· Città del Vaticano ·

Curare le ferite con il dialogo

Ekin Büyükşahin «Dialogue» (2017)

Relazioni fra cattolici, pentecostali ed evangelicali

19 giugno 2020

Dobbiamo essere onesti: il dolore è un male necessario. E ogni dolore ha le sue caratteristiche, indica che c’è una malattia e favorisce la ricerca della sua cura. Lo stesso vale per il dolore delle divisioni tra i cristiani. Secondo le parole del concilio Vaticano II: «Il Signore dei secoli […] in questi ultimi tempi ha incominciato a effondere con maggiore abbondanza nei cristiani tra loro separati l’interiore ravvedimento e il desiderio dell’unità» (Unitatis redintegratio, 1). L’espressione precisa è «compunzione dell’anima» (animi compunctionem); si tratta di un dolore cronico che persiste al di là delle cause materiali che lo hanno generato e che permane anche dopo la scomparsa della lesione: l’unità sarà il dono dello Spirito e non il frutto dei nostri sforzi umani.

Dalla comparsa di questo dolore cronico, tutti i cristiani hanno messo in atto diversi protocolli, a seconda delle cause delle loro divisioni. Abbiamo così risolto alcune questioni dogmatiche, ma ci siamo anche resi conto del fatto che il tempo che abbiamo vissuto separati e in aperta opposizione ci ha straniato. Abbiamo ancora molta strada da fare. Leggendo insieme le nostre storie in modo nuovo e onesto, abbiamo cominciato a curare la memoria ferita, a creare una nuova memoria, a cercare nuove chiavi di lettura e a scrivere una storia di unità. Siamo consapevoli che il dolore causato o provato ha segnato profondamente le nostre comunità e richiede guarigione. Esplorando nuove forme di crescita nella fede, abbiamo scoperto ciò che lo Spirito ha realizzato in altre comunità e abbiamo potuto offrire le nostre ricchezze (Unitatis redintegratio, 4). Purtroppo, però, non sempre lo scambio di doni è stato accolto con entusiasmo o compreso nella sua interezza. Cercando di affrontare questo dolore cronico e mossi dal desiderio di unità, noi cattolici siamo venuti a contatto con comunità nate all’interno di altre comunità cristiane o che sono il risultato di uno sforzo consapevole di unire tradizioni diverse, e ci siamo resi conto che abbiamo ereditato pregiudizi e atteggiamenti negativi reciproci, evitando ogni contatto o esprimendo giudizi senza nemmeno conoscerci.

Nella cura, non è raro che il dolore diventi più acuto. Nel caso dei nostri rapporti con molte altre comunità cristiane, il dolore della divisione non sembra conciliarsi con uno sforzo comune teso a ristabilire l’unità. Infatti alcuni dubitano della condizione di cristiani di altri, e questi ultimi dubitano a loro volta della condizione ecclesiale dei primi. Così facendo, entrambi aggiungono dolore al dolore. Sono persino tentati di escludere gli altri dalla loro cerchia di relazioni. La tentazione di desiderare l’unità solo con alcuni cristiani e con alcune Chiese è una questione che va affrontata con urgenza se vogliamo porre fine al male della divisione.

In tutti i casi, ogni volta che abbiamo ascoltato il Vangelo insieme, pregato insieme o condiviso gli sforzi per risolvere i problemi del mondo, abbiamo imparato che è possibile colmare le distanze e superare i pregiudizi. Abbiamo scoperto che il nostro ravvedimento e il nostro desiderio di unità non sono solo nostri: il Signore li ha anche suscitati in molti membri di altre comunità cristiane. È doveroso perciò continuare insieme sulla via dell’unità visibile, pur iniziando da diversi punti di partenza. L’opera affidata al Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani è quella di far sentire il dolore dello spirito e di far fruttificare il desiderio di unità, in obbedienza alla volontà espressa da Gesù.

Nel caso dei pentecostali e degli evangelicali, il compito si è rivelato un’avventura affascinante e non priva di rischi. Guidati dallo Spirito santo, abbiamo sperimentato insieme le gioie e le speranze, i dolori e le angosce dei discepoli di Cristo (Gaudium et spes, 1) che, spesso, non si conoscono abbastanza e, a volte, non si conoscono affatto. I punti di partenza si sono rivelati difficili. Eppure, un leader pentecostale che «voleva vedere cosa succedeva nella Chiesa cattolica» ha potuto partecipare al concilio Vaticano II, tra gli ospiti del Segretariato per l’unità. Invitare a casa nostra, a una riunione di famiglia, qualcuno che nutre seri sospetti su di noi, sulla nostra condizione di cristiani, è uno dei rischi che il Segretariato per l’unità si è assunto. Papa Paolo VI, all’apertura della seconda sessione del concilio, disse: «Qui godremo dell’immancabile carisma dello Spirito santo, presente, vivificante, docente, e corroborante» (Salvete fratres, Ench. Vat. 1, pagina 87). E, dopo la terza sessione del concilio, il pastore David du Plessis affermò sorpreso: «Lo Spirito Santo è all’opera nella Chiesa cattolica in modo insospettabile per noi pentecostali». La sua partecipazione al concilio, insieme alla nascita del Movimento carismatico cattolico (1967), che è l’espressione cattolica del Movimento pentecostale, con tutte le sue grazie spirituali e manifestazioni carismatiche, ha posto le basi per l’avvio del dialogo internazionale cattolico pentecostale. Non è un caso, quindi, che questo dialogo «presti particolare attenzione al significato per la Chiesa della pienezza della vita nello Spirito Santo» (Steering committee, Roma, 1971). Il Pontificio Consiglio ha imparato a riconoscere la pluralità del Movimento pentecostale/carismatico e, nel XXI secolo, ha accolto l’iniziativa di un gruppo di leader delle nuove Chiese carismatiche che si sono rivolti alla Chiesa cattolica per essere accompagnati nella loro avventura ecumenica, dopo un’esperienza quasi decennale di contatti informali con carismatici cattolici.

Per molto tempo, la Chiesa cattolica è stata la sola a stabilire un dialogo bilaterale con i pentecostali classici (1972, unico dialogo bilaterale fino al 1996) e conversazioni con le nuove Chiese carismatiche (2014). È stata anche l’unica a integrare il Movimento carismatico cattolico come un movimento ecclesiale al suo interno, concedendogli persino un riconoscimento giuridico (1993).

Con gli evangelicali, negli anni Settanta, la riflessione avvenuta sull’urgente necessità di evangelizzare il mondo moderno è stata fondamentale per avviare una prima consultazione informale. Ancora oggi, le basi dell’identità evangelicale poste dal Patto di Losanna (Losanna, 1974), messe a confronto con le affermazioni dell’Evangelii nuntiandi di Paolo VI (1975), indicano che cattolici ed evangelicali si preoccupavano della situazione missionaria nel mondo e che seguivano le stesse mozioni dello Spirito, ricorrendo a un linguaggio simile. Questo parallelismo è stato bruscamente interrotto quando, nel ii Congresso di Losanna (Manila, 1989), si è data priorità a strategie di conquista che ignoravano la validità della fede dei cattolici: ciò è stato causa di profondo dolore e ha indotto nuove rotture che hanno allargato il divario tra cattolici ed evangelicali. Un cambiamento di atteggiamento si è verificato prima del III Congresso di Losanna (Città del Capo, 2010); difatti, prima del congresso, gli evangelicali di diverse latitudini hanno chiesto esplicitamente agli organizzatori che i cattolici venissero invitati. Il Pontificio Consiglio ha accettato l’invito e ha inviato una delegazione.

Su un altro versante, le relazioni con l’Alleanza evangelica mondiale si sono sviluppate a partire dagli anni Novanta. Quel che è iniziato come un chiarimento circa una descrizione evangelicale della Chiesa cattolica, si è tramutato in un’opportunità di esporre le posizioni ufficiali di entrambi, evangelicali e cattolici, sulla Chiesa, sul proselitismo e sui vincoli di comunione. Una seconda serie di consultazioni internazionali è stata inaugurata nel 2009. Questa volta, i partecipanti sono riusciti ad affrontare temi tradizionalmente controversi, adoperando un linguaggio nuovo. Indubbiamente, è necessario che tutta la dottrina sia chiaramente enunciata e che «in nessun caso l’esposizione della fede cattolica sia un ostacolo al dialogo con i fratelli» (Unitatis redintegratio, 11); ma è anche molto importante che il documento sia comprensibile, accessibile e che riesca a innescare un nuovo processo di dialogo con il lettore, con la sua comunità e con gli altri cristiani. A questo riguardo, il Pontificio Consiglio è preoccupato per la mancata ricezione dei documenti sul dialogo, che devono essere conosciuti e valutati da tutti se si desidera che servano a promuovere l’unità a tutti i livelli.

Possiamo dire che anche quando cattolici, pentecostali ed evangelicali non si conoscevano, già si infliggevano dolore a vicenda. Sappiamo che questo è ancora vero in molti luoghi. Come nella vita, i primi passi sono tentativi incerti ma fondamentali. La natura di movimento dei pentecostali e degli evangelicali, la loro particolare trasversalità ecclesiale, il loro stile missionario e il fatto che le divisioni non siano una cosa del passato ma esperienze dolorose del presente, sono stati argomenti decisivi per convincere i cattolici della necessità di instaurare contatti, relazioni e dialogo, mediante nuove forme di riavvicinamento. Diciamo che il dialogo internazionale cattolico-pentecostale, le consultazioni internazionali con l’Alleanza evangelica mondiale e le conversazioni con le nuove Chiese carismatiche sono primi passi che possono aiutare a superare preconcetti, a chiarire malintesi, a rimuovere pregiudizi, a ispirare nuove iniziative e a intraprendere insieme il cammino.

Il Pontificio Consiglio ha un debito di gratitudine verso tanti leaders e teologi di tutti i continenti, uomini e donne, consacrati e laici, che hanno offerto le loro competenze e la loro testimonianza, aiutando tutti a conoscersi meglio e a proporre strade percorribili.

La nostra memoria ferita oscura la visione della chiamata all’unità. Queste ferite aperte, causate dall’ignoranza reciproca, dall’aggressività, dal rifiuto aperto e dal disprezzo, hanno spesso segnato l’evangelizzazione. Cattolici, pentecostali ed evangelicali, attraverso il dialogo, hanno saputo affrontare insieme alcune di queste situazioni, rileggendo le nostre storie nella prospettiva della chiamata all’unità e alla riconciliazione. Come nella vita, non necessariamente il problema più urgente all’ordine del giorno è il primo a essere affrontato; occorre creare le condizioni per poterlo fare in modo adeguato. La richiesta di perdono fatta da Papa Francesco, a nome della Chiesa cattolica, durante la sua visita a una Chiesa evangelica pentecostale (Chiesa della riconciliazione, Caserta, 2014), può aiutarci a far guarire la memoria ferita e motivarci a creare una nuova memoria instaurando nuove relazioni. Il Pontificio Consiglio ne è testimone e ha potuto partecipare a iniziative spirituali, pastorali e teologiche che stanno cambiando le relazioni a livello locale e regionale.

Non si tratta di parlare per il gusto di parlare. «Cattolici e pentecostali si rallegrano della nuova enfasi che è stata data negli ultimi decenni ai carismi nella vita e nella missione della Chiesa. Insieme affermano che lo Spirito Santo non ha mai smesso di impartire i suoi carismi ai cristiani di tutti i tempi, per essere utilizzati per la diffusione del Vangelo e l’edificazione della Chiesa» (Non spegnete lo Spirito Santo, 1). Il dialogo ha esplorato temi che sono al centro della tradizione pentecostale, ma che non hanno ancora un insegnamento cattolico ufficiale, quali il battesimo nello Spirito o l’esercizio dei carismi della profezia e della guarigione. La recente creazione nella Chiesa cattolica della commissione Charis (2017), un organismo di comunione al servizio di tutti i pentecostali e i carismatici di tutte le Chiese, che deve anche «approfondire e promuovere la grazia del battesimo nello Spirito santo in tutta la Chiesa» (Statuti, Articolo 3, a), gioverà sicuramente ai rapporti tra cattolici e pentecostali. Il Pontificio Consiglio è sempre attento a incorporare tutti gli sviluppi all’interno della Chiesa cattolica per meglio servire la causa dell’unità.

Molte analisi concordano sul fatto che l’origine delle divisioni tra cattolici, pentecostali ed evangelicali è pastorale, non dogmatica. Questo è vero. È innegabile tuttavia che le divisioni abbiano anche gravi conseguenze dogmatiche che non possono essere ignorate. È altrettanto evidente che la preghiera del Signore, prima della sua dolorosa passione, non si riferisce alle cause delle divisioni, ma menziona le conseguenze del ristabilimento dell’unità: «Perché tutti siano una cosa sola [...] affinché il mondo creda» (Giovanni, 17, 21). Il Pontificio Consiglio, nel promuovere l’unità, non può dimenticare che l’imperativo ecumenico e il mandato missionario sono inseparabili e che l’unità deve essere promossa indipendentemente dalle cause della divisione.

Lo Spirito Santo sgorga dal costato trafitto di Cristo (cfr. Giovanni, 19, 34). Allo stesso modo, in tutti i cristiani la grazia viene comunicata agli altri attraverso una ferita, che è la loro partecipazione all’immolazione e alla vittoria di Cristo (cfr. 2 Corinzi, 4, 12). In conclusione, «l’interiore ravvedimento e il desiderio di unità» è un invito a «completare nella nostra carne ciò che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Colossesi, 1, 24), e ciò può avvenire soltanto con la forza dello Spirito Santo (Efesini, 3, 20-21).

di Juan Fernando Usma Gómez
Capo ufficio della Sezione occidentale del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani