· Città del Vaticano ·

Contro il nazionalismo religioso

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Nell’ultimo numero de «La Civiltà Cattolica»

20 giugno 2020

Una minaccia incombe in questi difficili tempi sul dibattito politico e sulle sue dinamiche fino a insidiare le relazioni internazionali stesse. Una minaccia costituita da qual nazionalismo esasperato che fa di se stesso un dogma, spesso adottando a proprio vantaggio simbologie e ritualità religiose. La religione, in questo modo, viene strumentalizzata per veicolare un messaggio politico solo apparentemente patriottico. Il nazionalismo diviene una religione e la religione viene ridottta a un’ideologia nazionalista. Da questa strumentalizzazione all’idolatria il passo è breve.

Parte da questa constatazione Joseph Lobo per sviluppare la sua analisi del fenomeno nell’articolo «Contro il nazionalismo religioso» pubblicato nell’ultimo Quaderno de «La Civiltà Cattolica». Come si evince dal titolo, obiettivo dell’autore è contribuire a «operare una liberante decostruzione del nazionalismo». A questo scopo, Lobo chiarisce subito i termini della questione: il nazionalismo presuppone un’omogeneità ideologica, culturale e religiosa, rinsaldata dai confini geopolitici. «In realtà, nell’odierno mondo globalizzato non c’è alcuna tra le entità geografiche che possono definirsi “nazione” che abbia al suo interno una sola identità omogenea sotto il profilo linguistico o religioso, o da qualsiasi altro punto di vista. Quindi un nazionalismo radicale è possibile soltanto se esso elimina questa diversità. Ciò che è straniero o diverso viene considerato malvagio e in quanto tale va abbattuto. I nazionalismi semplicemente mitizzano la storia e storicizzano le mitologie con grande successo, si ammantano di aspetti pseudo-religiosi offrendo un linguaggio in cui sia facile l’identificazione collettiva e che, mentre nasconde le proprie contraddizioni, rende plausibile l’individuazione di un «nemico».

È una realtà facilmente riscontrabile e che, con varie gradazioni, ha informato la storia delle nazioni, anche di quelle con un solido retaggio democratico. Un sentimento nazionale per certi versi laico come quello degli Stati Uniti, ricorda infatti l’autore, ha offerto «una sorta di divinizzazione nei riguardi di alcuni dei padri fondatori e una narrazione incentrata sul ruolo e favore speciali accordati da Dio a quel popolo». Nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale l’esaltazione dell’American way of life ha comportato l’apoteosi della vita nazionale, l’equiparazione dei valori nazionali a una religione, la divinizzazione degli eroi nazionali e la trasformazione della storia nazionale in Heilsgeschichte («Storia della salvezza»). Ovviamente, il nazionalismo non va mai confuso con il patriottismo. Infatti, come ricorda Lobo, mentre il «patriota è orgoglioso del suo Paese per quello che fa, il nazionalista si vanta del suo Paese, qualsiasi cosa faccia; il primo contribuisce a creare senso di responsabilità, mentre il secondo conduce a una cieca arroganza che porta alla guerra».

Una risposta al nazionalismo è una risposta autenticamente religiosa, ovvero una risposta che, attraverso la teologia, sappia cogliere l’essenza del discorso religioso stesso, decostruendo narrazioni e pratiche che si rivelano distruttive anziché costruttive, come quelle del nazionalismo, appunto. La teologia non è solamente importante, ma essenziale per decostruire tante narrazioni e tante pratiche distruttive che disumanizzano gli individui e le collettività, come la retorica e l’esercizio del nazionalismo religioso-culturale.

L’autore prende quindi in considerazione la parabola del Buon samaritano (cfr. Lc 10, 25-37). Il suo impatto risiede nell’idealizzazione del samaritano invece che di un (buon) ebreo. Pur criticando il sacerdote e il levita per la loro religiosità non liberatoria, la parabola avrebbe potuto esaltare un ebreo qualsiasi, un povero. Perché invece esalta un samaritano? La nuova categoria, quella del «prossimo», è un antidoto all’autogiustificazione nazionalista. Il prossimo non coincide con il correligionario e il connazionale. La parabola del Buon samaritano sfata il mito di un nazionalismo che si proponga di costruire una nazione sulle macerie di alcuni dei suoi cittadini e dei suoi vicini. L’impegno a farsi prossimo di chiunque, come viene esaltato nella parabola, esige passi concreti. Davanti a un prossimo vero e vivo, il nazionalismo e il patriottismo ipocrita finiscono nel dimenticatoio ed emerge la verità concreta di ogni essere umano creato a immagine e somiglianza di Dio.

Il nazionalismo religioso-culturale, sottolinea in seguito Lobo, è un discorso «pubblico». Cioè, la sua plausibilità è affidata ad atti pubblici modellati su problemi reali della vita quotidiana, sui quali il nazionalismo religioso-culturale viene proiettato come panacea. In questi termini, esso conquista molti euforici seguaci, che non esiterebbero a commettere azioni efferate «per il bene della nazione», in chiara violazione delle tradizioni e dei testi sacri, che essi interpretano all’opposto di quanto dicono i loro principali contenuti. Se si vogliono contrastare efficacemente simili distorsioni, è necessario che l’esegesi e la teologia delle diverse religioni, oltre che scientificamente fondate, siano di pubblico dominio. In altre parole, esse devono liberarsi dalla morsa dell’elitarismo, e dev’essere loro consentito di emergere e di svolgere un ruolo nell’ambito pubblico, in modo che diventino socialmente intelligibili e significative, sia nelle loro modalità metodologiche sia nelle questioni che focalizzano.

Ma un’efficace risposta teologica al nazionalismo religioso-culturale dovrebbe, secondo Lobo concentrarsi sul «pentimento nazionale», una presa di coscienza collettiva che conduca a riconoscere i peccati insiti in ogni storia nazionale. Occorre impedire che il discorso nazionalista si diffonda e diventi «senso comune» nella vita quotidiana, modellando in tal modo l’intelligibilità sociale secondo i termini di un immaginario religioso-culturale esclusivista, e facendo sì che le istituzioni della democrazia perdano il loro carattere democratico. È necessario un intervento culturale capace di creare coscienza critica negli individui e nei gruppi attraverso una molteplicità di modi: in primo luogo, mediante la responsabilità educativa nelle sue varie forme.

In conclusione si può affermare che il nazionalismo religioso-culturale di tutti i tempi esige una risposta teologica. Infatti la religione può raggiungere i livelli profondi della realtà umana e indurre una trasformazione a livello sia personale sia strutturale. Gli ideologi del nazionalismo religioso-culturale, evidenzia infatti l’autore, hanno sempre compreso molto bene che il livello fondamentale dell’essere umano è quello religioso, per il fatto che la sua apertura verso l’infinito gli permette di trascendere il suo stesso sé, e quindi hanno prodotto molti martiri per la loro causa, mentre torturavano e uccidevano altre persone. Questo può essere contrastato soltanto per mezzo di un impegno che nasca da aspirazioni religiose ancora più profonde e più autentiche. Qui si radica l’importanza del ruolo della religione e della teologia.