· Città del Vaticano ·

Consumato d’amore per Dio e per i poveri

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19 giugno 2020

Un grande maestro di spiritualità, il padre gesuita Louis Lallemant, (1587-1635), spiegando il dono della fortezza, scrisse: «L’occasione d’una bella morte è così preziosa che nessun uomo saggio deve lasciarsela sfuggire allorché si presenta. Ora, vi sono tre sorti di morti splendide: la prima, morire assistendo gli appestati; la seconda, morire nelle missioni estere; la terza, morire per il proprio gregge».

Fra i gesuiti spirati così a servizio di Dio, commuove in particolar modo la storia di san Luigi Gonzaga (1568-1591), spentosi a soli ventitré anni proprio per aver aiutato i malati colpiti dal morbo che flagellò Roma nel 1591.

Certo non era stato questo il futuro sognato per lui da suo padre, Ferrante Gonzaga, marchese di Castiglione, principe del Sacro romano impero, diplomatico, colonnello dell’esercito, governatore del Monferrato. Per instillare in Luigi, suo adorato figlio primogenito, l’amore della gloria e del potere, Ferrante non esitò a vestirlo con un’armatura militare, a fargli passare in rivista i suoi uomini, a mettergli perfino in mano armi preparate appositamente per lui, piccole ma efficaci. Luigi, a soli cinque anni, era stato trasformato in un bambino-soldato di alto rango.

Un giorno, giocando con la polvere da sparo, corse seriamente il rischio di saltare in aria. Quando poi tornò nel palazzo di famiglia, sua madre, un’esponente della nobiltà piemontese, Marta Tana di Santena, che era tanto bella e affascinante quanto saggia e devota, rimase esterrefatta nel sentire il genere di linguaggio che il piccolo aveva imparato dalle truppe e che, nella sua innocenza, ripeteva senza censure.

Fu proprio l’influsso della madre, dolcissima e profondamente pia, a mutare il cuore di Luigi. Ella vedeva che il figlio aveva un’intelligenza brillante e un animo sensibile e fu attenta a educarlo cristianamente, rallegrandosi quando lo vedeva pregare e fare delle elemosine. Mentre il marchese costruiva la sua carriera alla corte spagnola, Luigi, affidato unicamente alle cure materne, si aprì all’azione della grazia, come un fiore alla rugiada del mattino. La sua anima era rapita da Dio; il suo cuore era acceso dall’amore.

A dieci anni, mentre si trovava a Firenze, ospite della corte dei Medici, recatosi a pregare nella chiesa dell’Annunziata, a onore della Madonna fece voto a Dio di perpetua verginità. Tornato nel palazzo paterno, cercava angoli remoti per passarvi in ginocchio lunghe ore, solo col suo Dio. «Pareva volesse parlare con le mura», testimoniarono poi i domestici, stupiti dalla sua sete di preghiera.

Nel 1580, nell’ambito di una visita pastorale, giunse a Castiglione san Carlo Borromeo e il giovane Gonzaga si recò a rendergli omaggio nella casa dell’arciprete. Il santo cardinale si intrattenne con lui più di due ore, colpito dalla grazia con cui quel fanciullo di dodici anni sapeva parlare di Dio, e commosso dalla limpidezza del suo sguardo. Luigi ricevette la prima Comunione proprio da san Carlo. Nello stesso anno raggiunse il padre a Casale Monferrato, dove prese a frequentare le chiese dei padri cappuccini e dei barnabiti. Affascinato dalla testimonianza dei religiosi, iniziò a desiderare anche per sé la vita consacrata. Intanto proseguiva con profitto gli studi, con l’aiuto di validi precettori e maestri. Il marchese apprezzava la brillante intelligenza del figlio e, considerandolo adatto per la carriera diplomatica, gli fece apprendere lo spagnolo, il francese, il greco, il latino, il toscano.

Dopo avergli fatto frequentare l’ambiente dei Medici, lo portò a Mantova e poi a Madrid, nella sontuosa corte di Filippo ii. Ma gli occhi puri del fanciullo intuirono «di che lagrime grondi e di che sangue» lo scettro dei sovrani, proprio come un giorno avrebbe scritto Ugo Foscolo ne I sepolcri. Luigi contestava silenziosamente quell’ambiente pieno di ostentazione vestendosi con sobrietà, mentre il suo amore per i poveri diventava sempre più forte. «Non bisogna che per nascita vogliamo grandeggiare — disse una volta — perché ad ogni modo le ceneri d’un principe non si discernono da quelle di un povero». E un’altra volta esclamò: «Vorrei pur saper amare Dio con quel fervore che merita una tanta Maestà e mi piange il cuore che i cristiani gli mostrino tanta ingratitudine». Certo sentiva anche lui scorrere nelle proprie vene il sangue fiero dei Gonzaga, ma lo domò con la preghiera e la penitenza.

Nella festa dell’Assunta del 1583 chiese alla Madonna di illuminarlo circa la scelta dello stato: uscì da questa lunga preghiera deciso a diventare gesuita. La madre ne fu felice; il padre divenne furibondo e lo minacciò di levargli dalla testa questo progetto a suon di frustate. «Piacesse a Dio che io avessi grazia di patire tali cose per amor suo», rispose Luigi senza scomporsi. Ma furono necessari due anni di discussioni perché alla fine il marchese cedesse. Il giovane poté così pronunciare l’atto solenne di rinuncia ai diritti di primogenitura a favore del fratello Rodolfo: lui era raggiante, suo padre pianse per tutto il tempo.

Entrato finalmente nel noviziato dei gesuiti all’età di diciassette anni, colpì i confratelli per l’amore con cui seguiva ogni punto della Regola, per l’umiltà con cui si faceva costantemente ultimo di tutti, per la dedizione alla vita di preghiera e penitenza, per l’impegno e i brillanti risultati negli studi teologici. Il suo confessore e padre spirituale, san Roberto Bellarmino, testimoniò: «Il desiderio di essere unito a Dio lo consumava come un gran fuoco. Era la febbre del desiderio di spendere la sua vita a servizio dei poveri e dei malati». Un confratello, Virgilio Cepari, lo stimava così tanto che ne scrisse la biografia mentre egli era ancora in vita. Proprio padre Cepari spiegò le cause della pestilenza in cui il santo trovò la morte, contagiandosi nell’assistenza ai malati: «Era l’anno 1591 travagliatissimo da una mortalità universale per tutta l’Italia, cagionata dalla carestia grande e dalla fame che in ogni luogo si pativa; ed in Roma specialmente morì un numero grande di gente che con la speranza di avere limosina da tutte le parti vi concorreva». In mezzo a tanta devastazione, Luigi non esitò a tendere la mano ai nobili conosciuti in passato per ottenere aiuti per i suoi malati. Colpito a sua volta dal morbo, si mise a letto il 3 marzo 1591 e, dopo molte sofferenze affrontate con pace e fortezza, spirò il 21 giugno 1591, invocando con le ultime forze il nome di Gesù. Santa Maria Maddalena de’ Pazzi (1566- 1607) disse di lui: «Quanto egli ha amato in terra! Per questo oggi in cielo possiede Dio in una sovrana pienezza d’amore».

di Donatella Coalova