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Contro la dittatura dell’immagine

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«Congedo da Goethe» di Costantin Noica

23 giugno 2020

Recensire un testo come quello di Costantin Noica, Congedo da Goethe (Soveria Mannelli, Rubbettino, 2019, pagine 311, euro 24), per chi studia seriamente è un obbligo morale. Il grande pubblico sa chi siano Mircea Eliade, Emil Cioran, Eugen Ionescu (poi noto come Eugène Ionesco) ma ignora chi sia Costantin Noica che, comunque, di quel gruppo di intellettuali romeni era parte integrante. Rimane poco noto perché, a differenza degli altri, non emigrò convinto che — come ricorda Davide Zaffi nella preziosa e densa presentazione del volume — «emigrando, un intellettuale non solo infligge una grave perdita al proprio Paese, ma allo stesso tempo depotenzia se stesso».

L’opera in questione è, purtroppo, solo una parte di quella inizialmente scritta perché le vicende interne del nuovo regime portarono al sequestro dell’opera che verrà restituita all’autore solo decenni dopo e ampiamente mutilata. Si parlava all’inizio di 800 pagine, l’autore ne riebbe indietro circa 300. Nel frattempo anche il titolo è cambiato: originariamente doveva essere “Anti-Goethe” ma prese poi il titolo di Congedo da Goethe. Forse perché, ricorda ancora Zaffi, «da un punto di vista comunista nulla sfugge alle ragioni della politica». Rimane però il fatto che, a una delle opere fondamentali del pensiero europeo del Novecento, sicuramente non fu dato lo spazio che avrebbe meritato.

Il lavoro è effettivamente denso di significati e critica un certo modo di intendere il mondo o, se si vuole, di fare filosofia, modo che, in Goethe, «rimaneva però ambiguo», come in parte della cultura contemporanea. La nostra epoca, ricorda Zaffi riportando le parole di Noica, «accentua nel culto della forma semplicemente l’aspetto esteriore» e questo viene esasperato dal cinema. «Quel che è assurdo nel cinematografo (...) è la pretesa che tutto può esporsi all’occhio e tutti i significati sono significati oculari». Discorso che sarebbe poi stato esasperato dal piccolo schermo. Mentre si stava inventando la televisione, Noica sosteneva che si arriverà a «televisionare» invece di comprendere. Profetizzava già un dramma per altri versi intravisto già da Rosmini. «Quando non sai che fartene dei mezzi che hai a disposizione, essi cominciano ad agire da soli». L’intelligenza si spegne di fronte al culto degli oggetti.

Il pensiero di Goethe dà questo assaggio di crisi della ragione in modo quasi compiaciuto. Noica lo dice con chiarezza: «L’arte dà sì un avvertimento e segnala che esiste un altro ordine, un altro modo di comporre le cose, ma non porta nessuno in modo necessario verso quest’ordine. È come se l’arte dicesse: esiste una ragione più profonda delle cose, ma le sue vie ci sono ignote». Perché l’arte si è ridotta così? La ragione della grandezza di Goethe, come pure il motivo per il quale dobbiamo congedarci da lui, sta tutta qui. Ha generato molte delle nostre contraddizioni nel modo di concepire il divenire dell’essere. «Goethe era nel giusto quando diceva che l’oggetto della ragione è il divenire. Ma quale?». Si può ignorare questa domanda? Sottovalutandola si dimentica un requisito essenziale della nostra passata cultura: «L’assoluto della religione era l’assoluto umano».

L’illusione della linearità accompagna la nostra esperienza di pensiero, ma si può negare che tale illusione non ci soddisfa, se costretta nel finito? «Come si può negare il senso dell’infinitudine a un mondo che accanto alla coscienza artistica (il bello è l’infinito nel finito, diceva Schelling) ha scoperto la coscienza filosofica, cioè quella dell’infinitudine razionale?».

Questo rapporto tra finito e infinito è stato oggi completamente travisato con il sacrificio dell’infinitudine. Da qui la coraggiosa conclusione. «Occorre in effetti riconoscere lucidamente, per la stessa dignità della cultura europea, che essa appare oggi un nobile fallimento, sia in campo umanistico che in quello scientifico».

di Rocco Pezzimenti