· Città del Vaticano ·

Crisi come grazia

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Il libro del vescovo di Assisi

25 giugno 2020

«La fragilità della società contemporanea, delle sue relazioni, dei suoi valori e della sua economia è emersa con tutta la sua preoccupante evidenza proprio in occasione della pandemia da coronavirus, un evento straordinario, imprevisto e imprevedibile che ha costretto a ripensare tutta la nostra vita. È un tempo di crisi ma credo che ci siano tutti i presupposti per riprendere la vita della Chiesa, io prendo di mira anche le incrostazioni della Chiesa, dobbiamo tornare allo spirito di Assisi, dove san Francesco si spogliò di tutto per tornare al Vangelo della fraternità per ricostruire la bellezza della vita cristiana». Con queste parole il vescovo di Assisi, Domenico Sorrentino, ha presentato ieri a Roma, nella sede della Comunità di Sant'Egidio, alla presenza del presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, e del fondatore della Comunità, Andrea Riccardi, il suo libro “Crisi come grazia. Per una nuova Primavera della Chiesa” (Edizioni francescane italiane, Perugia, 2020, pp.238 euro 15). Un libro, quello di Sorrentino, che, pur prendendo atto degli effetti della pandemia, è sostanzialmente dedicato al difficile tempo che la Chiesa è chiamata a vivere, attraversato da crisi diverse, alle quali occorre rispondere con una proposta chiara, immediatamente ispirata alla scelta francescana. Così come, ispirata alla stessa scelta, è anche la risposta da dare alle domande pressanti del nostro mondo. «Certamente un periodo di riflessione è necessario perché nessuno di noi può prevedere come sarà la situazione tra un paio di mesi, nessuno può prevedere quale sarà la situazione delle famiglie, la psicologia della gente, e se continueremo ad affrontare un periodo che sarà di crisi sia dal punto di vista ecclesiastico sia dal punto di vista civile», ha detto il cardinale Bassetti. «Anche noi — ha aggiunto riferendosi alla realtà della Chiesa e in particolare ai temi legati ai migranti — siamo immersi in questa situazione, abbiamo chiesto anche la possibilità dei Grest per quest’estate però è una responsabilità che ci si assume e ci si assume volentieri perché c'è un futuro da ricostruire, siamo come nel dopoguerra. Non dobbiamo sbagliare obiettivo perché se sbagliamo obiettivo ci si troverà nella situazione di prima». La “ricostruzione” passa naturalmente per il riavvio il più possibile integrale di attività cruciali, come quella dell’istruzione: «Le scuole cattoliche — ha detto a questo proposito il porporato — sono scuole pubbliche a tutti gli effetti. Noi accogliamo tanti ragazzi, anche di altre religioni, quindi certamente chiediamo che si faccia uno sforzo da parte dello Stato».

Secondo Riccardi, «per parlare di crisi bisogna leggere il nostro tempo. Credo che il tempo del coronavirus non è solo il tempo della crisi, ma il tempo della rivelazione di quella crisi che ci portavamo dentro come società e come Chiesa. Leggere questa realtà ci dà la forza di riprendere il cammino con più coraggio. La chiesa di minoranza che l’autore propone — ha continuato riferendosi al libro di Sorrentino — è una chiesa costruita come famiglia e non una chiesa residuo di una maggioranza che sta larga nei suoi templi». «Non dobbiamo arrenderci alla psicologia del tramonto — ha aggiunto Riccardi — anche se questa nostra uscita dal coronavirus è un’uscita stanca, non mossa da grandi idee». «Se togliamo la speranza, uccidiamo le persone», ha concluso Bassetti. È la stessa preoccupazione che ha pervaso il libro del vescovo Sorrentino. Di cui pubblichiamo, qui sotto, stralci tratti dal primo capitolo.

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La crisi è senza precedenti. Crisi globale, direi totale, ben oltre l’accezione corrente, prevalentemente finanziaria. Sintomi a tutti i livelli e in ogni angolo del mondo: guerre regionali, milioni di affamati, migranti forzati, questione socio-ambientale a livelli critici, sfida bioetica dalle prospettive inquietanti, rivoluzione informatica che fa temere processi ingovernabili. Sul piano del pensiero, confusione e scetticismo. Sul piano delle relazioni, un processo disgregativo che sembra inarrestabile. Sotto scacco la vita, la famiglia, il lavoro, l’equilibrio del pianeta. A far la conta delle criticità, sul piano geopolitico, economico, sociale, morale, spirituale, non si finirebbe più. Come non bastasse, mentre chiudo queste pagine, la crisi del coronavirus sta sconvolgendo il mondo, mostrando quanto siamo tutti legati, al di là di ogni confine.

Anche nella Chiesa, aria pesante. Nella lettera apostolica Novo Millennio ineunte (6 gennaio 2001) Giovanni Paolo II esortava a prendere il largo: «Duc in altum!». A meno di vent’anni da quell’invito, la Chiesa appare agli occhi di molti come una nave incagliata. Il pensiero va allo scandalo della pedofilia. Una patologia in realtà presente in tanti ambiti sociali e familiari, punta d’iceberg di una sindrome che va dal libertinismo sessuale, privo di Dio e di coscienza morale, a oscuri dinamismi psicologici, fino alle psicopatie autoritarie che si dispiegano vilmente sui più fragili. Il problema va ben oltre i confini della Chiesa, ma giustamente ha fatto più scalpore nella Chiesa. Come perdonarlo a un’istituzione che fa professione di magistero morale? Si è scoperchiato un marcio che non si sarebbe mai sospettato o che si riteneva confinato a poche “mele bacate”. Obiettivamente, il positivo è tanto di più, le “mele marce” sono una minoranza. E tuttavia tante, troppe, per una materia di immane gravità.

Ma non è solo pedofilia. C’è una evidente lentezza del corpo ecclesiale nell’imboccare la via di un rinno- vamento evangelico. Troppe resistenze, troppe pigrizie. Quando va bene, ci si trincera dietro la prudenza e il realismo. Il discorso potrebbe andare subito alle problematiche di carattere generale e istituzionale. C’è evidentemente bisogno di mettere mano a meccanismi della vita ecclesiale che portano il peso della storia, mentre hanno bisogno dell’agilità del Vangelo. Una comunità bimillenaria ha accumulato patrimoni, potere, consuetudini, prassi ministeriali e abitudini popolari che devono essere rituffati nel Vangelo e lavati in esso. Senza gettare via — sfida decisiva — con l’acqua sporca anche il bambino.

Si comprende, dunque, di fronte a questo impegnativo programma che fu la ragione del concilio Vaticano II, la fatica del cammino, se dev’essere il cammino di un popolo e non di una élite. Ma come andar piano mentre tutto corre? Tante famiglie cristiane sono infettate dal virus della divisione — vera epidemia — a discapito del matrimonio, dell’accoglienza della vita, della serenità dei bambini. Un quadro doloroso.

Le prime battute di Papa Francesco hanno dato la sensazione di un miracolo. Il suo stile fresco, evangelico, sorridente e insieme pungente, all’insegna della gioia del Vangelo — Evangelii gaudium, “magna carta” del pontificato —, ci ha fatto sognare che, come per incanto, tornassero a riempirsi chiese ormai così poco frequentate che, in alcune parti della vecchia ed ex–cristiana Europa, rischiano di essere vendute. Successivamente l’enciclica Laudato si’ ha intercettato una delle più formidabili criticità del nostro tempo, la questione ambientale. Molti l’hanno assunta come un manifesto, piattaforma di impegno comune per credenti e non credenti. Ma quanti ne hanno colto anche il fondamento e l’afflato spirituale? L’Amoris laetitia — esortazione frutto di un doppio sinodo — ha cantato, ancora una volta, la bellezza del matrimonio. Un canto sulle macerie! E in più si è come inceppata sul capitolo ottavo che, mentre è parso ad alcuni una panacea, in altri ha suscitato perplessità, là dove apre anche ai divorziati risposati qualche possibilità di comunione eucaristica, in considerazione della complessità dei singoli casi e con tutte le cautele di un discernimento esigente.

Papa Francesco — ancora molto amato, stando a recenti indagini — si è fatto dei nemici. Facendo leva su quest’ultimo documento, gli vengono mosse aspre critiche. C’è persino chi lo sospetta di eresia. La cosa è andata crescendo con il Sinodo sui giovani e quello sull’Amazzonia.

Una reazione abnorme. Tra i dissenzienti alcuni si sentono sinceramente provati: meritano rispetto e ascolto. Ma forse per tanti gioca la fatica ad accogliere l’impulso al rinnovamento da parte di un pontefice che non tralascia occasione per riproporre il Vangelo, con gesti e parole forti: l’evangelico segno di contraddizione? (cfr. Lc 2, 34).

A leggere blogger raffinati, informatissimi, posti sul piano inclinato di una critica senza appello dell’attuale pontificato (c’è poi — com’è noto — chi risale ai Pontefici precedenti fino al Vaticano II), viene da domandarsi: siamo ancora la stessa Chiesa?

Va da sé: su ciò che è davvero essenziale, ed è ragione stessa della nostra fede, non c’è compromesso che tenga. Ma nel dialogo — sempre, e a maggior ragione tra fratelli e sorelle di fede — bisogna fare di tutto per comprendersi. Spesso il dibattito si spinge ben al di là dell’essenziale. Procede per forzature. Si “crea” il nemico.

Comunque stiano le cose, la critica non può prescindere dalla carità. Un caso esemplare, nell’esperienza della prima Chiesa, fu la polemica che si scatenò a proposito della purità e dell’impurità dei cibi. Paolo dedicò al tema un intero capitolo della lettera ai Romani, sviluppando un pensiero esposto anche ai cristiani di Corinto. Chi è forte nella fede — argomenta — sa che tutti i cibi sono puri. Ma ci può essere chi, educato nelle norme dell’antica legge, se ne fa un problema di coscienza. E la coscienza è il criterio che decide la qualità morale di un’azione agli occhi di Dio. Splendida la conclusione: «D’ora in poi non giudichiamoci più gli uni gli altri; piuttosto fate in modo di non essere causa di inciampo o di scandalo per il fratello. Io so, e ne sono persuaso nel Signore Gesù, che nulla è impuro in se stesso; ma se uno ritiene qualcosa come impuro, per lui è impuro. Ora se per un cibo il tuo fratello resta turbato, tu non ti comporti più secondo carità. Non mandare in rovina con il tuo cibo colui per il quale Cristo è morto! Non divenga motivo di rimprovero il bene di cui godete! Il regno di Dio infatti non è cibo o bevanda, ma giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo» (Rm 14, 13-17). Una rilettura di questa pagina, nell’odierno contesto, farebbe bene a tutti. Una grande pagina di dialogo e di rispetto reciproco. Un inno alla coscienza. Un grande esercizio di stile cristiano. Un modello di saggia conduzione pastorale. Il vero problema che oggi deve occupare ogni nostro pensiero è il crollo della fede. Dobbiamo arrenderci a questa psicologia del tramonto che si impadronisce dei nostri sentimenti e paralizza il nostro entusiasmo? Tempo di resa? E perché non di ripresa?

di Domenico Sorrentino