· Città del Vaticano ·

Tessere nella condivisione una nuova storia

Papa Francesco il 27 marzo nella piazza San Pietro deserta

Nel messaggio per la Giornata delle comunicazioni sociali

25 maggio 2020

Condividere è la parola chiave: questo è quel che Papa Francesco, nel suo messaggio di quest’anno, ci invita a fare: a condividere narrandola la nostra storia, a condividere ascoltandola la storia degli altri e a tessere, nella condivisione, una storia nuova.

Condividere tra di noi e condividere con Dio: questa è la strada.

Raccontarci a Dio per dare a ogni storia un senso, un dinamismo, una prospettiva di redenzione.

C’è un passaggio molto bello nel messaggio.

È quello dove il Papa dice: «A Lui (al Signore) possiamo narrare le storie che viviamo, a lui possiamo portare le persone, affidare le situazioni. Con Lui possiamo riannodare il tessuto della vita, ricucendo le rotture e gli strappi».

In questi giorni di tribolazione a causa del coronavirus abbiamo tutti — chi più chi meno — sfogliato l’album dei nostri ricordi.

Abbiamo riflettuto sulle nostre vite; sulle occasioni che abbiamo saputo cogliere, e su quelle che invece abbiamo perduto, sprecato.

Abbiamo ripensato al vissuto, e rimpianto il non vissuto.

Abbiamo raccontato storie che abbiamo attraversato e immaginato cammini che non abbiamo percorso.

Abbiamo benedetto la civiltà digitale per la condivisione che ci ha consentito, e per le distanze che ha annullato.

Ma abbiamo temuto anche il rischio che la dimensione da remoto finisca con il sostituirsi definitivamente alla prossimità corporea.

Abbiamo applaudito in queste settimane al fiorire di iniziative spontanee, capaci di unire ciò che prima era diviso, di chiamare a raccolta gli uomini e le donne di buona volontà.

Siamo rabbrividiti, anche, di fronte al marcire di rancori mai sopiti, alla rinascita di pregiudizi, al risorgere della tentazione di risolvere tutto additando questo o quel capro espiatorio.

Separati gli uni dagli altri, abbiamo riscoperto soprattutto la bellezza del noi, la bellezza — nel “comunicare” con Dio — di parlargli al plurale, di parlargli di noi, delle nostre paure, delle nostre preoccupazioni, delle nostre aspettative. Senza separare le mie da quelle degli altri.

Facendo esperienza della separazione, abbiamo capito il senso della comunione.

Abbiamo misurato la distanza fra quel che credevamo ci unisse e quel che ci unisce davvero.

Senza la capacità di ricondurre l’esperienza ad unità, non c’è sapienza, e nemmeno conoscenza; tutto si riduce ad una elencazione di fatti senza storia.

In questi giorni forse lo abbiamo capito di più, ma siamo sempre di fronte allo stesso bivio.

Riguarda la direzione da dare alle cose. Verso il bene o verso il male.

Così è anche nella comunicazione. Possiamo affidarci solo alla tecnologia, o darle una anima.

Possiamo perderci nella incomunicabilità, oppure ritrovarci nella comunione.

Possiamo sentire su ognuno di noi la responsabilità della ricerca della verità, o diventare strumenti (consapevoli o inconsapevoli) alla diffusione delle fake news.

Possiamo negare, oppure comprendere i segni del tempo.

Possiamo comunicare disperazione oppure speranza.

Ma tutto dipende da dove fondiamo la nostra speranza.

Dipende dalla nostra capacità di essere dentro la realtà senza farcene corrompere.

Sta a noi scegliere, come ha detto Papa Francesco poche settimane fa, il 27 marzo, nel vuoto di piazza San Pietro.

Sta a noi scegliere che cosa conta e che cosa passa, separare ciò che è necessario da ciò che non lo è.

Serve un cambio di passo: un atteggiamento diverso, una maggiore fiducia, una fede più grande, uno sguardo puro, capace di stupirsi, di farsi sorprendere dalla verità di Dio.

Per dare una nuova forma alle cose di ieri; per far sì che l’isolamento non diventi solitudine; per rispondere all’unione malata della pandemia con l’unione sana delle buone volontà; per trovare un nuovo e più sano equilibrio fra locale e globale, serve la nostra testimonianza creativa; serve la nostra intelligenza; servono soprattutto la nostra fede e le nostre opere.

Serve allora, guardandosi indietro, a come comunicavamo prima della pandemia, un serio esame di coscienza.

Comunicavamo davvero, prima? O la comunicazione che rimpiangiamo è come le cipolle d’Egitto.

Quanto la nostra comunicazione costruiva comunità? E quanto invece gruppi chiusi?

E come oggi questa traversata del deserto può farci ritrovare più veri quando finalmente ci re-incontreremo per le strade, nelle piazze, nelle chiese?

Paradossalmente, la impossibilità di incontrarci, durante il periodo della quarantena, e la prospettiva di incontrarci solo a debita distanza nel tempo che verrà (e che si preannuncia non breve) ci hanno restituito il desiderio di relazioni vere con gli altri.

Ci hanno fatto vedere con occhi nuovi i nostri vicini di casa, di via, di quartiere. Ci hanno fatto avvertire quanto grande è il compito al quale, come credenti, siamo tutti chiamati nel testimoniare ciò in cui crediamo; nel costruire comunità accoglienti, solidali.

Si vedono già i segni, i semi.

Ma serve che attecchiscano sulla terra buona.

Sta a noi offrire (anche attraverso la comunicazione) nei territori la nostra rete di senso, di lavoro, di condivisione. Sta a noi, servi inutili ma chiamati ad essere i tralci della vita nuova.

Come ha detto Papa Francesco sta a noi «trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, di solidarietà» (Momento straordinario di preghiera, Sagrato della basilica di San Pietro, venerdì 27 marzo 2020)

La comunicazione va rifondata su una rete che è insieme globale e locale. Digitale e reale. Ed è fatta per unire, non per dividere.

Per donare non per vendere o comprare.

Per dare alla tecnologia una dimensione che la trascenda.

Se l’obbligo della distanza fisica dovesse perdurare, se il virus diventerà endemico, toccherà proprio alla comunicazione assumere il ruolo di antivirale, consentendo il «noi» impossibilitato dalla distanza.

Separare isolamento da solitudine, distanza fisica da distanza sociale.

Se invece l’obbligo di essere fisicamente distanti terminerà, come tutti ci auguriamo, dipenderà da come avremo saputo ri-costruire la nostra insiemità il modo in cui ci re-incontreremo.

Contrariamente a quel che spesso si pensa, «comunicare» non è solo «trasmettere informazioni» (che a loro volta possono essere false, invece che vere).

La comunicazione (anche delle informazioni) non è solo fare in modo che le cose dette dal centro arrivino a tutti.

La comunicazione ecclesiale non è trasmettere catechesi dall’alto.

Comunicare — lo stiamo riscoprendo — è di più. È molto di più. Non c’è comunicazione senza la verità di un incontro.

Comunicare è stabilire relazioni, è stare con.

Per questo dobbiamo pensare a come utilizzare la rete, per mantenere viva (nonostante la distanza) la relazione incarnata tra persone. Per costruire una economia della condivisione, dello share. Per profilare le persone non in base alla loro capacità di consumo ma in base alla loro capacità di dono.

Il dono può prendere molte forme: si può donare il proprio tempo, le proprie competenze, il proprio denaro, la propria preghiera.

Ma solo quando le persone percepiscono di stare collaborando a costruire un valore reciproco sono disposte a donare.

Dobbiamo imparare a condividere di più nei nostri quartieri, nelle nostre strade, nei nostri condomini; testimoniando il nostro essere Chiesa, offrendo il nostro essere Chiesa come il luogo migliore dove stare insieme.

Oggi più che mai è il momento per la Chiesa di uscire dalle proprie mura, di non pensarsi statica ma dinamica; di non stare ferma ad aspettare ma di muoversi e partire per costruire comunione attraverso tutti gli strumenti di comunicazione; per dare vita a progetti collaborativi per censire, raffinare, classificare l’eccedenza comunicativa caratteristica dell’uomo.

È giunto il momento di pensare la comunicazione come un modo di redistribuire surplus di materiali, di conoscenza, di amore.

Oggi più che mai è l’unione che fa la forza. Anche se ci sembra il contrario.

Un proverbio africano racconta che noi possiamo essere il sorriso di coloro che ci hanno preceduto.

Ecco: ogni storia può essere riscattata, redenta dalla condivisione di un sorriso che si fa racconto.

di Paolo Ruffini