· Città del Vaticano ·

Un cosmo di libertà

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg

Facce belle della Chiesa

14 maggio 2020

Fra’ Cosmo Scardigno: dalle lezioni di vita in carcere a professore in una scuola in quarantena


A quelli a cui è data la grazia di saper cogliere anche gli aspetti positivi di questa tragica quarantena che viviamo da ormai due mesi e mezzo, non è sfuggita una grande opportunità. Forse unica per il resto della vita. Quella della riapertura di cassetti e di scatole in cantina che, pur conservando memorie intense della nostra vita, giacciono ormai dimenticate o etichettate con “Un giorno mi capiterà di riaprirli”. Questo giorno lungo che dura ormai da più di settanta giorni ce ne ha dato l’opportunità.

Così è capitato a Cosmo, per gli amici Mimmo. Cosmo è un insegnante di religione di una scuola superiore della grande e dispersa periferia romana. Chiuso in casa come tutti, divide le sua giornate tra qualche lezione a distanza (“Ma non sono vere lezioni. I ragazzi sono confusi, frastornati, impauriti, cerco solo di fargli sentire una voce amica, qualcuno che li ascolta, e si preoccupa per loro”), la preghiera, la musica, qualche buona lettura e la cura del piccolo zoo domestico che gli tiene francescanamente compagnia. Ma il tempo nell’isolamento della quarantena è lungo, le giornate non finiscono mai. Come le giornate in carcere.

E allora l’occhio cade su quella scatola verde, che sta sotto la libreria. Come un soprammobile che ormai non si apre. Una scatola piena di lettere. Lettere che raccontano di una vita. L’altra vita di Cosmo. Sì perché il professor Cosmo Scardigno prima di salire in cattedra era (ed è in effetti tuttora) fra’ Mimmo: un prete, un francescano che ha passato 15 anni in carcere. Non a scontare una pena, ma a condividere una pena. Cappellano in diverse carceri, anche di massima sicurezza, del meridione d’Italia. «Sono nato in una zona povera della Puglia: posti che non lasciavano molte chance ai ragazzi che vi crescevano. Tra queste chance non mancavano la malavita e il carcere». «Eravamo ancora piccoli, 12 o 13 anni, ma già diciamo spericolati, qualcuno già pencolava verso l’illegalità. Un ragazzo in particolare tra noi era il più spavaldo, già esibiva a quell’età una scelta di campo che non ammetteva mediazioni. Io avrei potuto essere come lui, ma se non presi quella strada fu per paura più ancora che per la buona educazione che avevo ricevuto in famiglia. Presi un’altra strada. Un’altra via per esprimere quella rabbia, quel senso di frustrazione che ti prende dentro quando sei testimone dell’ingiustizia sociale». «Conobbi un frate francescano che mi insegnò a controllarmi e a indirizzare la mia energia ribelle in senso positivo. La pedagogia era semplice quanto efficace: ci portò a fare volontariato in una comunità di accoglienza e di recupero. Cioè ci dava il senso dell’utilità nell’aiuto all’altro ma allo stesso tempo ci mostrava dove avrebbe potuto condurci una strada sbagliata. Con il servizio nella comunità venne anche la conoscenza del carcere, alcuni dei ragazzi ospiti spesso vi ci venivano condotti a scontare un residuo di pena. E cominciai una corrispondenza con un condannato a morte in America. Mi sorprendeva come le mie lettere fossero importanti per quel ragazzo poco più grande di me, si chiamava Toni. E come le sue lo fossero per me. Guarda questa, è del 6 febbraio 2005, mi scrive: “Io non ho mai pensato che la mia umanità fosse inutile. La vita è un dono. Noi non l’abbiamo creata, la viviamo soltanto. Dio lavora in modi che noi non possiamo capire né comprendere. C’è molta povertà e criminalità nel posto da cui provengo, ma nessuno di noi chiusi qui dentro ha mai avuto l’ispirazione di uccidere, cercavamo solo di uscire dalla miseria”. Da lì fu un crescendo, fondammo un’associazione che chiamammo “Fratello Lupo”. E nel frattempo la mia fede si approfondiva e maturava. Per molti il percorso è dalla fede alla carità, per me fu il contrario dal servizio della carità alla fede: il paradigma era quel Matteo, 25: “In carcere siete venuti a trovare me”. Così a 22 anni, dopo il servizio civile come obiettore di coscienza, mi unii ai francescani. Divenni frate, e poi fui ordinato prete. Naturalmente i miei superiori mi indirizzarono alla cappellania in carcere. Formai un gruppetto di giovani laici, il lavoro del cappellano non è mai in solitudine, c’è sempre un team. Il motto era “Liberi dentro”. Cioè essere liberi nel cuore per essere liberi nella vita. È quello che anche in questi giorni dico ai miei studenti che lamentano la mancanza di libertà della quarantena: approfittate di questo tempo per essere liberi dentro». E mentre fra’ Mimmo racconta mi porge un’altra lettera. Questa volta è Nazareno che scrive, il 12 aprile del 2006: «Sai sono uscito in permesso premio per due giorni. E puoi immaginare la gioia che ho letto negli occhi di mio figlio e di mia moglie nel vedermi a casa. Il 24 aprile starò a casa per otto giorni, capisci otto giorni... faccio fatica a pronunziarli per l’emozione». Nazareno muore a 32 anni per un ictus. Non li ha mai trascorsi a casa quegli otto giorni.

Riprende Cosmo: «Sai, era tanto tempo che non aprivo quella scatola, ma rileggendole mi accorgo che quelle lettere ce le ho stampate qui in testa, ogni singola parola mi è entrata nell’anima». «Un giorno sono entrato in una cella, erano in tre, uno di spalle preparava il caffè. A un certo punto si volta e mi viene un colpo. Lo riconosco subito e lui riconosce me, pur dentro il saio. Era quel ragazzo spavaldo di cui ti ho detto prima, il capo branco della mia giovinezza scapestrata. Ci guardammo in silenzio per qualche secondo e poi ci abbracciammo fortemente come due fratelli che non si rivedevano da tempo: “Mimmo siamo finiti tutti e due dentro...”. Apriamo un’altra lettera, è Emanuele che scrive, dal carcere di Bari: «Senti frate’, io non so se saprei descrivermi da solo, pensandoci bene è impossibile, posso solo dirti che sono imprevedibile e volubile. E soprattutto diffidente, perché sono cresciuto in quartieri brutti, delle fogne, non so se hai capito, ma ho imparato le cose brutte della vita troppo presto, cose che non avrei mai voluto imparare. Lo so, io devo amarla questa mia vita, ma devo fare cose illegali per mantenere la mia famiglia. Non mi giustifico, lo so che sbaglio, ma so anche che un giorno ne uscirò fuori. Non ti nascondo che nel mio cuore piccolo e avaro ho il desiderio a volte di credere in qualcosa, in qualcuno, di ricostruire una vita basata su lavoro e onestà... ma poi il solito pensiero menefreghista mi scoraggia. Ma ce la metterò tutta: ho più voglia di fare il bene che il male. Ho scritto ai miei genitori per chiedergli di trovarmi un lavoro quando sarò fuori di qui...”. E c’è riuscito alla fine, so che ora lavora, è sposato e felice». Scriversi in carcere è necessario e utile. Come cappellano hai dei tempi autorizzati agli incontri limitati e allora tra un incontro e un altro ci si scrive.

«La mia provenienza mi ha molto aiutato. “Sei uno di noi”, ogni tanto mi sentivo dire. Con me non si sentivano mai giudicati, io non ho mai chiesto a nessuno per quale reato fosse dentro. Né tantomeno mi presentavo con l’intenzione di convertirli, se non la conversione alla buona etica e all’umanità. Poi dalla Puglia sono stato spostato a Campobasso, e lì con l’aiuto fiducioso del vescovo Bregantini abbiamo montato un gran bel lavoro. Soprattutto con i pentiti e collaboratori di giustizia di ambito mafioso. Dico abbiamo perché in tutti questi anni sono stati formati più di 200 volontari nelle carceri che ho frequentato».

E mentre Cosmo parla, continuiamo a passarci di mano le lettere che escono dalla scatola verde: «C’è tanta di quell’umanità in queste lettere che potrei utilizzarle come libro di testo per i miei studenti». E così scorrono le lettere di Gaspare, al quale quando gli uccisero il padre in un attentato, si alzò un velo su tutta la sua vita, ora riscattata. Di Nicola, collaboratore di giustizia in isolamento a cui uccisero il fratello, e che riesce alla fine di un percorso dolorosissimo a scrivere “Io ho perdonato”. O quella del noto boss della ’ndrangheta che prima aveva un atteggiamento di superiorità e sfida nei confronti di fra’ Mimmo, ma che poi muta radicalmente quando viene a sapere che il frate viaggia per 800 chilometri per andare a portare una parola di conforto al figlio gambizzato in una città del nord. «Ma perché Cosmo ora sei qui a Roma a insegnare religione a scuola?»: «Intanto perché se fai il cappellano condividi la galera con loro. E la galera deve sempre avere un fine. Se no non c’è speranza. Ma soprattutto perché in prigione ho capito che la partita della vita si gioca nei primi anni, nell’adolescenza. E ora il mio scopo è quello di evitare che altri finiscano in galera. Per questo ho chiesto non semplicemente di insegnare, ma di insegnare in quelle zone e in quei quartieri dove più alto è il livello di marginalità e rischio». E cosa dici ai tuoi studenti? «Gli racconto queste storie, che li colpiscono molto. Ma sai, in tutti questi anni in carcere ho visto centinaia di casi molto diversi tra loro, ma sempre tutti con un comune denominatore: un deficit di amore negli anni dell’adolescenza e della giovinezza. Allora cerco di fare a scuola quello che facevo in carcere. Semplicemente porto un po’ d’amore».

di Roberto Cetera