· Città del Vaticano ·

A Tulsa per ricordare la fine della schiavitù

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Nella città dell’Oklahoma una grande manifestazione della comunità afroamericana ma fa discutere il comizio di Trump

20 giugno 2020

La comunità afroamericana dell’Oklahoma si è riunita ieri a Tulsa per commemorare la 155.ma giornata nazionale dell’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti. Quel 19 giugno del 1865 gli ultimi schiavi furono rilasciati in Texas. Una celebrazione, quella di Tulsa, in cui generalmente gli afroamericani chiedono riparazioni per il massacro del 1921 in cui furono uccisi oltre 300 neri nella loro città e, infine, per la discriminazione che ancora oggi subiscono.

Quest’anno, poi, si è mossa avendo sullo sfondo un movimento di protesta scaturito dall’uccisione dell’afroamericano George Floyd a Minneapolis — rivolto quindi in particolare contro la violenza della polizia — e alla vigilia dell’arrivo del presidente Usa, Donald Trump, per il suo primo comizio elettorale dopo più di tre mesi. Ieri, infatti, alla fine di una convulsa giornata, la Corte suprema dell’Oklahoma ha dato il via libera al primo raduno del presidente Trump, in vista delle presidenziali di novembre, dall’inizio della pandemia, in programma per oggi, messo in forse fino all’ultimo dai timori per la facilità di probabili contagi e minacce di contestazione.

A scaldare gli animi ha contribuito la notizia diffusa nella notte di un omicidio a sfondo razzista avvenuto nella stessa città il 6 giugno scorso, ma di cui solo ora si sono appurate le circostanze, stando a quanto rivelato dal «Washington Post», che ha esaminato le immagini della videosorveglianza. Una guardia privata in servizio in un motel ha aggredito e poi ucciso un afroamericano di 36 anni, Carlos Carson, padre di tre figli, che si era rivolto al gestore della struttura per lamentare danni alla sua auto. L’omicida, un uomo di 53 anni, accusato di omicidio premeditato, è un ex sergente e un ex agente penitenziario del carcere della contea di Tulsa, dove ha subito varie accuse di cattiva condotta, anche per discriminazione razziale.

Intanto nella notte a Washington è stata abbattuta un’altra statua. A finire nel mirino dei manifestanti è stata l’effigie raffigurante Albert Pike, unica a Washington intitolata a un generale confederato, tirata giù e bruciata — secondo le immagini diffuse dai media statunitensi — da una folla di manifestanti al grido di "Black Lives Matter". Tutto vicino a un quartier generale della Polizia. «La Polizia di Washington non ha fatto il suo lavoro restando a guardare una statua che veniva tirata giù e data alle fiamme — ha twittato polemicamente il presidente Trump —. Queste persone vanno arrestate immediatamente. Una vergogna per il Paese!». Numerose statue di generali confederati sono state abbattute finora nel Paese da dimostranti in segno di protesta contro il razzismo, la violenza della polizia e l’ingiustizia.

Nel frattempo, sempre ieri, a Ginevra, il consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha adottato all’unanimità una risoluzione che condanna il razzismo sistemico e le violenze della polizia. Il provvedimento ha visto l’approvazione dopo un dibattito considerato storico e, soprattutto, dopo il ritiro di una menzione che aveva come oggetto specifico gli Stati Uniti. La risoluzione era stata presentata dai paesi africani membri del Consiglio per i diritti umani, e da cui gli Usa si sono ritirati nel 2018, nell’ambito di una riunione d’urgenza convocata dopo la morte di George Floyd e le manifestazioni antirazziste che ne sono seguite in tutto il mondo. In una prima versione il testo chiedeva la formazione di una commissione d’inchiesta internazionale e indipendente per far luce sul «razzismo sistemico» negli States.

Anche il Parlamento europeo ieri ha espresso la propria condanna contro ogni forma di razzismo, odio e violenza, chiede alle autorità Usa di adottare misure risolute per affrontare il razzismo e le disuguaglianze strutturali. La risoluzione di Bruxelles ha ottenuto 493 voti favorevoli, 104 contrari e 67 astensioni.