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Fratello universale

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Verso la canonizzazione di Charles de Foucauld

12 giugno 2020

Tamanrasset, 1° dicembre 1916. Verso le 18, Charles inizia, secondo il suo programma abituale, un tempo di raccoglimento dinanzi al tabernacolo della sua cappellina, per pregare i Vespri e il Rosario. Qualcuno bussa alla porta dell’eremo e annuncia: «elbochta!» (“la posta!”). Charles apre appena la porta e tende la mano per prendere il plico, ma è afferrato con forza e viene trascinato fuori. Di fronte agli individui minacciosi che lo accerchiano, Charles lancia una richiesta di aiuto: «marabout yemmoût!» (“il marabut muore!”). Contemporaneamente gli legano le mani e le caviglie e lo costringono a rimanere inginocchiato davanti all’ingresso dell’eremo. Quando il suo vicino Paul e la moglie arrivano, Charles è silenzioso, sta vivendo nella preghiera il pericolo che gli è piombato addosso. In questi istanti, sta vivendo quello che ha scritto in altri tempi: «Se la malattia, il pericolo, la visione della morte bussano alla porta, si ravvivi il desiderio della nostra dissoluzione per vedere Gesù. La malattia, il pericolo, la visione della morte, è l’appello: “Ecco lo Sposo che viene, andate incontro a Lui!”, è la speranza di essere fra poco uniti per sempre».

I ladri portano via tutto quello che è possibile, passano accanto a Charles e alla coppia sopraggiunta, senza badare a loro. Il giovane Sermi, uno dei ladri, sorveglia i prigionieri.

A un tratto, si accorgono di due soldati meharisti che si avvicinano sui loro cammelli. Le sentinelle dei ladri gridano: «Arabi! Arabi!» e cominciano a sparare in direzione dei militari; uno dei due, Bau Aïcha, è ucciso e il suo cammello ferito; il secondo, Boudjemâa ben Brahim, tenta di proteggersi, ma anche lui è ferito a morte. La sparatoria dura pochi istanti. Nello scompiglio generale, il giovane Sermi, privo di esperienza, fa uso anch’egli della sua arma, mira alla testa di Charles e lo uccide.

Dal mese di aprile del 1929, la salma di Charles de Foucauld è stata trasferita a El Goléa, sempre nella vasta e desertica diocesi di Ghardaïa. Colui che desiderava essere «fratello universale» è stato beatificato il 13 novembre 2005.

Charles de Foucauld, sacerdote incardinato nella diocesi francese di Viviers, solo nel suo eremo del Sahara, non è affatto isolato. Mantiene relazioni filiali strette con il suo vescovo monsignor Bonnet e con il prefetto apostolico di Ghardaïa, monsignor Guérin. A Tamanrasset, Charles si definisce «monaco missionario». Rimane nel suo eremo, ma riceve molte persone. Di fronte alle necessità della missione, scrive: «Ci vorrebbe non un operaio, ma un centinaio, con delle operaie, e non soltanto degli eremiti, ma anche e soprattutto degli apostoli, per andare e venire, allacciare dei contatti e dedicarsi all’istruzione».

Charles svolge un immenso lavoro scientifico e culturale, ma sempre nella prospettiva della missione. Anzi, Charles, che non ha fondato alcuna congregazione religiosa, è convinto della necessità di missionari di «disboscamento evangelico», missionari isolati in grado di farsi vicini a tutte le anime lontane dalla verità e dalla vita cattolica. Per lui, questi missionari, laici e sacerdoti, dovranno attendere alla perfezione dei cristiani, per poter lavorare accanto agli altri, perché «questi ascoltano meno le parole e guardano i fatti, la vita dei cristiani, la loro condotta, gli esempi che offrono. La vita dei cristiani virtuosi li avvicina al cristianesimo».

Così nasce nell’anima e nel cuore di Charles il progetto di una confraternita. Pochi mesi prima della morte, Charles scriveva: «Facciamo come Priscilla e Aquila. Rivolgiamoci a tutti quelli che ci circondano, a quelli che conosciamo, a colui che ci è vicino; prendiamo con ciascuno i mezzi migliori, con un tale la parola, con un altro il silenzio, con tutti l’esempio, la bontà, l’affetto fraterno».

Un secolo dopo la fine della sua vita terrena, Charles de Foucauld ci propone una via più che mai attuale per l’evangelizzazione, che rimane il primo compito affidato da Gesù ai suoi discepoli.

Missionario nel più profondo della sua anima, Charles de Foucauld si rende conto, già nel 1902, ossia alcuni mesi dopo il suo arrivo a Beni-Abbès, che egli si trova in mezzo a un guarnigione militare francese in stragrande maggioranza indifferente sul piano religioso e che, contemporaneamente, è pure circondato da un mondo totalmente musulmano. Allora, Charles parte dalla parabola della pecorella smarrita e la trasforma radicalmente: «Occuparmi specialmente delle pecore smarrite. Non lasciare le novantanove pecore smarrite per tenermi tranquillamente nell’ovile la pecora fedele. Correre dietro le pecore smarrite, come il Buon Pastore».

Facendo eco a questi pensieri di Charles de Foucauld, Papa Francesco commentava, il 17 giugno 2013, la stessa parabola in occasione del convegno della diocesi di Roma: «Ah! È difficile. È più facile rimanere a casa, con una sola e unica pecorella! È più facile con questa pecorella, pettinarla, accarezzarla..., ma noi, preti, e voi, cristiani, tutti: il Signore vuole che siamo dei pastori e non dei pettinatori di pecorelle; dei pastori!».

L’uomo silenzioso del Sahara, uomo di adorazione e di preghiera, che si è fatto «fratello universale», sempre accogliente per tutti, si proponeva di «gridare il Vangelo sui tetti con tutta la mia vita». Questa fu la via aperta dal «missionario isolato», il cui esempio ha ispirato e continua a ispirare innumerevoli pastori e fedeli.

Quando Charles de Foucauld elabora gli statuti della confraternita, di cui porta il progetto nel suo cuore già da anni, egli riassume in poche parole l’ideale missionario a partire dalla convinzione che ogni battezzato è invitato a vivere come Gesù: «In ogni cosa, domandarci ciò che Gesù farebbe al nostro posto, e farlo».

Nell’elaborare gli statuti della sua confraternita, Charles de Foucauld fissa le priorità: «Amore fraterno di tutti gli uomini: vedere Gesù in ogni essere umano; in ciascuna anima, vedere un’anima da salvare; in ogni uomo vedere un figlio del Padre celeste; essere caritatevole, benevolo, umile, coraggioso con tutti; pregare per tutti gli uomini, offrire le proprie sofferenze per tutti, essere un modello di vita evangelica, mostrare attraverso la propria vita cosa è il Vangelo... farsi tutto a tutti per guadagnare tutti a Gesù».

Dopo la scomparsa di Charles de Foucauld, il suo messaggio è diventato rapidamente bene comune di tutta la Chiesa e il suo carisma si è manifestato sotto molteplici forme nell’impegno evangelico di tanti uomini e donne.

Il suo vescovo, monsignor Bonnet, poteva scrivere il 17 gennaio 1917, un mese e mezzo dopo l’assassinio di Charles de Foucauld: «Ho conosciuto nella mia lunga vita poche anime più amanti, più delicate, più generose e più ardenti della sua, e ne ho raramente avvicinato delle più sante. Dio lo aveva talmente penetrato, che traboccava, per tutto il suo essere, in effusioni di luce e di carità».

Cento anni dopo la nascita in Cielo del beato, egli manifestava la sua predilezione per i lontani, salvando miracolosamente da una morte certa un giovane apprendista francese di 21 anni, non ancora battezzato, e chiamato Charle dai suoi genitori.

Il 30 novembre 2016, alla vigilia del centenario esatto della sua morte, il giovane Charle lavorava sulla volta di una cappella, nell’unica parrocchia della diocesi di Angers dedicata al beato Charles de Foucauld. Per il cedimento della volta, Charle cadde nel vuoto da un’altezza di 15 metri e mezzo. Precipitò violentemente su un banco di legno, il cui montante gli si conficcò nel torace. Il giovane si rialzò per chiedere aiuto. Fu operato e lasciò l’ospedale dopo una settimana, senza alcuna conseguenza fisica o psicologica.

L’evento accadde proprio nel centenario della morte, dopo un anno di intense preghiere per chiederne la canonizzazione, sia da parte dell’intera «famiglia spirituale Charles de Foucauld», sia soprattutto nella parrocchia intitolata al beato e nella quale avvenne il miracolo, al termine della novena di preparazione alla festa parrocchiale.

Dopo l’incidente, il datore di lavoro e sua moglie hanno subito inviato una serie di messaggi telefonici al parroco, alla comunità parrocchiale e agli amici. Nell’imminenza del centenario del patrono celeste della parrocchia, essi hanno chiesto di pregare intensamente per la salute della vittima. Così si è formata una catena di preghiera rivolta a Dio per intercessione del beato.

I santi non sono proprietà di nessuno, in quanto costituiscono il patrimonio comune di tutta la Chiesa. Il beato Charles de Foucauld, nutrito dell’Eucaristia e del Vangelo, ci offre il suo tesoro: Iesus e Caritas, il suo motto.

di Bernard Ardura
Presidente del Pontificio comitato di Scienze storiche