· Città del Vaticano ·

Una riforma missionaria

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Colloquio con Miguel de Salis curatore del volume «Popolo evangelizzatore»

29 maggio 2020

Una riflessione teologica che possa accompagnare misure concrete di riforma, sostenere la pazienza di chi vuole risultati immediati e mantenere i cuori aperti alle sorprese della novità del Vangelo. È lo sfondo sul quale nasce il volume Popolo evangelizzatore. Il capitolo ii della «Lumen gentium» alla luce dell’«Evangelii gaudium» (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2020, pagine 152, euro 14), curato dal portoghese don Miguel de Salis, docente straordinario di ecclesiologia ed ecumenismo presso la Pontificia università della Santa Croce. Il libro, con la prefazione del vescovo di Albano, Marcello Semeraro, raccoglie i contributi di sei teologi — Philip Goyret, Pilar Río, Giovanni Tangorra, Sandra Mazzolini, Aimable Musoni e Miguel de Salis — di quattro Università pontificie di Roma e di diverse sensibilità, che hanno voluto rispondere alla richiesta di Papa Francesco di fare teologia secondo una «scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa» (Evangelii gaudium, 27). Questo studio è anche il linea con il messaggio che Papa Francesco ha inviato alle Pontificie opere missionarie lo scorso 21 maggio, quando ha ricordato che per confessare efficacemente la fede nel Signore occorre ricevere la gioia dello Spirito Santo, che liturgicamente vivremo proprio questa domenica di Pentecoste. La grazia del Consolatore, dice il Pontefice, è «il tratto che può rendere feconda la missione e preservarla da ogni presunta autosufficienza».

Professor De Salis, come è sorta l’idea di un volume di teologia collettivo?

In realtà, l’idea non è nuova. Con gli altri autori ci incontriamo con una certa periodicità dal 2009, per parlare di temi di ecclesiologia. Questo è il secondo libro che pubblichiamo insieme, dopo Dono e compito. La Chiesa nel Simbolo della fede (Roma, Città Nuova Editrice, 2012, pagine 352, euro 36) e in tutti questi anni di lavoro collettivo ho imparato molto ascoltando gli altri, adattandomi al loro ritmo (ognuno di noi ha molte altre cose da portare avanti) e guardando il loro modo di lavorare. Due di noi hanno anche sperimentato una grave malattia durante la fase di realizzazione del progetto, e anche questo è stato arricchente per tutti. Ci ha fatto capire che il tempo è superiore allo spazio. Più in generale, sono convinto che oggi è impossibile offrire una contribuzione teologica consistente senza intraprendere un lavoro di gruppo. È da oltre cinquant’anni che le grandi scoperte della scienza vengono fatte da gruppi di lavoro, ma nella teologia spesso siamo ancora come all’inizio del ventesimo secolo nel modo di lavorare. Perciò ritengo che il richiamo alla sinodalità fatto da Papa Francesco sia in sintonia con la maniera in cui il mondo attuale fa progredire le conoscenze. E questo libro offre anche una risposta metodologica alla sua richiesta: è possibile fare teologia insieme.

Perché “Popolo evangelizzatore”?

Il titolo prende spunto dal numero 27 di Evangelii gaudium, nel quale Papa Francesco ha lanciato una sfida a tutta la Chiesa, affinché faccia «una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione». Questo significa che anche la teologia e il modo di avvicinarci al mistero della Chiesa dovrebbe subire qualche cambiamento. Abbiamo iniziato a pensare a come si sarebbe potuto rispondere all’appello del Papa, ed è venuto fuori questo libro. Il titolo rispecchia la nostra risposta a questa preoccupazione del Pontefice.

La vostra è stata una scelta pragmatica?

Non proprio. Piuttosto abbiamo visto che una riforma rischia di smarrire il segno se è intrapresa senza un cambiamento della visione di coloro che ne sono i protagonisti. Il panorama attuale è saturo di effettive misure che cambiano il modo di fare, ma non il modo di pensare o di vedere. Serviva un contributo che offrisse uno sguardo diverso, da una prospettiva più disinteressata, e il mondo universitario era in grado di poterlo offrire meglio di chiunque altro.

Come è suddivisa l’opera?

Abbiamo affidato a ciascun autore uno o due numeri del testo conciliare Lumen gentium, dedicato al popolo di Dio. Dal canto suo, Evangelii gaudium sarebbe, per così dire, il “reagente chimico” che avrebbe fatto emergere i colori nel processo di rivelazione della fotografia, se mi è permessa la comparazione. In alcuni casi sono venute fuori idee che sono già nel testo conciliare, ma forse sono state poco sviluppate fino ad ora, come l’idea di popolo messianico, trattata da Giovanni Tangorra. Altre volte sono emersi aspetti poco trattati esplicitamente ai nostri giorni, ma fondamentali per dare anima al rinnovamento, come il sacerdozio comune studiato da Philip Goyret. Il capitolo dedicato alla pietà popolare, legata al sensus fidei, e il capitolo dedicato all’evangelizzazione come inculturazione sono temi più frequenti ma non è scontato che tutti gli operatori della riforma li abbiamo recepiti con un nuovo sguardo (il primo è trattato da Pilar Río e il secondo da Sandra Mazzolini). Il sacerdote salesiano Aimable Musoni studia i numeri 14-16 di Lumen gentium, con speciale attenzione all’unità cattolica del popolo di Dio e, concludendo il libro, io stesso offro alcuni temi da tener presenti nell’elaborazione di una ecclesiologia più attenta alla missione.

Un libro come questo può aiutare il processo di riforma missionaria?

Penso di sì. Infatti, tutti gli uomini cambiano quando ascoltano o leggono una narrazione. Se un autore ci vuole convincere di agire in un determinato modo, abbiamo sempre il sospetto di poter leggere nel testo soltanto gli elementi che ci porteranno in tale senso. Se, invece, un libro ci offre un’informazione che può ispirare diversi atteggiamenti, comportamenti, decisioni, ci sta portando a un nuovo sguardo sul reale. Mi auguro che questo libro raggiunga tale scopo.

Il vostro volume si apre con la prefazione del vescovo Marcello Semeraro, segretario del gruppo di cardinali che sta ultimando la stesura della nuova costituzione apostolica Praedicate evangelium sulla Curia Romana. Avete dato un contributo anche in questo contesto?

Saremmo contenti se il libro servisse a recepire bene il lavoro che tante persone stanno facendo per mettere in piedi la riforma auspicata da Papa Francesco. Tuttavia, il testo ha una prospettiva più ampia. Vuole andare oltre e offrire un sussidio di pensiero, di spirito e di cuore, agli operatori delle riforme e a quelli che ne fruiranno i benefici. Che siamo tutti noi.

Può servire anche in un tempo di pandemia come quello che stiamo vivendo?

La riforma è una realtà della nostra vita, umana e cristiana. È una realtà nella Chiesa pellegrina. Tutti cambiamo e le sfide, come la pandemia, ci obbligano a cambiare alcune cose. Penso che sia importante non trasformare la riforma missionaria in una cosa che spetta agli altri — governanti o superiori — né ridurla a movimenti episodici o a misure legali. Ritengo che sia un errore pensare che tutto si risolve con la riforma della Curia romana, con la riforma del Sinodo dei vescovi o del diritto (sia esso canonico matrimoniale o penale), con l’approvazione di protocolli durante la pandemia. È importante tornare a rendersi conto che non esiste un modo ideale di organizzarsi su questa terra e che Dio ha lasciato ai cristiani (pastori e altri fedeli) il compito di adoperarsi per far fruttificare i talenti ricevuti. Esiste un ragionevole margine di sviluppo, voluto da Dio e non soltanto legato all’incertezza della vita umana. Perciò, servono continui miglioramenti, intendendo con ciò un lavoro che richiede tempo, attesa per i frutti, discernimento e, quando necessario, ripresa dell’impegno riformatore.

Dunque il successo della riforma dipende dal discernimento?

In parte sì. Il punto critico della trasformazione missionaria è legato alla diagnosi. Se i nostri problemi vengono considerati soltanto come questioni psicologiche, di salute fisica, di congiuntura esterna, di pressione massmediatica, di tradizionalismo o di modernismo, abbiamo smarrito l’oggetto della nostra attenzione e le nostre soluzioni non risolvono nulla. Casomai, riescono a prolungare l’anestesia.

Secondo Lei, qual è il maggior nemico della riforma missionaria?

La fretta e la mancanza di vita nello Spirito Santo, per ragioni diverse, possono renderla infeconda. Papa Francesco lo ha ricordato il 21 maggio scorso, nel suo messaggio alle Pontificie 0pere missionarie.

Il poeta T. S. Eliot diceva che l’uomo è sempre alla ricerca della riforma perfetta, quella che idealmente rende non necessario lo sforzo di essere migliore...

Appunto. Perciò Papa Francesco desidera una riforma “missionaria” e non destinata all’autoconservazione.

di Giovanni Tridente