· Città del Vaticano ·

Tentando di afferrare la bellezza

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A colloquio con il compositore Giorgio Battistelli

14 maggio 2020

Una provocazione per far cadere la «quarta parete»


«Senza il bello il Vangelo non si può capire». Eccola la frase di Papa Francesco che ha dato una scossa al mondo dell’arte italiano. Poche parole che si inseriscono a pieno in una riflessione che parte da lontano. Era il 7 maggio del 1964 quando dalla Cappella Sistina Paolo VI lanciava l’invito a «ristabilire l’amicizia tra la Chiesa e gli artisti». Quasi una chiamata di correo per un rapporto che si era «guastato» da una parte per il ricorso a un’arte staccata dalla vita e resasi quasi incomprensibile, dall’altra per la pretesa di piegare la creatività a cliché e modelli «di pochi pregi e di poca spesa». L’obiettivo a cui puntare è una bellezza che sia comprensibile senza scadere in linguaggi banali. Una sfida ardua per tutti, in particolare per un compositore come Giorgio Battistelli che deve affrontarla sia come autore di nuove opere sia come direttore artistico.

Da dove nasce lo stupore?

Dal fatto che l’ha detto solo lui. In un momento speciale come questo, mentre viviamo confinati in casa a causa della pandemia, Francesco ci dice che la Chiesa ci aspetta, ci apre le porte, ci chiede di intervenire nel mondo, sulla realtà, attraverso la creatività. È il riconoscimento della funzione dell’artista all’interno della società. Veniamo chiamati a mettere in moto un processo di trasformazione del mondo reale che parta dall’anima, a prendere per mano l’umanità e ad accompagnarla verso il sublime, fermandoci a contemplare un capolavoro quando lo incontriamo. Ho sempre pensato che la bellezza produca un indugio, un senso di sospensione, e quindi un invito al pensiero. Il tempo rallenta di fronte alla Gioconda o alla Pietà. La lingua tace, l’indefinibile diventa realtà. Da bambino, a piazza San Giovanni, la statua di san Francesco mi rapiva, l’attesa del pullman che mi avrebbe riportato ai Castelli era sempre troppo breve.

Ma l’invito non è rivolto solo ai credenti.

Creatività e fede non sono due mondi separati, sono uno dentro l’altro, anche per chi vive nel dubbio. Entrando in una Chiesa Pasolini diceva: «In questo spazio mi ricordo che non ho risolto il mio problema con Dio». Ed è questa la condizione in cui ci troviamo spesso come artisti. Tentiamo di afferrare la bellezza, attraverso materiali diversi. Con il marmo o con il suono non importa. Ma scopriamo che è sfuggente, difficile da circoscrivere. Di solito vive sulla soglia della vertigine dell’infinito. Appare tra gli umani solo quando viene rinchiusa in una forma e interpretata. Chi si assume la responsabilità di imprigionarla per qualche istante si accorge di trovarsi alle porte di un sapere più grande. Da lì in poi diventa una scelta personale.

Come si tiene insieme l’invito di Paolo VI a pensare un’arte nuova ma comprensibile e l’esortazione di Francesco a non sprecare i propri talenti «per la ricerca di una vana gloria o di una facile popolarità»?

La questione investe il modo in cui viene percepita l’opera. Oggi in nome della necessità di comunicare si giustifica qualsiasi banalità. La «facile popolarità» è la mercificazione dell’arte che si accontenta di una ricerca su un asse “orizzontale”. Occorre predisporsi a un percorso “verticale”, verso la profondità, dentro di noi, che punti alla verità. Francesco ci esorta a coltivare la complessità, che è propria della realtà e del vero, ma ci mette in guardia nei confronti della complicazione fine a se stessa, che invece diventa sterile sfoggio di tecnica.

Qualcuno però nella storia recente ha fatto delle complicazioni una sorta di dogma non solo allontanando il pubblico, ma annientando quasi il ruolo sociale del musicista.

È la grande responsabilità dell’Avanguardia del secondo dopoguerra che ha modificato o addirittura negato il concetto di bellezza. La filosofia di stampo adorniano ha teorizzato l’equiparazione tra piacevole e borghese. Un’interpretazione politica di queste teorie ha deformato il processo creativo e ci ha allontanato da un ascolto dell’io. Per troppo tempo ci si è concentrati esclusivamente sulle manipolazioni astratte del materiale sonoro. Ora abbiamo riconquistato il diritto all’uso dell’esperienza, siamo ritornati ad ascoltare noi stessi, il nostro dolore, la nostra fede, il dubbio.

Poi bisognerebbe fare un ulteriore passo in avanti, fornire una visione del mondo, una prospettiva, non solo una rappresentazione. Tenere assieme ragione e bellezza, come invita a fare Benedetto XVI quando sottolinea che «una ragione che volesse spogliarsi della bellezza risulterebbe dimezzata, come anche una bellezza priva di ragione si ridurrebbe a una maschera vuota e illusoria».

La bellezza priva della ragione, e quindi della complessità, è un solo un decoro. Il ruolo dell’artista in questo senso è quello di interpretare e trasformare la realtà per porgere al pubblico una porzione di vero che proviene dalla dimensione del sublime. Questo non vale solo per l’opera d’arte finita, ma anche per la ricerca. La Chiesa non ci invita a riprodurre un calco del passato, un’operazione molto facile, ma a creare nuove forme, è questa la sfida.

Se il progresso in musica è la successione di forme sempre nuove, in tempi di coronavirus l’artista, se vuole avere un ruolo sociale, deve lavorare anche sulle modalità di fruizione. In questo periodo siamo chiaramente di fronte a un bivio. Sul fronte organizzativo aspettiamo che passi «’a nuttata» per ricominciare come prima o andiamo in un’altra direzione?

Non possiamo rimanere fermi. Dobbiamo essere attivi, dinamici, trovare una soluzione. Soprattutto in un momento come questo la funzione dell’artista non può essere limitata all’intrattenimento. Non dobbiamo rassicurare, ma interrogarci su forme diverse di produzione e di proposta che offrano la possibilità di ipotizzare un mondo nuovo. Il nostro ruolo è quello di indicare degli orizzonti possibili, e l’orizzonte è apertura, respiro, distanza, cammino, un invito alla vita. L’arte e la fede in questo sono simili, mentre la politica lavora su altre prospettive.

In Italia c’è la disponibilità a recepire queste sollecitazioni?

Il sistema produttivo ha coltivato poco la conoscenza e l’ascolto della propria dimensione spirituale. L’attenzione è fortemente rivolta verso l’asse commerciale. I musicisti incidono pochissimo nella programmazione. I teatri d’opera non hanno nemmeno l’obbligo di avere un direttore artistico. La figura principale è quella del sovrintendente che può anche decidere di non avvalersi delle competenze di un tecnico. L’orizzonte è quasi esclusivamente di natura finanziaria. Va ricercata una sintesi tra la dimensione amministrativa di un ente e la comprensione della società che solo un artista può garantire. È ora di cancellare l’espressione «costa troppo» e uscire dalla dittatura del numero. Per la cultura come per la sanità non dovrebbe esistere il concetto di pareggio di bilancio, perché in questi ambiti si costruisce il benessere delle persone, fisico e spirituale. Due necessità complementari. Ancora una volta la Chiesa è un passo avanti alla politica perché antepone l’uomo, con la sua creatività e le sue necessità, ai bilanci.

Proposte?

Papa Francesco sovrintendente onorario di tutti i teatri italiani. Aprirebbe un orizzonte completamente nuovo. La “quarta parete” cadrebbe ed entrerebbe in sala una ventata di spiritualità.

di Marcello Filotei