· Città del Vaticano ·

Una biblioteca verso il futuro

La Biblioteca Nazionale di Roma in una fotografia di Francesca Valletta

Quattro pagine - Approfondimenti di cultura, società, scienze e arte

08 maggio 2020

Un uomo di taglio antico quanto a rigore, garbo, discrezione, ma un grande innovatore, proiettato con entusiasmo verso il futuro; uno studioso di profonda e raffinata cultura classica e insieme esperto di nuove tecnologie; un dirigente di grande spessore con una concezione alta dello Stato che si onora di servire, capace di mettere in campo competenze scientifiche e imprenditoriali insieme a doti umane quali la dedizione, lo slancio e la passione. Dopo essere stato alla guida di importanti biblioteche, nel 2014 Andrea De Pasquale è stato nominato Direttore della Biblioteca Nazionale di Roma, la più grande d’Italia per struttura e patrimonio librario. I numeri non bastano certo a raccontare la realtà, ma aiutano: un complesso architettonico di oltre 80.000 mq, circondato da un parco di 3 ettari, con scaffalature dei depositi librari che si estendono per 112 chilometri lineari e dove trovano posto quasi 10 milioni di volumi, 8000 manoscritti, 2000 incunaboli, 25.000 edizioni del XVI secolo, 20.000 carte geografiche, 50.000 testate di periodici. Dedicandosi alla Biblioteca con la cura di “un buon padre di famiglia” De Pasquale ha attivato un’opera capillare di conservazione, restauro, valorizzazione e incremento del patrimonio librario, ha reso la struttura più moderna ed efficiente e soprattutto ha realizzato una straordinaria impresa, la creazione di Spazi900, il primo museo dedicato agli scrittori del XX secolo.

«Le biblioteche — diceva Marguerite Yourcenar — sono come granai pubblici dove ammassare riserve contro l’inverno dello spirito». I meriti di De Pasquale sono davvero tanti, ma il più grande è lo sguardo lungimirante che ha cambiato volto alla Biblioteca Nazionale: da raccoglitore di cultura a centro irradiante cultura. Mostre, incontri con autori, convegni, visite guidate, iniziative per promuovere la lettura, laboratori didattici, porte aperte a bambini e ragazzi per una biblioteca che vive e dove le belle sale non sono una sosta fuori dal tempo, ma un’occasione per avvicinarsi a saperi, esperienze, emozioni e da lì immaginare e costruire il futuro. Direttore Andrea lo è certamente, e nel senso più nobile del termine, capace cioè di creare quella sensibilità collettiva che fa di un direttore d’orchestra un grande direttore, ma questa definizione forse gli va un po’ stretta. Si potrebbe aggiungere custode, attento e appassionato, di un patrimonio prezioso che è di tutti perché come le conchiglie poggiate all’orecchio fanno sentire il rumore del mare così le biblioteche, che sono le case della memoria scritta, conservano tutte le voci del mondo.

Il primo ricordo della tua vita?

Ero molto piccolo ma l’immagine è molto precisa nella mia memoria. Mio nonno colonnello mi portava ai giardini e mia nonna, prima che uscissimo, gli raccomandava sempre di non darmi da mangiare. Lui rispondeva “va bene” ma poi mi comprava un bombolone caldo e zuccherosissimo di cui ero tanto goloso. Una mattina la nonna a sorpresa ci raggiunse ai giardini. Avevo ancora la bocca piena di zucchero e fummo subito scoperti.

Come è nato l’amore per i libri e più in generale per le testimonianze scritte del passato?

Vengo da una famiglia dove si intrecciano origini diverse: il nonno materno era di Pescopagano in Basilicata e faceva parte di una famiglia di giuristi, militari e funzionari pubblici; la nonna materna era ligure, di Sanremo, di una famiglia di imprenditori che hanno ideato la celebre corsa ciclistica Milano-Sanremo; la famiglia di mio padre, neurologo, era originaria della Sicilia. Sono nato e cresciuto a Sanremo e mia nonna materna aveva una casa a Ceriana, un piccolo borgo a chiocciola affacciato su una vallata che tra castagni e ulivi conduce fino al mare. Un’estate fu scoperta una nidiata di topi e la casa venne messa sottosopra. Spostando i mobili fu ritrovato il testamento di un quadrisavolo che divideva la proprietà della famiglia, benestanti frantoiani, tra i figli. Quel documento accese la mia curiosità. Volevo saperne di più così andai subito in Comune per chiedere di consultare l’Archivio che si diceva fosse andato perduto e in un sacco trovai documenti che risalivano al Duecento e Trecento. Era scritta lì la storia della mia famiglia.

Tutto è cominciato da un documento casualmente ritrovato. Un bell’incipit per un romanzo!

Fu quel documento che mi fece scoprire la passione per il linguaggio scritto e per i diversi materiali che nel tempo sono stati supporto alla scrittura. Il libro non solo come contenuto ma come manufatto, prodotto di un artigianato di grande qualità. Poi naturalmente a definire la mia vocazione furono gli studi.

Che ricordo hai della scuola e chi ha contato di più sulla tua prima formazione?

Ho frequentato il Liceo Cassini di Sanremo, una scuola di alto livello formativo con docenti illustri e molti allievi altrettanto illustri, Italo Calvino, Sandro Pertini, Eugenio Scalfari e il poeta Francesco Pastonchi, solo per fare qualche nome. In quegli anni fu importante anche la presenza di mia madre che incoraggiò e condivise i miei interessi. Mentre mio padre, tutto preso dal suo impegno di medico, non poteva occuparsi né di me né di mia sorella più piccola, mia madre si dedicò sempre molto a noi figli. Pur non avendo potuto frequentare l’università — il padre militare, ostacolando i suoi desideri, non le permise di trasferirsi in città per studiare — è sempre stata una donna colta, curiosa, con il gusto dell’antichità e delle cose belle, che mi accompagnava alle conferenze e mi spingeva a dedicarmi agli scavi archeologici che da ragazzo erano una mia grande passione.

Poi la scelta dell’Università.

Lettere classiche naturalmente, a Torino. Studiai moltissimo, scegliendo nel mio percorso formativo tante discipline dedicate alla storia e alla tradizione del libro, e in tre anni completai tutti gli esami. Alla laurea accompagnai il Diploma di Archivistica, paleografia e diplomatica presso l’Archivio di Stato sempre a Torino e più tardi il Diploma di Bibliotecario presso la Sapienza di Roma dove conobbi Cristina Misiti, ora direttrice dell’Istituto nazionale della grafica, che mi instradò allo studio del libro antico. Osservavo, ascoltavo e catturavo più che potevo e bruciavo dalla voglia di mettere in pratica quello che avevo imparato. Il primo incarico fu come dipendente e poi responsabile di un’importante società specializzata nella gestione e catalogazione dei beni librari, archivistici e storico-artistici. Eravamo allora agli albori dell’informatizzazione e quella fu per me un’esperienza importante, scientifica e imprenditoriale assieme, perché avevo ben 45 dipendenti. Ero soddisfatto ma restavo nel profondo uno statalista e non aspettavo altro che un concorso pubblico che finalmente fu indetto nel 1999. Gli scritti si tennero a Genova presso i Magazzini del Cotone e scelsi un hotel vicino al Porto. Ricordo che la mattina mi avviai a piedi tra una fiumana di gente e perso nei miei pensieri non compresi subito che erano tutti candidati come me. Vinsi quel concorso che mi permise il sognato ingresso nei ruoli del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino, Biblioteca Palatina di Parma e Biblioteca Nazionale Braidense di Milano tre tappe importanti del tuo percorso professionale. Vuoi raccontarci qualcosa di queste esperienze?

I ricordi così come i progetti portati a termine sono tanti. Dovendo scegliere direi per la Biblioteca di Torino la ristrutturazione del grande Auditorium e la realizzazione di uno spazio espositivo dedicato ad Antonio Vivaldi di cui la Biblioteca possiede le partiture originali. E parlerei pure di un impianto di condizionamento per il deposito dei manoscritti, la parte più preziosa di un prezioso patrimonio librario. Sembrano dettagli tecnici, in realtà sono sostanza perché i libri abbiano lunga vita. Per la Biblioteca Braidense, mi piace ricordare il gran lavoro di dismissione di strutture costose e non funzionali con la conseguente valorizzazione di spazi esistenti e la catalogazione e digitalizzazione del celebre Fondo Manzoniano. Quanto a Parma...

Fu una stagione d’oro la tua direzione.

Grazie per le tue parole! Quello che posso dirti è che appena arrivato mi sentii subito a casa e la stessa sensazione la provai entrando nella Biblioteca. Del resto, come ebbi subito modo di verificare, c’era un legame molto stretto perché la biblioteca era il cuore culturale della città. Fu un tempo di grandi progetti e tutti portati a compimento. Lavoravo moltissimo anche perché vivevo in Biblioteca, dopo aver risistemato a piano terra un alloggio sottostante a quello di Angelo Pezzana, che era stato Bibliotecario per i primi sessant’anni dell’Ottocento. Tra le tante iniziative di quel tempo il recupero di una delle più importanti raccolte al mondo di testi ebraici appartenuti all’abate Giovanni De Rossi. Molti erano libri liturgici quindi deteriorati perché molto letti e usati, con tanta vita dentro come testimoniavano le briciole di pane o le macchie di vino tra le pagine. Organizzai una serie di eventi per finanziare questo restauro e tra l’altro celebrammo con grande successo di pubblico le feste ebraiche di Purim e di Pesach. Un altro recupero fu quello del patrimonio fusorio del grande stampatore Giambattista Bodoni, circa 80.000 pezzi tra punzoni, matrici e attrezzi della sua officina. Anche in questo caso grazie a una campagna di reperimento fondi intitolata “Adotta un carattere” e dunque con risorse finanziarie frutto della collaborazione tra istituzioni e privati. Ricordo che avevo trovato in biblioteca un pezzo di legno con un solco e non riuscivo a capire cosa fosse. Poi una notte ebbi un’illuminazione: era il torcoletto di Bodoni per pareggiare i caratteri.

Nel 2014 arrivi a Roma come Direttore della Biblioteca Nazionale Centrale.

Ero felice non solo per l’incarico prestigioso ma perché Roma è uno dei miei luoghi del cuore.

Scusa se ti interrompo, parliamo dei tuoi luoghi del cuore e poi torniamo alla Nazionale.

Mi innamorai di Roma fin dalla prima volta che la vidi da ragazzo. I suoi cieli, Roma sembra averne tanti non uno solo, i suoi colori, i suoi scorci perché non c’è angolo che non abbia della bellezza, tutto questo mi affascina. In più si dice Roma città d’acqua per le tante fontane nelle sue piazze, ma Roma è anche città “scritta” per la tradizione di affidare la memoria di eventi e personaggi importanti a parole incise sulla pietra, tante lapidi dove la storia si dipana davanti agli occhi mentre cammini per le sue strade. L’altro luogo del cuore è in Sicilia tra il Golfo di Tindari e Milazzo in una casa della mia famiglia paterna. Mi piace arrivare col traghetto e dalle coste della Calabria cominciare a vedere questa terra che trattiene la storia «come l’orma nel cielo, come l’eco nel mare», così diceva Giovanni Pascoli che lì visse gli anni «più operosi e più lieti» della sua vita. Crocevia di civiltà la Sicilia, «continente in miniatura» secondo la bella definizione di Fernand Braudel, è per me il mare più bello del mondo che all’alba e al crepuscolo diventa color del vino, come lo cantava Omero.

Grazie per averci portato con l’immaginazione in una terra bellissima. E torniamo alla Biblioteca Nazionale di Roma.

I problemi che trovai erano tanti. Mi misi subito al lavoro e realizzai diverse iniziative: nuovi impianti di sicurezza ed energetici, il rifacimento della Sala conferenze diventata Auditorium, la realizzazione della teca digitale della biblioteca, grazie anche alla partecipazione al progetto Google, con la creazione dell’emeroteca digitale italiana e la partecipazione a progetti internazionali di digitalizzazione, il salvataggio della straordinaria biblioteca dell’Istituto italiano per l’Africa e l’Oriente, ricca di opere tibetane e arabe e della più vasta fototeca italiana, la progettazione di nuovi laboratori di restauro e di un immenso magazzino per i futuri accrescimenti librari.

Parliamo del progetto più importante e più innovativo: Spazi900 vale a dire uno straordinario museo della letteratura del XX secolo.

Fin dal momento della mia nomina a direttore ho pensato al modo migliore per valorizzare e incrementare gli importanti fondi del Novecento letterario già presenti in Nazionale: nacque così il progetto Spazi900. In vista dell’imminente donazione degli arredi dello studio di Elsa Morante decisi di realizzare un’area espositiva permanente dove riprodurre, nella maniera più verosimile possibile, l’ambiente originario. Scelsi come spazio l’atrio della Biblioteca non solo per un motivo funzionale, la sua accessibilità anche durante il periodo di chiusura dei servizi, ma pensandolo come “una piazza del sapere”, il primo suggestivo contatto con la Nazionale per entrare nel mondo degli scrittori prima di accostarsi ai loro libri. Era febbraio del 2015 quando lo inaugurammo.

Tradizione e innovazione come sempre in te convivono.

È vero. La mia idea da un lato riprendeva l’antica tradizione dei musei delle biblioteche statali, dall’altra nasceva dalla mia recente esperienza nella Biblioteca Braidense dove avevo dato vita alla Stanza di Lalla Romano, che raccoglieva la sua quadreria e una suggestione del suo salotto insieme alle carte e ai suoi libri, di cui avevo ottenuto la cessione. E poi la scelta di manoscritti e libri insieme a supporti multimediali, per una compresenza come tu dici di antico e di moderno.

Da allora Spazi900 è molto cresciuto.

Dato il notevole successo e l’acquisizione di numerosi materiali sia per acquisto che per donazione, decidemmo di dedicare all’iniziativa nuovi spazi espositivi e nacquero le Sale dedicate a Pier Paolo Pasolini, Umberto Saba, Carlo Levi e ora Grazia Deledda. Inoltre sono state realizzate tre installazioni multimediali per rendere ancora più suggestivo il museo suscitando emozioni oltre che riflessioni. La prima ad esempio introduce il museo attraverso il ticchettio di una macchina da scrivere proiettata sul pavimento, da dove scorrono gli incipit di alcuni dei romanzi più importanti del Novecento.

Attenta gestione degli immobili, massima cura del patrimonio librario, ricchezza e varietà delle offerte culturali. Ogni biblioteca che hai diretto conserva un segno importante della tua presenza.

Se dovessi raccontarmi mi definirei di buon consiglio, intuitivo (credo di intravedere le cose prima degli altri e per questa ragione spesso non vengo subito capito) e previdente (intuendo i problemi futuri cerco di costruirmi un “cuscino” su cui cadere). Quanto al mio lavoro ho sempre tenuto presenti tre linee guida e l’insegnamento di un antico bibliotecario. Mi attengo a una politica del fare e del poco sproloquiare; amministro ogni biblioteca come se fosse casa mia, evitando ogni spreco e dando risalto ai “gioielli di famiglia” e infine mi ripeto un’espressione che usava mia nonna «La Provvidenza provvederà» a cui aggiungo «i conti si fanno alla fine», utile come stimolo a darsi speranza nelle sconfitte, ma anche per stare vigili nei momenti di successo. Quanto ai grandi e spesso dimenticati bibliotecari del passato, che sento maestri e compagni di strada, uno mi è particolarmente caro, Robustiano Gironi. In un ingresso secondario della Braidense c’è una lapide che lo ricorda e che la mattina, quando entravo in ufficio, mi piaceva rileggere per ispirarmi: dotto, operoso, modesto. E innamorato dei libri naturalmente, ma questo non c’è neanche bisogno di dirlo!

di Francesca Romana de’ Angelis