· Città del Vaticano ·

Un Manzoni danese

Emil Nolde, «Mask Still Life III» (1911)

«La peste a Bergamo» (1881) di Jens Peter Jacobsen

13 maggio 2020

Nella novella la vera epidemia è il rifiuto di Dio


Il racconto della peste nel corso dei secoli ha potuto giovarsi di narrazioni celebri legate ai nomi di  autori considerati “maggiori” come Tucidide, Defoe, Manzoni, Camus. Tuttavia nelle pieghe della storia della letteratura sono nascoste delle vere e proprie perle come il racconto La peste a Bergamo («Pest i Bergamo», 1881) dello scrittore danese Jens Peter Jacobsen, morto di tisi a soli 38 anni (1847-1885). In questa novella — inserita nella raccolta Mogens e altre storie (1882) tradotta in italiano nel 1988) — l’autore abbandona i procedimenti descrittivi tipici della sua prosa fatta dei colori soffusi e delle luci malinconiche del nord che il poeta Rilke tanto apprezzava in lui. Nel racconto infatti i toni si fanno più vivaci, le descrizioni crudamente realistiche e sono preferiti gli effetti di contrasto. Per questo motivo non è un caso, anzi, si rivela funzionale allo scopo anche l’ambientazione italiana della storia.

Schiere di flagellanti e di battuti inneggianti il Miserere attraversano la pianura lombarda durante una pestilenza che per la presenza di queste compagnie può essere collocata nel XIV secolo. Le loro processioni proiettano la vicenda in un’atmosfera apocalittica non dissimile da quella che si respira nel Settimo sigillo di Ingmar Bergman. Anche qui infatti cortei di penitenti con i loro riti di espiazione cercano inutilmente di tenere lontana la peste che imperversa sulle coste del Mare del Nord. Lo stesso clima di desolazione si avverte nel racconto di Jacobsen. L’autore danese, che conosceva bene l’Italia — durante il soggiorno del 1873 per curare la sua malattia polmonare — ambienta la storia in una Bergamo vecchia e in una Bergamo nuova, corrispondenti alla storica suddivisione del capoluogo orobico in Città Alta e Città Bassa. Allo scoppio dell’epidemia, la risposta delle due borgate al contagio era stata differente. Quelli della parte nuova, dove il morbo si era manifestato all’inizio, abbandonano presto le loro case, «fuggendo via per la pianura, spargendosi in tutte le direzioni, verso tutti e quattro gli angoli del mondo». A quelli della parte vecchia invece non riesce di fare lo stesso «perché i contadini, a cui la peste era stata portata nelle case dai primi fuggiaschi, lapidavano dall’alto delle loro abitazioni tutti i forestieri che vedevano passare, o li bastonavano a morte senza pietà, come cani rabbiosi».

Trovandosi nell’impossibilità di lasciare i loro quartieri, gli abitanti della vecchia Bergamo cercano inizialmente di dare una risposta ordinata alla pestilenza che tra le mura cittadine ha preso a imperversare «sempre più vasta e avida». In un primo momento infatti si prendono cura di dare adeguata sepoltura ai cadaveri, accendono falò nelle piazze affinché il fumo disperda i miasmi del morbo, distribuiscono ginepro e aceto come disinfettanti, fanno suonare le campane a distesa al tramonto e prescrivono digiuni. Ma nessuna misura profilattica sembra funzionare. Allora lo sconforto si impossessa delle loro menti e, sentendosi abbandonati a loro stessi e sempre più impotenti di fronte alla tragedia, finiscono per cedere alle passioni più turpi.

«L’aria era piena di voci empie e oscene e sacrileghe» i vizi più innaturali e raccapriccianti cominciano a insinuarsi tra di loro primo fra tutti l’egoismo: «Nessuno infatti aveva più pensieri se non per se stesso. Il malato era considerato da tutti come un nemico comune, e, se accadeva a un disgraziato di cader sulla strada, spossato e preso da vertigine per il primo assalto di febbre della peste, non trovava da nessuna parte una porta che gli si aprisse».

Dopo undici settimane passate senza che il sole estivo abbia mai cessato di bruciare e l’afa di rendere l'aria irrespirabile e senza che mai ci fosse stato un momento in cui flagello avesse dato tregua, il guardiano della torre di Città Alta vede avanzare nella pianura una processione diretta proprio verso la rocca. Si tratta di gente lacera e macilenta che disordinatamente leva stendardi e fa oscillare «croci nere», agitando flagelli dove c’erano tracce di sangue.

Lentamente questa folla di uomini e donne, di penitenti e di battuti aveva cominciato a salire «per il pendio della strada ripida, che fiancheggiata da muri, quietamente sale verso la Città Vecchia». A molti sembra di riconoscere le loro facce. Nel corteo infatti ci sono anche diversi concittadini di Città Bassa che adesso in maniera risoluta e con un passo quasi marziale «marciavano verso il Duomo». A questo punto i residenti di Bergamo vecchia «capirono benissimo che tutti quei sarti e quei calzolai erano tornati qui per fare opera di conversione, per implorare perdono ai peccatori, per dire cose che non faceva piacere sentire». 

Il corteo di flagellanti viene schernito e deriso durante tutto il percorso e anche quando giunge in cattedrale. L’abiezione in cui sono caduti coloro che erano rimasti crea un forte contrasto con quel popolo lacero e penitente che ha preso posto tra le file dei banchi e ha all’unisono cominciato a intonare un Miserere. Poi si sente tra le navate risuonare il sibilo delle nerbate e ogni colpo che essi si infliggevano «era come un sacrificio a Dio».

Davanti a una forma così dura di penitenza gli altri che assistono ammutoliti intuiscono benissimo che quel rito tanto crudele e cruento è per loro, perché si convertano e non pecchino più. Ed è proprio in questo momento che interviene «un giovane monaco» forse la guida spirituale di quel corteo, il quale, «sollevando in preghiera verso il cielo le mani ossute e consunte» richiama l’attenzione di tutti i presenti e comincia a narrare la storia della passione di Cristo. Passo dopo passo ripercorre tutte le tappe del Calvario, da quando lo condannarono a morte fino a quando gli strapparono le vesti e lo issarono sulla croce mentre lui abbassava lo sguardo misericordioso su quel popolo che con il suo sacrificio era venuto a salvare.

Fin qui il predicatore ha seguito fedelmente il racconto dei Vangeli ma a questo punto egli volle aggiungere una variante alla storia e, proprio quando la gente, che stava sotto il patibolo, grida a Gesù di salvare se stesso e, in quanto Figlio di Dio, di scendere dalla croce, il monaco immagina che il Signore «si adirasse nel suo pensiero e considerasse che non erano degne di redenzione tutte quelle moltitudini che ricoprono la terra».

Allora è lo stesso Cristo, deluso, a strapparsi dalla croce, a divellere i chiodi che lo tengono confitto ad essa, a rinunciare alla sua missione di salvezza e a tornarsene verso l’alto, verso il cielo. «E la croce restò vuota, e la grande opera della Redenzione non fu mai adempiuta. E ora non c’è più un intermediario tra Dio e noi; non c’è più nessun Gesù che per noi sulla croce è morto!» così il monaco conclude la sua terribile predica. Ne segue un grande silenzio. L’uditorio è costernato. L’immagine di quella croce rimasta deserta ha certamente lasciato il segno. Allora dall’assemblea si alza la voce di uno che, «pallido come un cadavere», grida: «“Frate! Frate! Devi inchiodarlo di nuovo sulla croce, devi!”. E dietro di lui un vasto ululato sommesso e roco si levò: “Crocifiggilo, sì, crocifiggilo!”». E da tutte le bocche, minacciose, supplichevoli, perentorie si propagò «una tempesta di grida che s’avventavano contro la volta del tempio: “Crocifiggilo, crocifiggilo!”».

Il monaco però non ha più nulla da aggiungere. Il corteo di flagellanti lentamente esce dalla chiesa, ripercorre a ritroso «la ripida quieta via, fiancheggiata da mura» e si dirige a valle con i suoi stendardi e «le sue croci nere, vuote, senza Cristo» che oscillano da una parte all’altra.

Mentre il sole di un’altra giornata rovente e malata tramonta all’orizzonte, è ormai apparso chiaro a tutti di che tipo di contagio soffra la città e che la vera peste non è l’epidemia ma il rifiuto di Dio.

di Lucio Coco