· Città del Vaticano ·

Crescente fiducia reciproca

L’arcivescovo di Canterbury Geoffrey Fisher (1887-1972)

Il cammino delle relazioni con anglicani e metodisti

10 giugno 2020

Il 1° dicembre del 1960, il reverendo Geoffrey Fisher si recò da Gerusalemme a Roma e la mattina seguente fu ricevuto in udienza privata dal santo Papa Giovanni XXIII. Era la prima visita di un arcivescovo di Canterbury a un Pontefice dai tempi dell’arcivescovo Arundel nel 1397. Fu anche la prima visita nel suo genere, quella effettuata a un Papa dal capo di una comunione cristiana con la quale il nuovo Segretariato per la promozione dell’unità dei cristiani (Spuc) era in contatto. La portata di tali contatti è difficile da stabilire. Il primo segretario dello Spuc, monsignor Willebrands, aveva incontrato l’arcivescovo Fisher in una riunione del Comitato centrale del Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec) a Saint Andrew’s, in Scozia, nell’agosto del 1959. Poco tempo dopo, Papa Giovanni XXIII comunicò la sua volontà di incontrare l’arcivescovo, lasciando così presupporre che Willebrands e Fisher avevano elaborato quel progetto di incontro durante la riunione del Cec. L’uso delle riunioni dell’organismo per allacciare relazioni bilaterali era guardato con disapprovazione; di conseguenza, Fisher negò fermamente che la visita fosse altro rispetto al frutto della propria iniziativa.

Nonostante l’incontro tra Willebrands e Fisher, nessuno nel Segretariato aveva una conoscenza specifica dell’anglicanesimo o dell’arcivescovo. In preparazione alla visita, il Segretariato contattò pertanto il gesuita britannico Bernard Leeming, che aveva insegnato alla Pontificia università Gregoriana, ma che nel frattempo era già rientrato a Oxford. Leeming scrisse tre volte, fornendo il suo commento e la sua valutazione su Fisher e sulla Comunione anglicana. In quella prima fase, il Segretariato registrò decisamente una rapida curva di apprendimento.

Lambeth Palace annunciò il viaggio dell’arcivescovo il 3 novembre: sarebbe andato a Istanbul per visitare il patriarca ecumenico, poi a Gerusalemme e infine a Roma, dove avrebbe incontrato Papa Giovanni XXIII. La notizia fu accolta con entusiasmo da alcuni, ma con sospetto da molti altri, sia anglicani che cattolici. Alcuni anglicani e altri cristiani britannici appartenenti a una corrente più evangelica o protestante si opposero alla visita, temendo che l’arcivescovo si stesse piegando a un compromesso.

Il giorno in cui arrivò a Roma, Fisher celebrò una liturgia vespertina nella chiesa anglicana di Ognissanti. Nel sermone, con un tono leggermente critico, egli contrappose il governo monarchico papale del cattolicesimo alla struttura più collegiale dell’anglicanesimo. Questa fu una mossa politica da parte di Fisher, per alleviare i timori nella sua stessa Comunione. Quando, in una conferenza stampa, gli vennero fatte domande in merito alle critiche sollevate dalla sua visita, egli invitò coloro che avevano avanzato tali critiche a leggere il suo sermone e a rassicurarsi circa il suo fedele impegno nei confronti dell’anglicanesimo.

Anche tra i cattolici serpeggiavano forti preoccupazioni. Il cardinale Tardini, segretario di Stato, che si era opposto alla visita, era deciso a minimizzare il suo impatto sulla stampa. Nessun rappresentante del Vaticano andò ad incontrare l’arcivescovo Fisher al suo arrivo a Ciampino. Egli venne invece accolto da sir Peter Scarlett, ministro britannico presso la Santa Sede, che gli comunicò le condizioni di Tardini per la visita: non dovevano esserci foto; Fisher non doveva visitare il Segretariato; non doveva essere rilasciato alcun comunicato stampa; e nessun officiale vaticano doveva essere invitato al ricevimento in onore di Fisher presso la residenza del ministro britannico.

Nonostante le perplessità di entrambe le parti, Fisher fu ben accolto da Papa Giovanni e i due leader cristiani parlarono per più di un’ora. Più tardi, Fisher avrebbe raccontato alcuni dettagli della conversazione. Ringraziò il Pontefice per l’istituzione del nuovo Segretariato per la promozione dell’unità dei cristiani, e Papa Giovanni rispose che quel pomeriggio Fisher si sarebbe incontrato con il cardinale Bea, contraddicendo direttamente le istruzioni di Tardini. Tale incontro, al quale parteciparono anche monsignor Willebrands e il reverendo John Satterthwaite, segretario generale del Consiglio per le relazioni estere della Chiesa d’Inghilterra, offrì l’opportunità di parlare delle relazioni tra le due Comunioni e del processo di nomina degli osservatori al successivo concilio Vaticano.

Un frutto immediato della visita fu la nomina del canonico Bernard Pawley a rappresentante personale permanente presso la Santa Sede. Quando il Segretariato diramò gli inviti alle varie Comunioni mondiali perché delegassero osservatori al concilio, fu la Comunione anglicana a rispondere per prima designando tre teologi guidati dal vescovo John Moorman e accompagnati da Pawley.

Tra gli osservatori, uno dei più entusiasti fu il professor Albert Outler della Southern Methodist University, negli Stati Uniti, storico della Chiesa metodista ed ecumenista. Outler ricordò in seguito che tra gli osservatori vi erano opinioni molto diverse, che egli ripartì nei campi degli “scettici”, dei “realisti” e dei “visionari”. Seduti sotto la statua di san Longino, gli osservatori godevano di un’eccellente visuale su ciò che accadeva, ricevevano testi e traduzioni, e potevano avere incontri con i periti, il tutto organizzato dallo staff del Segretariato. L’evento del concilio permise al nuovo dicastero di stabilire eccellenti relazioni con altre Comunioni cristiane attraverso gli osservatori. Outler notò «la carità soprannaturale dei nostri ospiti del Segretariato che ci ha riuniti e tenuti insieme». Tuttavia, a differenza di quanto era avvenuto nella precedente visita dell’arcivescovo Fisher, questa ospitalità ora non si era limitata allo staff del Segretariato. Outler parlò degli osservatori sopraffatti dal «calore e dall’ampio respiro dell’ospitalità cattolica» e non solo dello Spuc, «ma di tutti nella Città del Vaticano, dalla Guardia svizzera all’infermeria vaticana al Papa stesso».

Tre mesi dopo la chiusura del concilio, il successore dell’arcivescovo di Canterbury, l’arcivescovo Michael Ramsey, visitò Roma e incontrò Papa Paolo VI nella Cappella Sistina e in San Paolo fuori le Mura. Diversamente dalla visita del 1960, questo incontro dei due leader cristiani ricevette una grandissima attenzione da parte dei mass-media; venne rilasciata una dichiarazione comune che annunciava l’intenzione di avviare un «dialogo serio» e vi furono gesti audaci, nessuno più memorabile del dono di Paolo VI, il quale regalò all’arcivescovo l’anello episcopale che aveva portato come arcivescovo di Milano.

Nell’ottobre del 1967, la Commissione internazionale metodista-cattolica si incontrò per la prima volta ad Ariccia, fuori Roma. Nello stesso anno, la Commissione preparatoria congiunta anglicano-cattolica (Arcic) si riunì tre volte. Il Rapporto di Malta da essa pubblicato esponeva i tre argomenti che la Commissione avrebbe dovuto affrontare: eucaristia, ministero e autorità.

La dichiarazione comune dell’arcivescovo Ramsey e di Papa Paolo VI rilevava l’esistenza di seri ostacoli per l’unità tra le nostre due Comunioni. Gli sviluppi verificatisi negli ultimi sessant’anni, in particolare l’ordinazione delle donne e le questioni legate alla sessualità umana, hanno sollevato nuove difficoltà. Tuttavia, come hanno chiarito Papa Francesco e l’arcivescovo Welby nella loro Dichiarazione comune del 2016, tali ostacoli «non devono portare a una riduzione dei nostri sforzi ecumenici» né devono modificare il nostro impegno a favore del dialogo.

Oggi riconosciamo che, dietro le nostre divergenze, c’è la differenza di governo che l’arcivescovo Fisher aveva menzionato, sebbene in modo polemico, durante il sermone nella chiesa di Ognissanti. Le sparse strutture di autorità della Comunione anglicana hanno portato a enormi tensioni, che minacciano la sua integrità e la pongono di fronte alla sfida di trovare strutture che ne possano preservare l’unità. Anche la Chiesa cattolica riconosce la necessità di una riforma delle proprie strutture, la necessità di diventare una Chiesa più sinodale, come ha sottolineato Papa Francesco in numerose occasioni. La Commissione internazionale anglicano-cattolica ha affrontato queste problematiche adottando il metodo dell’ecumenismo ricettivo. Riconoscendo l’altro come una comunità che ha ricevuto la grazia dello Spirito Santo, siamo in grado di comprendere che «quello che lo Spirito ha seminato» nelle altre Comunità cristiane è «un dono anche per noi» (Evangelii gaudium, 246).

Nella sua dichiarazione «Walking Together on the Way», la Commissione vede le nostre due Comunioni come comunità che, insieme, hanno intrapreso un comune pellegrinaggio e come fonti di risorse reciproche, mentre ciascuna si sta riformando e rinnovando nella fedeltà a Cristo. Camminando insieme in questo modo cresciamo anche insieme, diventando più riconoscibili l’una all’altra come autentiche comunità cristiane. Dopo la visita dell’arcivescovo Fisher a Roma, un giornale inglese pubblicò una vignetta con la figura del Papa e dell’arcivescovo, e sotto la didascalia «Arrivederci, ci vediamo nel 2360». Tuttavia lo stesso Fisher, rivolgendosi all’assemblea della Chiesa d’Inghilterra, affermò: «Col tempo, non dovrebbe essere più insolito che i leader cristiani si incontrino in questo modo».

Fortunatamente le parole dell’arcivescovo si sono rivelate più profetiche di quelle del vignettista. Adesso infatti è pratica comune che i leader cristiani si incontrino in questo modo, si scambino calorosi saluti fraterni, preghino insieme e diano testimonianza comune della fede cristiana. L’esempio più recente di tale testimonianza comune è stato offerto dal video-messaggio di Papa Francesco registrato per essere trasmesso durante la liturgia di Pentecoste presieduta dall’arcivescovo Justin Welby. Nel messaggio, il Pontefice prega affinché cattolici e anglicani possano essere insieme «testimoni di misericordia per la famiglia umana», perché «non possiamo chiedere agli altri di essere uniti se noi stessi prendiamo strade diverse». Sessant’anni di promozione delle relazioni tra le nostre Chiese hanno fatto molto per rendere più unanime e unita la testimonianza cristiana che rendiamo davanti al mondo.

di Anthony Currer
Officiale del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani