· Città del Vaticano ·

Un grido d’aiuto

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La Rete ecclesiale panamazzonica chiede al mondo di salvare la regione nella morsa di covid e saccheggi

18 maggio 2020

Un’azione unitaria che coinvolga i popoli indigeni, la società civile, la Chiesa cattolica e tutte le confessioni religiose «che si preoccupano della Creazione», i governi, le istituzioni internazionali per i diritti umani, la comunità scientifica e tutte le persone di buona volontà, per intervenire subito in difesa dell’«amata Amazzonia» con «tutto il suo splendore, il suo dramma, il suo mistero» (Querida Amazonia, 1). Con un comunicato dalla sede di Quito, datato 18 maggio e firmato dal cardinale presidente Cláudio Hummes, dal cardinale vicepresidente Pedro Ricardo Barreto Jimeno e dal segretario esecutivo Mauricio López Oropeza, la Rete ecclesiale panamazzonica (Repam) lancia al mondo un appello urgente «per evitare un’immensa tragedia umanitaria e ambientale». Nel documento si parla di «collasso strutturale dell’Amazzonia», di «virus della violenza e dei saccheggi», chiarendo subito che il problema non è solo il coronavirus: «Un’enorme onda d’urto si sta abbattendo sull’Amazzonia, stretta nella morsa tra la pandemia di covid-19, che colpisce esseri umani già molto vulnerabili, e l’aumento incontrollato della violenza nei territori. Il dolore e il grido dei popoli e della Terra si fondono in un unico clamore». Le genti dell’Amazzonia, spiega Hummes, «hanno chiesto che la Chiesa sia un’alleata, sia con loro, che la Chiesa sostenga ciò che decidono, ciò che vogliono e come intendono costruire il loro futuro in questo momento così difficile della pandemia».

Dalla Bolivia alla Colombia, dal Venezuela al Brasile, dal Perú all’Ecuador, alla Guyana: nei diversi paesi della Panamazzonia la Chiesa fa eco ad appelli e richieste di aiuto in un contesto che «minaccia la sopravvivenza di questo bioma e dei suoi popoli». In Bolivia, ad esempio, i popoli indigeni accusano le istituzioni pubbliche di mancanza di coordinamento e di consultazione nella prevenzione e nella lotta contro la pandemia, sottolineando che tutte le informazioni non sono diffuse nelle lingue originali riconosciute dalla Costituzione. In Colombia i vescovi, pur riconoscendo gli sforzi del governo, osservano che «gli indigeni, i contadini e gli afro-discendenti sono i gruppi più a rischio, perché si trovano già in una situazione di povertà strutturale, in condizioni di insicurezza alimentare e malnutrizione, senza accesso al sistema sanitario e all’acqua potabile». L’insicurezza alimentare è una preoccupazione anche in Venezuela dove «le popolazioni indigene si sentono minacciate da un possibile contagio attraverso le attività minerarie illegali nei loro territori e il passaggio di migranti venezuelani di ritorno»; per garantire la loro «sovranità alimentare», gli indigeni stanno adottando misure di isolamento e di controllo del territorio, così come l’intensificazione di agricoltura familiare.

In Brasile — scrive la Repam — trentadue procuratori del Ministero pubblico federale dichiarano che «il rischio di genocidio delle popolazioni indigene richiede azioni di emergenza da parte di agenzie ed enti pubblici», mentre la Mobilitazione nazionale indigena afferma che c’è «una chiara intenzione» da parte delle istituzioni di «impedire il funzionamento del sottosistema sanitario indigeno». E in Perú c’è preoccupazione per la situazione di diversi popoli amazzonici (tra cui molti indigeni) che sono emigrati nelle città in cerca di lavoro e ora totalmente indifesi: i presuli dell’Amazzonia peruviana esortano le autorità a sostenere il loro ritorno nelle comunità e a fare in modo che ciò avvenga secondo i protocolli stabiliti dal ministero della salute.

Altre richieste di misure specifiche, come quella dell’Alleanza dei parlamentari indigeni dell’America Latina, sono rivolte all’Organizzazione mondiale della sanità, mentre il Coordinamento delle nazioni indigene del bacino amazzonico sollecita contributi a un fondo di emergenza amazzonico per proteggere i tre milioni di abitanti nativi della foresta pluviale che sono vulnerabili al nuovo coronavirus. Il suo coordinatore generale, José Gregorio Díaz Mirabal, membro del popolo Wakuenai Kurripako, originario dell’Amazzonia venezuelana, spiega che «i popoli indigeni lanciano un grido d’allarme al mondo perché ci sentiamo abbandonati». Abbandonati ma non dalla Chiesa cattolica che, al riguardo, sta compiendo il massimo sforzo, in particolare attraverso le Caritas di ogni regione, per contribuire con risorse materiali ed economiche, oltre che con la solidarietà e il sostegno spirituale.

Come detto, il problema non è solo la pandemia di covid-19. Nel comunicato la Repam spiega che in Amazzonia «un altro virus continua a minacciare i popoli e la foresta», citando la denuncia del Fronte parlamentare misto per i diritti dei popoli indigeni in Brasile: «Anche quando la pandemia mette i freni all’economia, il setacciamento dell’oro (garimpo) e la deforestazione illegale delle terre indigene del continente continuano a pieno regime». In Ecuador la stessa Rete ecclesiale panamazzonica condanna la rottura dell’oleodotto trans-ecuadoriano e dell’oleodotto di Crudos Pesado, avvenuta il 7 aprile, che ha causato una grave fuoriuscita di petrolio e ha colpito 97.000 persone residenti lungo le rive dei fiumi Coca e Napo.

Secondo i vescovi dell’Amazzonia brasiliana «un’immensa tragedia umanitaria causata da un collasso strutturale è già all’orizzonte». Denunciano, in particolare, «i progetti di legge che consentono l’estrazione mineraria sui territori indigeni e ne ridefiniscono il processo di regolarizzazione, favorendo l’accaparramento delle terre, la deforestazione e legittimando le occupazioni illegale da parte dell’agro-industria». Dal canto suo il Guyana Policy Forum ribadisce che le attività estrattive distruggono la foresta e che la circolazione di minatori e camionisti è un pericoloso veicolo di contagio per le comunità dell’interno del paese: «L’estrazione dell’oro è stata dichiarata attività essenziale dal governo e probabilmente aumenterà ulteriormente, a causa della recessione causata dal covid-19 e dell’aumento del prezzo mondiale del metallo».

Sul preoccupante aumento della violenza nelle campagne, la Commissione pastorale della terra (organismo dell’episcopato brasiliano) ha recentemente affermato che nel 2019 la stragrande maggioranza (84 per cento) degli omicidi dovuti a conflitti rurali in Brasile ha avuto luogo in Amazzonia. E si rammenta che, per la sua attività di denuncia, la Chiesa è stata più volte attaccata, come successo alcune settimane fa al Consiglio indigenista missionario.

Il testo si conclude citando l’esortazione apostolica postsinodale Querida Amazonia di Papa Francesco ma anche l’esortazione apostolica Evangelii gaudium nel paragrafo (53) in cui accenna all’economia dell’esclusione: «Siamo in un tempo decisivo per l’Amazzonia e per il mondo — scrive la Repam — un momento di gestazione di nuovi rapporti ispirati all’ecologia integrale, o di definitiva sepoltura dei sogni del Sinodo, se la paura, gli interessi, la pressione dei proprietari del grande capitale permettono di imporre sempre più fortemente il modello di questa “economia che uccide”». Concetti ripresi dal Pontefice la domenica di Pasqua nel messaggio Urbi et Orbi, con il quale ha lanciato — conclude la Rete ecclesiale panamazzonica — un appello urgente alla solidarietà planetaria: «Indifferenza, egoismo, divisione, dimenticanza non sono davvero le parole che vogliamo sentire in questo tempo. [...] La crisi che stiamo affrontando non ci faccia dimenticare tante altre emergenze che portano con sé i patimenti di molte persone».