· Città del Vaticano ·

Un sapiente gioco di specchi

Sancio Panza e don Chisciotte in un ritratto di Gustave Doré (1862)

Jorge Luis Borges lettore di «Don Chisciotte»

14 maggio 2020

Pubblichiamo brevi stralci dall’articolo L’arte dell’amicizia. Borges legge «Don Chisciotte» del gesuita argentino Diego Fares in uscita sul prossimo numero de «La Civiltà Cattolica».

Forse l’efficacia del Don Chisciotte, afferma Borges, sta nel fatto di essere credibile; la si deve soprattutto a ciò che potremmo chiamare «la voce» di Cervantes. Com’è che la voce risveglia la fiducia nei personaggi più di qualsiasi tecnica? Borges non lo precisa, ma lo racconta: risponde al quesito spiegando che si tratta di una voce «amabile e naturale», di un’immaginazione che fluisce e che ha la caratteristica di lasciarsi trasportare dall’amicizia di don Chisciotte e di Sancio. La voce è efficace, perché è «strumento docile» della favola; come la penna a cui Cide Hamete — autore immaginario inventato da Cervantes — dà la parola alla fine del Don Chisciotte, quando è quella penna (voce del narratore) a dire: «Soltanto per me venne al mondo don Chisciotte e io soltanto per lui. Egli seppe operare e io scrivere».

Fatto sta che questa voce non vuole imporsi, ma si mette al servizio della narrazione, per renderla amichevole. Il narratore, cioè la voce, si mette al nostro fianco, riesce a trovare sintonia con il nostro punto di vista e con il nostro interesse, spogliandosi del suo. Ciò significa che egli crede nel valore della sua storia, e ciò che egli fa è, semplicemente, darne testimonianza. Testimonianza del personaggio più che delle avventure.

Questo ci porta a distinguere vari tipi di romanzo. A un primo tipo appartengono i romanzi nel senso più semplice, quelli che mostrano una mera successione di avventure, come ad esempio quelle di Sinbad il marinaio. Un altro tipo di romanzo è quello in cui l’eroe mostra il suo carattere attraverso i fatti, come accade nella prima parte del Don Chisciotte. Un terzo tipo è quello in cui l’eroe modifica le circostanze, e queste modificano il suo carattere, come avviene nella seconda parte del Don Chisciotte. All’interno di quest’ultima categoria, in alcuni casi il dialogo dell’eroe con se stesso riesce a modificare in maniera significativa la realtà del lettore (ma anche dell’autore!).

Borges afferma che questo è appunto quel che accade con la morte di don Chisciotte. Il breve capitolo finale, in cui il protagonista riacquista il senno e torna a essere Alonso Chisciano il Buono, è così commovente che si nota come commuova lo stesso Cervantes.

«È indubbio — afferma Borges — che in quelle righe Cervantes abbia sentito la morte di don Chisciotte come qualcosa di proprio, come un evento molto triste. Triste per i lettori e triste per Alonso Chisciano, che muore confessando di non essere stato don Chisciotte. Ma triste anche per Cervantes, che narra la morte del suo personaggio con queste parole: “Il quale, fra i pianti e i lamenti di coloro che vi si trovarono presenti, rese l’anima sua: vale a dire, se ne morì”. In quel momento ci si aspetterebbe una frase letteraria; una frase ambiziosa, come per esempio le parole di Shakespeare alla morte di Amleto. Invece no: si vede che Cervantes è così emozionato nel congedarsi dal nostro amico e dal suo amico che vacilla, e infine conclude con quelle parole: “Rese l’anima sua”, e poi spiega: “Vale a dire, se ne morì”, evitando così ogni eventuale retorica. Cervantes è profondamente, sinceramente emozionato nel restare solo». La morte di Alonso Chisciano ci riporta alla realtà, ponendo fine alla fantasia; e, paradossalmente, mentre diventiamo amici del Chisciano assennato, cresce e ci appare più reale, più attraente, il don Chisciotte che Alonso Chisciano aveva voluto essere.

Per Borges, nel Don Chisciotte «le storie non hanno niente di speciale, non si vede alcuna particolare ansia nella trama che le unisce, ma esse sono, in un certo senso, come specchi, specchi in cui possiamo vedere don Chisciotte». Dunque, la tesi dello scrittore argentino è che per accettare un libro dobbiamo accettarne il personaggio principale. Possiamo pensare di essere interessati alle avventure, ma in effetti siamo più interessati all’eroe. Per questo crediamo in don Chisciotte, anche se non crediamo nelle cose che gli accadono. E in questo rendere credibile — amichevole — un personaggio si può ammirare la grandezza di Cervantes.

Nasce da qui la critica di Borges a quanti ritengono che Sancio e don Chisciotte siano miti. Alcuni studiosi, egli dice, «si fermano all’opinione che siano simboli. Ma il mio proposito non è di controbattere quella magica affermazione; ciò che nego è l’ipotesi mostruosa che quegli spagnoli, amici nostri, non siano persone di questo mondo, bensì le due metà di un’anima. Il Sancio e il don Chisciotte della leggenda possono essere astrazioni, non quelli del libro, che sono particolari e molto complessi». (...)

È credere in don Chisciotte, confessa Borges, che fa sì che leggere le sue peripezie gli procuri felicità. Nella conferenza ad Austin che pronunciò (e scrisse) in inglese nel 1968, lo scrittore affermava che «aver conosciuto don Chisciotte era una delle cose felici che gli erano capitate nella vita». Poiché anche per Cervantes la letteratura è questione di godimento, immaginare la felicità di un futuro lettore come Borges di sicuro avrà dato felicità anche a lui.

Della felicità parla Sancio a don Chisciotte, dopo l’esperienza nella caverna di Montesinos, nel profondo della quale il cavaliere era stato calato dopo essersi legato con corde, e dalla quale era risalito addormentato dopo un’ora, che per lui erano stati tre giorni. A parte le innumerevoli letture e interpretazioni del simbolo della caverna, soffermiamoci su ciò che dice Sancio: quel giorno egli aveva ricevuto vari grandi vantaggi, e «il primo, l’aver conosciuto vossignoria, il che ritengo una grande felicità».

La felicità di scoprire o di ritrovarsi con un personaggio, leggendo o rileggendo un’opera per caso o per scelta, è un criterio di lettura. Come sosteneva Borges, se questa felicità non si attua, vuol dire che quel libro non ci riguarda in questo momento. Se invece questa felicità si produce, è sempre segno che quel personaggio è un amico.

di Diego Fares