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Ospedale da campo

26 maggio 2020

Il gesuita Jean de Brébeuf nel Canada del XVII secolo sconvolto da un’epidemia


Fra le tante missioni coraggiosamente aperte dai gesuiti fin dagli inizi della loro storia, quella del Canada fu tra le più difficili e faticose, per la durezza del clima e delle condizioni di vita, per la lingua incomprensibile degli autoctoni, per il momento storico segnato dalla spietata “guerra dei castori” fra irochesi e uroni e da terribili pestilenze. Davanti a una situazione così ardua, il grande apostolo di queste genti, san Jean de Brébeuf (1593-1649), scriveva nel 1635: «Gesù Cristo è la nostra vera grandezza, lui solo e la croce si deve cercare correndo dietro a questi popoli». E in una lettera inviata al padre generale l’anno successivo, nel manifestargli il desiderio di poter ricevere l’aiuto di altri missionari, sottolineava che essi più di tutto avrebbero dovuto possedere «una dolcezza inalterabile e una pazienza a tutta prova. Non è con la forza né con l’autorità che possiamo sperare di vincere per il Signore questi cuori».

Nato il 25 marzo 1593 nel castello avito di Condé-sur-Vire, Jean era il figlio primogenito di Marie le Dragon e di Gilles ii de Brébeuf, una famiglia normanna di antica nobiltà che nel suo albero genealogico contava alcuni confessori della fede nelle persecuzioni avvenute sotto Enrico VIII d’Inghilterra e poi durante il regno di Elisabetta. L’esempio di questi parenti non lasciò indifferente il giovane Jean, che decise di vivere con radicalità il suo credo. Entrato nel noviziato dei gesuiti di Rouen, nella sua umiltà avrebbe voluto diventare fratello coadiutore ma i superiori gli chiesero di proseguire gli studi. Così nel 1622 fu ordinato sacerdote a Pontoise. Subito domandò con vive istanze di essere inviato come missionario nella Nuova Francia. Vide realizzato questo ardente desiderio nell’estate del 1625, quando raggiunse Québec, dopo un avventuroso viaggio attraverso l’oceano durato più di due mesi. Ponendosi a servizio prima degli algonchini e poi degli uroni volle, come san Paolo, farsi tutto a tutti, condividendo senza sconti la dura esistenza di queste popolazioni, in ogni aspetto: i poveri pasti, il riposo sulla nuda terra o su una vecchia pelle piena di pulci, le faticose battute di caccia, i rischiosi viaggi su canoe che dovevano essere portate a spalla in prossimità delle rapide. Le belle maniere imparate da bambino nel castello paterno sembravano diventare inutili; qui bisognava saper fronteggiare l’asprezza del quotidiano. E padre Jean piegò le spalle sotto carichi pesanti, col breviario legato al collo, i piedi sanguinanti, le vesti strappate nelle lunghe marce attraverso le impenetrabili foreste del Canada. A queste fatiche e ai frequenti digiuni causati dalla necessità univa un rigoroso impegno ascetico, con l’uso quotidiano della disciplina e quello frequente del cilicio. Intanto studiava con amore i costumi degli uroni, arrivando anche a imparare la loro difficilissima lingua. Scrisse la grammatica e un dizionario di parole uroni. Inoltre tradusse nella lingua degli autoctoni il catechismo di padre Ledesma. Ma i contrasti fra Inghilterra e Francia costrinsero i superiori a richiamarlo in patria nel 1629.

A Rouen, in un clima denso di preghiera, col cuore colmo di amore per Dio e per la sua missione oltreoceano, si preparò a pronunciare definitivamente gli ultimi voti, il 30 gennaio 1630. Durante gli esercizi spirituali in preparazione a questo evento, scrisse: «Ho sentito un vivo desiderio di soffrire qualche cosa per Gesù Cristo». In un’offerta di fedeltà a Dio vergata l’anno successivo, ribadiva: «Signore Gesù, firmo questa promessa col mio proprio sangue, disposto a sacrificarlo tutto, volentieri, come volentieri ti sacrifico questa goccia».

Ritornato finalmente in Canada nel 1633, ribadì la sua appassionata volontà di sacrificare tutto a Dio, anche la vita, pronunciando in data imprecisata, fra il 1637 e il 1639, il voto di non rifiutare mai la grazia del martirio. «Non vedo nulla di più frequente nei suoi scritti — rilevò padre Paul Ragueneau, anch’egli missionario fra gli uroni — che i sentimenti che egli aveva di morire per la gloria di Gesù Cristo […] desideri che gli continuavano per otto o dieci giorni di seguito». Nella Nuova Francia lo attendeva davvero il martirio. Dapprima fu un martirio morale, collegato al diffondersi di una terribile pestilenza fra la popolazione urone, proprio fra le tribù che padre de Brébeuf amava tanto, fra coloro a cui, appena tornato dalla Francia, aveva detto: «Noi vogliamo venire nel vostro paese per vivere con voi e per morirvi. Voi sarete i nostri fratelli; d’ora innanzi noi faremo parte della vostra nazione». Gli uroni inizialmente furono felici del ritorno di padre de Brébeuf e lo accolsero come un parente. Ma nel 1636 scoppiò una malattia epidemica sconosciuta. I primi ad ammalarsi furono i gesuiti. Nella piccola comunità di religiosi, rimasero tutti contagiati, tranne Jean de Brébeuf, che si prodigò in mille modi per curare con erbe e salassi i confratelli. Lo sciamano venne a offrire i suoi servigi: assicurava di avere il potere di risanare i missionari con delle saune e con l’invocazione degli spiriti. Padre de Brébeuf rispose che riponeva solo in Gesù ogni speranza. Lo sciamano se ne andò via, con l’animo pieno di risentimento.

I gesuiti guarirono, ma l’epidemia prese a colpire la popolazione. I missionari si dedicarono a curare i malati con grande dedizione, battezzando i moribondi che accettavano di ricevere il sacramento. Ci furono 115 battesimi nel 1636, più di 300 nel 1637. Gli autoctoni appendevano davanti alle abitazioni maschere tribali dalle fattezze orrende per impaurire e allontanare il morbo; gli sciamani facevano danze propiziatrici. La bella stagione sembrò portare un po’ di sollievo, ma col ritornare del freddo l’epidemia scoppiò più violenta che mai. Il propagarsi del male era favorito dalle usanze degli uroni. Essi vivevano nelle “lunghe case”, costruite con pali conficcati nel terreno e ricoperti da corteccia di acero; ogni abitazione accoglieva quattro o cinque famiglie. D’estate gli uroni riposavano all’aperto, sotto gli alberi, ma d’inverno dormivano gli uni vicino agli altri, stesi su pelli poste per terra, in un ambiente ristretto: questo incrementava il contagio. Nel 1637 le morti crebbero in modo impressionante. Gli stregoni presero a incolpare i “veste nera” della terribile epidemia. La gente impaurita non volle più avere contatti con i missionari. Alcuni nel vederli fuggivano, altri li insultavano, minacciando di ucciderli. Padre de Brébeuf, invitato a un’adunanza dei capi, fu di fatto messo sotto processo e accusato di essere un untore che diffondeva il morbo con stoffe misteriose. Egli rispose senza paura: invitò gli uroni a entrare nella sua povera capanna, prendere ogni stoffa e a gettarla nel lago, se così gradivano. Disse di non conoscere l’origine della malattia; però conosceva il Signore ed era venuto fra gli uroni per diffondere la sua Parola, non per dedicarsi al commercio delle pelli, con la fame di guadagno di chi faceva il coureur des bois. Colpiti dal coraggio del missionario, gli uroni cessarono di accusarlo. In adunanze successive, però, gli sciamani ebbero il sopravvento e padre de Brébeuf venne condannato a morte. Quando lo seppe, scrisse una lettera d’addio al suo superiore a Québec, poi continuò serenamente il suo apostolato. Proprio per la fermezza e l’amore ardente dei missionari, pian piano le persecuzioni e le diffidenze cessarono.

All’inizio dell’epidemia gli uroni erano 30.000, alla fine solo 12.000. Nel 1641 si erano convertite al cristianesimo sessanta persone. Per esse de Brébeuf e la comunità dei gesuiti costruirono un villaggio molto simile alle reducciones del Paraguay. La vita si avviava su basi serene, quando giunse per lui la grazia del martirio, tanto a lungo invocata. Il 16 marzo 1649 morì fra torture atroci per mano degli irochesi, i tradizionali nemici degli uroni, in un assalto avvenuto durante la “guerra dei castori”. Dalle lettere di madre Maria dell’Incarnazione Guyart Martin, canonizzata nel 2014 da Papa Francesco, conosciamo i particolari raccapriccianti del supplizio. Con padre de Brébeuf morì anche un giovane gesuita, san Gabriel Lalemant (1610-1649), affrontando con pari coraggio gli stessi tormenti. Entrambi avrebbero potuto salvarsi con la fuga, ma preferirono lasciarsi catturare per incoraggiare con le loro parole e il loro esempio gli uroni fatti prigionieri. Fra i pochi sopravvissuti vennero tramandate le parole del canto natalizio che padre de Brébeuf aveva composto per loro: si chiama Huron carol e ancora oggi viene cantato dagli amerindi del Canada; un inno dolcissimo, come l’amore di Cristo che divampò con tanta forza nel cuore di san Jean de Brébeuf.

di Donatella Coalova