest. E lo avrebbe fatto al comando di una Erebus di nuovo perfettamente equipaggiata, con due motori a vapore di supporto, scafi rinforzati e strumentazione d’avanguardia. Puntiglioso, Palin descrive tutto nei minimi dettagli: oltre a viveri sufficienti per oltre tre anni, a bordo c’erano anche 2.900 libri, strumenti musicali e una delle prime macchine per dagherrotipi. Così, con tutte le premesse di un’impresa che sembrava organizzata con cura, alle dieci e trenta del mattino del 19 maggio l’Erebus e l’inseparabile Terror (con ancora l’esperto Francis Crozier al comando) levarono le ancore.

Anche in questo caso Palin offre un resoconto accurato della rotta e delle condizioni climatiche affrontate dagli equipaggi fino al tragico epilogo, quando l’Erebus e la Terror svanirono dalla faccia della terra. Di sicuro nel settembre del 1846 le due navi restarono imprigionate tra i ghiacci almeno un anno e mezzo, e i superstiti tentarono invano di raggiungere la terra ferma. Di alcuni loro si trovarono le tombe. L’unico messaggio scritto venne rinvenuto molti anni dopo sotto un cumulo di pietre sull’isola di Re Guglielmo.

Ma che cosa era accaduto all’Erebus? Dov’era riuscita ad arrivare con la sua gemella? Per rispondere l’autore riporta i resoconti di molte delle spedizioni di soccorso avviate soprattutto grazie alla tenacia della vedova di Franklin, Jane, e le storie raccontate da quanti nel tempo trovarono tracce di quegli uomini e dei loro disperati tentativi di sopravvivere fra i ghiacci, comprese le testimonianze di diversi Inuit che dissero di averli incontrati o di averne trovato i resti, avanzando anche l’ipotesi di episodi di cannibalismo.

Un racconto intenso, quello di Palin, a tratti maestoso come molti dei paesaggi e degli scenari descritti, per un racconto che — arricchito da mappe, fotografie, dipinti e incisioni — fa rivivere in parte l’esaltazione del periodo delle esplorazioni e le ambizioni coloniali dell’epoca. Ciononostante l’autore non si lascia travolgere dalla vena romantica che spesso accompagna storie tanto avventurose, tantomeno da un sentimento patriottico. Al contrario non manca di ricordare che in quelle vicende la presunzione di primeggiare nelle scoperte conviveva con l’ideale di un espansionismo tirannico per il quale ogni nuova risorsa era soprattutto un’opportunità da sfruttare per la gloria dell’impero.

Nei ringraziamenti l’ultima informazione: «Sebbene il mio libro sia incentrato sulla vita della Hms Erebus — conclude Palin — la storia di questa nave è intimamente legata a quella della nave sorella, la Hms Terror, ed è stato per me straordinariamente bello apprendere che, il 3 settembre 2016, la Terror era stata localizzata a meno di cinquanta miglia a nord del punto in cui era affondata l’Erebus».

di Gaetano Vallini