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Don Puglisi insegna: contro la mafia bisogna affermare la dignità delle persone

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A colloquio con il procuratore capo di Agrigento, Luigi Patronaggio

12 giugno 2020

Luigi Patronaggio riveste sin dall’ottobre del 2016 il ruolo di procuratore capo della Procura di Agrigento, una Procura di frontiera, costantemente in prima linea nell’affermazione della legalità, nel contrasto alla mafia e nella gestione dei flussi di persone migranti. Egli ha volentieri voluto esprimere alcuni concetti per aiutare i giovani ad essere ogni giorno costruttori di pace e di giustizia.

Signor procuratore, reprimere la mafia è una prerogativa dello Stato, eppure la lotta verso questo meccanismo di prepotenza e sopraffazione, passa anche per le scelte coraggiose del singolo cittadino che ogni giorno è chiamato, nei contesti più disparati, a scegliere se cedere o meno alle dinamiche di opportunismo e silenzio. Cosa suggerire ai giovani, per costruire una coscienza di giustizia in grado di soffocare gli atteggiamenti mafiosi e le illusorie prospettive di benessere?

Sicuramente la repressione della mafia, del crimine in genere, è compito delle forze dell’ordine e della magistratura, ma non vi può essere affermazione della legalità senza la partecipazione attiva di tutti i cittadini. La mafia si sconfigge innanzitutto con la partecipazione attiva alla vita politica e sociale e con l’affermazione della cultura in tutti i modi in cui questa si declina. “Acculturarsi” significa avere coscienza dei propri diritti e dei propri doveri, sapere riconoscere le ingiustizie, avere gli strumenti per cambiare la società in modo più giusto. La scuola è il luogo più importante da dove deve ripartire la lotta alla mafia. E se la mafia non si sconfigge solo con la repressione, allo stesso modo la mafia non si sconfigge senza l’affermazione di una giustizia sociale. Dove c’è il bisogno lì sono pronti ad approfittarsene i mafiosi, i “caporali”, gli usurai, gli sfruttatori del lavoro nero. La grande scommessa per le regioni del Meridione afflitte dalle mafie è quella di uno sviluppo nella legalità, senza le scorciatoie dell’assistenzialismo clientelare e mafioso. I giovani, e i giovani cattolici in particolare, parafrasando le parole del Levitico, dovranno avere la massima attenzione per il povero e nessun timore reverenziale verso il potente.

“Metterci la faccia” ed essere pronti a dire no, potrebbe comportare incomprensione ed isolamento. Ma quando si resta soli, in cosa trovare la forza per restare ancorati saldamente al desiderio di “combattere la buona battaglia”?

Molti per diversi anni hanno detto che combattere la mafia “non era affare loro” perché “loro” la mafia non l’avevano mai vista. Ma quando un imprenditore deve pagare “il pizzo” per lavorare, quando un giovane si deve inchinare per chiedere un lavoro, quando il credito legale ti viene negato e devi ricorrere all’usura, quando i nostri risparmi non sono sicuri perché gestiti dalla mafia della finanza, quando dobbiamo subire i veleni sciolti nell’ambiente dalle ecomafie, allora una scelta si impone: o ti ricordi di essere un uomo, con la dignità che Dio ha donato a ogni uomo, e vivi a testa alta nella società, avendo la coscienza ma anche l’orgoglio di essere scomodo, oppure ti fai pecora e difficilmente potrai guardare negli occhi i tuoi figli. Non sempre è facile confrontarsi con le virtù cristiane del cardinale Federigo Borromeo e molte volte appare più facile farsi don Abbondio, ma essere cristiano significa anche questo: trovare la fede e la forza dentro di sé.

In qualità di procuratore capo di Agrigento, Lei ha toccato il dramma del fenomeno migratorio. Un confine di “umanità” che facciamo fatica ad accettare. I giovani di oggi, politici e giuristi di domani, in cosa devono investire per salvaguardare la dignità umana?

Oggi, in piena pandemia, veramente gli immigrati sono “gli ultimi degli ultimi”. Mi rendo conto che in un momento in cui gli italiani stanno affrontando una crisi sanitaria ed economica senza precedenti chiedere loro di essere accoglienti è veramente difficile e impopolare. E tuttavia ci sono diritti che spettano, sempre e in ogni momento, a qualsiasi essere umano e mi riferisco al diritto alla vita, alla libertà e alla salute. È compito della politica trovare la giusta soluzione al non facile problema dell’immigrazione, all’interno di un quadro normativo nazionale ed internazionale ispirato alla solidarietà, e con i limiti dettati dalle concrete possibilità economiche di ogni Stato. Ma per i giovani, per i volontari, per i cattolici impegnati in politica, l’investimento deve essere nella carità: carità profonda e senza fine.

La stessa Agrigento del servo di Dio Rosario Livatino, il “giudice ragazzino”. Giovanissimo, eppure uomo e giudice maturo nella giustizia, sino al sacrificio estremo. Come meglio poterne onorare la memoria presso le nuove generazioni?

Il servo di Dio, giudice Rosario Livatino, in vita spregiativamente accumunato ai “giudici ragazzini” cui non era lecito, secondo un politico dell’epoca, affidare neppure “l’amministrazione di un casa terrana, come si dice in Sardegna, una casa a un piano con una sola finestra, che è anche la porta …”, è un esempio altissimo di come vada interpretato il ruolo del magistrato: «… una persona seria, equilibrata responsabile, un uomo capace di condannare ma anche di capire… libero e indipendente, imparziale… un uomo che capisce che la giustizia è necessaria ma non sufficiente e può e deve essere superata dalla legge della carità». Le sue parole bastano e non hanno bisogno di alcun commento ulteriore.

Lo scorso dicembre lei è stato premiato con il premio internazionale Beato Padre Pino Puglisi, un grande prete divenuto la stella polare di tutti coloro che hanno scelto e quotidianamente scelgono il “no” all’atteggiamento del compromesso. Quali erano in Lui le caratteristiche che affascinavano e attiravano tanti ragazzi?

Ho avuto il privilegio di conoscere e approfondire la figura di don Pino Puglisi proprio nel corso delle indagini relative alla sua barbara esecuzione per mano mafiosa. La figura che dalle indagini si è stagliata è stata quella di un parroco che fa la cosa più ovvia e normale per un parroco: stare accanto ai suoi fedeli, sorreggerli nelle difficoltà, aiutarli nelle ingiustizie, dare loro una casa comune, illuminata dalla fede in Dio, lontana dalla violenza e dalle prevaricazioni. Un pastore che sta accanto al suo gregge e non fugge alla vista del lupo e anzi dà la sua vita per salvare anche una sola delle sue pecore. Per questo muore don Pino, per essere stato un parroco, un pastore, per avere accolto bambini abbandonati e maltrattati, per essersi opposto alla droga e alla prostituzione, per avere fatto la cosa più normale al mondo, avere affermato la dignità dei suoi fedeli e avere disconosciuto la signoria della mafia. Un santo e un eroe moderno, semplice, lontano dagli apparati e dal potere, ed è proprio per questo che è così amato dai giovani, quei giovani che negli anni aveva formato nelle scuole di Sicilia.

Andando ancora un po’ indietro nel tempo arriviamo al 15 settembre 2018, giorno del venticinquesimo anniversario del martirio di don Pino. In tale occasione, lei ha incontrato personalmente Papa Francesco a Palermo. Ricorda un’emozione particolare legata a quel momento?

Ho avuto la fortuna di incontrare il Santo Padre in un momento di difficoltà professionale, in un momento in cui avevo ricevuto pesanti attacchi per alcune indagini che avevo svolto in materia di tutela dei migranti. Mi è bastato stringere la mano di Papa Francesco e ricevere il suo sorriso, per avere la certezza morale di avere fatto la cosa giusta, di avere agito secondo coscienza e comunque pur sempre nel pieno rispetto del diritto positivo nazionale e internazionale.

di Marco Russo