· Città del Vaticano ·

A tutela del futuro della famiglia umana

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Riflessioni a margine della Giornata mondiale contro lo sfruttamento del lavoro minorile

13 giugno 2020

Lo scorso mercoledì 10 giugno, al termine dell’udienza generale, Papa Francesco ha rivolto un accorato ed energico appello perché cessi nel mondo lo sfruttamento del lavoro minorile, «che priva i bambini e le bambine della loro infanzia e che ne mette a repentaglio lo sviluppo integrale». Molto spesso, infatti, tale forma di strumentalizzazione dei più piccoli, che nel linguaggio onusiano prende il nome di child labour, si configura attraverso forme di schiavitù e di segregazione, con conseguenti sofferenze fisiche e psicologiche per i minori.

Si tratta di pratiche che sviliscono il diritto fondamentale di ogni bambino a vivere un’infanzia serena, fatta di educazione, amore familiare e scolarizzazione e che purtroppo non è nuova: già con l’avvento delle Rivoluzioni industriali, la piaga dello sfruttamento della manodopera infantile iniziò a dilagare.

Rispetto alla situazione di quel tempo, molto è stato fatto tanto sul piano interno quanto su quello internazionale, per mezzo di proposte legislative tese ad arginare questo fenomeno. Basti pensare alla prima legislazione in materia di lavoro minorile nel Regno Unito, quando, nel 1842, venne emanato il Mines Act, nel periodo in cui Anthony Ashley Cooper escluse tutte le donne e i minori di anni 10 dal lavoro in miniera. Oppure al successivo English Factories Act del 1883 che, sempre nel Regno Unito, vietava il lavoro in fabbrica per i bambini minori di 9 anni.

Come non richiamare, poi, sul piano internazionale, il ruolo chiave esercitato negli anni dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), per mezzo della crescente codificazione di convenzioni internazionali volte a tutelare i minori chiamati ad imbracciare gli arnesi da lavoro, piuttosto che la penna o una palla per giocare. Trattati internazionali come la Convenzione sull’ispezione del lavoro in agricoltura (C129) del 1969, la Convenzione sull’età minima per l’accesso al lavoro (C138) del 1973, la Convenzione sulle forme peggiori di lavoro minorile (C182) del 1999 e la Convenzione sulla sicurezza e la salute nell’agricoltura (C184) del 2001 sono esempi di un dialogo che nella comunità internazionale non si è mai arrestato al fine di debellare definitivamente il flagello dello sfruttamento degli infanti.

La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo del 1989 è stata, poi, un altro punto di approdo fondamentale per riconoscere al fanciullo, «ai fini dello sviluppo armonioso e completo della sua personalità», il diritto di «crescere in un ambiente familiare in un clima di felicità, di amore e di comprensione».

Nonostante la regolamentazione a livello internazionale abbia sicuramente contribuito a contenere il problema, i diritti dei fanciulli sono attualmente negati in gran parte del mondo, se si pensa che vi sono circa 152 milioni di bambini, tra i 5 e i 17 anni, costretti al lavoro minorile. Secondo i dati dell’Ilo precedenti all’ondata pandemica (cfr. Global Estimates of Child Labour: Results and trends, 2017) la maggior parte di loro, circa 72 milioni, si trovava nel continente africano, mentre 62 milioni nelle regioni dell’Asia e del Pacifico. La Fao, inoltre, puntualizzava nel 2017 che più di due terzi di questi fanciulli, circa 108 milioni, sono impiegati nell’agricoltura (nel 2012 erano 98 milioni) ed è interessante evidenziare che mentre dal 2012 ad oggi il lavoro minorile sia complessivamente diminuito, le prestazioni lavorative di minori nel settore agricolo siano aumentate del 12 per cento (cfr. Ending Child Labour. The decisive role of agricultural stakeholders, 2017).

La pandemia del covid-19 in corso rischia di esacerbare ulteriormente la situazione e di spingere un crescente numero di bambini ad abbandonare la scuola per cadere nella trappola del lavoro minorile. Dall’insorgere della crisi del coronavirus almeno 320 milioni di bambini non hanno più accesso ai pasti scolastici. A causa della chiusura delle scuole e delle difficoltà economiche che le famiglie devono affrontare per la pandemia, i bambini possono essere costretti a lavorare in condizioni dannose e inaccettabili.

Le agenzie Onu registrano che in agricoltura il lavoro minorile è spesso collegato allo svolgimento di mansioni faticose e pericolose, che possono portare ad alte percentuali di infortuni mortali e non mortali, nonché di malattie professionali. I bambini vengono spesso costretti a guidare pesanti macchinari agricoli, ad utilizzare dei pesticidi tossici e a svolgere attività di pesca con la dinamite esponendosi, nei casi più estremi, anche al rischio di gravi amputazioni.

Si tratta di situazioni che, come mostrato da numerosi studi, possono creare altresì gravi conseguenze di natura psicologica in chi le subisce: sono stati evidenziati, tra gli altri, problemi di stress, depressione, perdita della speranza, sentimenti di frustrazione e inadeguatezza, vergogna, sensi di colpa, immaturità psicologica, incapacità comunicativa fino al rischio di malattie mentali.

Tali dati, che ci danno dei riferimenti al fine di cogliere la diffusione del lavoro minorile nel mondo, devono essere affiancati alla constatazione che spesso la problematica è sfuggente perché minimizzata o non adeguatamente compresa dalle stime statistiche a causa delle dimensioni di portata globale che il fenomeno della produzione assume.

A questa incognita si aggiunge che, mentre con riferimento alla manodopera nel settore agricolo può risultare più agevole censirne i numeri, detto computo diventa decisamente più complesso per quanto riguarda la produzione di beni e servizi e, di conseguenza, per definire l’apporto dato dal lavoro minorile, dal lavoro forzato e dalla tratta di esseri umani che, in quanto pratiche illecite e illegali, rimangono volutamente occultate.

Diviene, pertanto, necessario ribadire che lo sfruttamento dei fanciulli sia tuttora presente e possa essere particolarmente devastante perché, soprattutto se viola il diritto all’educazione dei bambini, può compromettere il loro sviluppo, il futuro delle loro famiglie, delle loro comunità e dei loro Paesi.

Con un’educazione inesistente o limitata, diventa complesso acquisire conoscenze tecniche necessarie per svolgere un maggior numero di mansioni in agricoltura o competenze più specializzanti che permettano lo svolgimento di altri lavori: il rischio è quello di rimanere intrappolati nel circolo vizioso della povertà e nell’insicurezza alimentare.

Per tale motivo, la Chiesa cattolica ha a più riprese condannato il fenomeno del lavoro minorile, considerandolo in primo luogo come un problema di natura morale (Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, 296). Fa riflettere che già Papa Leone XIII, più di un secolo fa, nella celeberrima Lettera Enciclica Rerum novarum avesse denunciato il problema, affermando: «Quanto ai fanciulli si badi a non ammetterli nelle officine prima che l’età ne abbia sufficientemente sviluppate le forze fisiche, intellettuali e morali. Le forze, che nella puerizia sbocciano simili all’erba in fiore, un movimento precoce le sciupa, e allora si rende impossibile la stessa educazione dei fanciulli» (n. 33).

Un monito che rimane costante nel tempo, se si pensa a quanto espresso da San Giovanni Paolo II: «Il lavoro minorile, nelle sue forme intollerabili, costituisce un tipo di violenza meno appariscente di altri, ma non per questo meno terribile» (Messaggio per la XIX Giornata mondiale della pace, 1996) e successivamente riproposto da Benedetto XVI che, parlando in chiave di dignità, auspicava «un lavoro che consenta di soddisfare le necessità delle famiglie e di scolarizzare i figli, senza che questi siano costretti essi stessi a lavorare» (Caritas in veritate, 63).

I bambini e i giovani ci insegnano a rispondere all’atteggiamento di dominio, imperante nella nostra società, con l’atteggiamento della cura: «Cura per la terra e per le generazioni future», ricordava il Santo Padre Francesco nel Messaggio per la 108ª Assemblea dell’Ilo, aggiungendo che: «È una questione essenziale di giustizia [e di giustizia intergenerazionale], dal momento che la terra che abbiamo ricevuto appartiene anche a coloro che verranno». Tuteliamo i nostri giovani, tanti bambini oggi sofferenti e sfruttati, consentiamo loro di custodire e coltivare i loro sogni, di formarsi: solo così garantiremo un futuro alla nostra famiglia umana.

di Fernando Chica Arellano