· Città del Vaticano ·

Come nel dopoguerra una mobilitazione fondata sulla fiducia

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Conversazione con il fisico Fabio Pistella, ex direttore generale dell’Enea

01 giugno 2020

Media e social networks stanno dedicando grande attenzione alla cosiddetta terza fase, quella del rilancio e della ripresa. Occorrerà adoperarsi per coniugare il supporto alle fasce deboli della popolazione e il riavvio della parte sana del sistema economico. In Italia pesano la cronica inefficacia dell'impianto normativo e amministrativo e la pesantezza burocratica. Sul piano internazionale, invece, è mancata la comprensione del cambiamento risultante dal processo della globalizzazione e della finanziarizzazione dell’economia: «Si tratta di emergenze non gestibili, né risolubili, dai singoli Paesi, poiché implicano strade praticabili solo a livello mondiale. Non basta ripartire, occorre innovare in maniera concertata puntando sulla specifica spinta innovativa di ogni Paese» chiarisce il fisico Fabio Pistella, già direttore generale dell’Enea, componente del collegio dell’Autorità per l’energia e presidente del Cnr. L’Italia vanta un certo spirito imprenditoriale, una buona propensione al risparmio, un immenso patrimonio artistico-culturale e ambientale-paesaggistico, competenze scientifiche e tecnologiche, solidarietà e impegno nel terzo settore: «Il Paese può sfruttare un brand ben riconoscibile, grazie al quale da anni manteniamo in attivo la bilancia commerciale, a dimostrare come la realtà produttiva abbia valore e consistenza», spiega.

Cosa ha determinato il declino di scuola e sanità, l’incuria verso l’ambiente e il patrimonio storico e artistico, il disimpegno verso ricerca e innovazione?

Da tempo queste risorse sono state depotenziate e penalizzate nella destinazione di fondi, come fossero oneri improduttivi: una confusa politica di privatizzazione e liberalizzazione ha causato il passaggio dall’estremo di uno Stato proprietario all’altro di uno Stato che rinuncia a fissare le linee prioritarie, a definire obiettivi e verificarne il conseguimento. Allo sviluppo sostenibile si è privilegiato il dare spazio all’utopia della decrescita e al rifiuto, generalizzato e paralizzante, di investimenti anche nel green, ad esempio, in energie rinnovabili e gas naturale, o nell’ammodernamento delle reti di trasporto e di comunicazione, presupposto indispensabile alla digitalizzazione, necessaria per modernizzare il Paese e pensare alle nuove generazioni.

Quali contenuti devono occupare l’agenda delle governance?

Le scelte strategiche, di respiro almeno decennale, dovranno mirare a un sistema socio-economico basato sullo sviluppo sostenibile, che può essere tale solo se è simultaneamente realistico sui i tre piani della percorribilità economica, dell’equità, quindi dell’accettabilità sociale, e della compatibilità ambientale. Il presupposto è adottare una visione integrata delle diverse problematiche. Ad esempio, lo sviluppo socio economico dei Paesi africani, le migrazioni e il terrorismo sono tre questioni non affrontabili singolarmente. A livello nazionale occorrerà focalizzarsi sulle esigenze dei cittadini e delle imprese, privilegiando investimenti in infrastrutture per trasporti e telecomunicazioni, in economia circolare, in riqualificazione delle città, nella messa in sicurezza e riassetto del territorio, nel contenimento degli effetti dei cambiamenti climatici. Questi obiettivi richiedono concertazione e condivisione. Le governance non possono andare all'inseguimento del consenso elettorale, in una logica di breve periodo, ma devono guidare all’interesse comune.

Un cambiamento di paradigma il cui prerequisito è il recupero di rispetto, fiducia e coesione

Esatto. Il rispetto dell’altro — delle sue istanze e proposte — è stato soffocato dall’affermazione di sé, frutto di un approccio psicosociologico che insiste sull’autorealizzazione dell’individuo, a scapito del valore delle comunità. A ciò si aggiunge la compromissione dei rapporti intergenerazionali, degenerati in accusa di presunti torti incrociati. Va corretta la scarsa pratica di regole e doveri, perché ogni diritto implica uno o più doveri altrui, e va contenuta la tendenza a privilegiare la difesa dei diritti personali rispetto alla salvaguardia di quelli collettivi.

La fiducia va promossa nelle sue diverse valenze: verso il prossimo e le istituzioni, nella comunità di appartenenza e nel futuro.

Certo. La sfiducia rischia di diventare giustificazione e alibi del disimpegno: in passato, la fiducia nei rapporti economici era garantita dalla conoscenza diretta e dall’affidabilità. Chiaro esempio è stato, nel dopoguerra, il ricorso a forme di credito senza l’intermediazione di operatori finanziari, come la cambiale, uno strumento per la crescita di investimenti e consumi, che ha incrementato la massa monetaria effettiva.

Ha parlato anche di coesione...

È il cemento di ogni aggregato sociale, dalla famiglia ai territori, agli Stati nazionali: non aiutano l’individualismo esasperato, l'esacerbazione dei distinguo, il gioco delle contrapposizioni, il mito della competizione. Occorre, invece, un’azione comune per affrontare le sfide di sistema, non superabili in ordine sparso. L’Italia ha due grandi obiettivi: realizzare la coesione tra Mezzogiorno e Settentrione e contribuire alla costruzione di un’Unione europea compiuta, non solo monetaria, ma anche fiscale, politica, identitaria. Dobbiamo superare i particolarismi economicistici e il peso di burocrazie autocratiche, valorizzando le grandi risorse materiali e immateriali di cui disponiamo.

In tutto ciò la priorità rimane l’educazione (e non solo la formazione), un sistema della comunicazione e dell’informazione pluralista e indipendente, un assetto istituzionale capace di autoselezionarsi e autorinnovarsi...

Indicherei qualche suggerimento operativo: all’indice pil, che rappresenta solo dati economici e anche poco realistici, sostituire l’indice Bes (Benessere equo e sostenibile) che dà conto delle condizioni di vita dei cittadini. La produttività va misurata non in valore creato per ora lavorata (con il paradosso di perseguire attività senza addetti), ma in valore creato per costo totale dei fattori produttivi, evitando un’automazione esasperata fino al paradosso dei robot che assistono gli anziani. Occorre ridare centralità al lavoro, che ha per l’essere umano una valenza ben più significativa della modalità per procurarsi i mezzi di sussistenza. Va poi compreso e trasmesso un uso responsabile e selettivo della tecnologia.

Si può fare?

Per convincerci che tutto questo non sia semplice utopia basta pensare alla straordinaria trasformazione dell’Italia prebellica da Paese orientato all’autarchia, con ampie sacche di popolazione in condizioni di mera sussistenza, ripiegato su di un'agricoltura arretrata, a paese moderno con standard di vita e posizionamento internazionale impensabili dopo la disfatta bellica. Non fu scelto allora di ritornare all’Italia prebellica, ma di innovare radicalmente. È doveroso accettare la nuova sfida e ricreare quel clima di mobilitazione, utile non solo agli obiettivi, ma perché è un valore di per sé.

di Silvia Camisasca