· Città del Vaticano ·

Taumaturgo e filosofo

Tetravangelo di Rabbula, miniatura con scena di Ascensione (Biblioteca Laurenziana, Firenze, VI secolo)

Le prime raffigurazioni dell’Ascensione

19 maggio 2020

L’immaginario iconografico cristiano introduce molto presto la figura di Gesù, anche se la sua fisionomia, la sua gestualità, il suo vestiario nei primi tempi, e cioè a cominciare dal primo trentennio del III secolo, non assurgono a livello di elementi peculiari, che ne caratterizzano l’immagine, rispetto agli altri protagonisti delle storie bibliche. Questa neutralità del repertorio cristiano più antico rientra nell’intento rievocativo delle storie del Vecchio Testamento e degli episodi del Nuovo, attraverso i quali si vuole trasmettere un’esemplificazione salvifica ed augurale della vita del cristiano, guardata nel momento terreno e in quello oltremondano. È chiaro che entro questo percorso semantico troviamo una importante componente cristologica, ma nella tradizione figurata degli episodi biblici, nel corso dei primi secoli, non incontriamo una gerarchia dei personaggi, né tantomeno una caratterizzazione della figura del Cristo, che non assurge mai al livello del ritratto.

L’individuazione delle figure è affidata alle circostanze iconografiche, ai contesti, alle cifre simboliche, nel senso che gli episodi evangelici sono riconoscibili da piccoli elementi, che fungono da indicatori utili alla decodificazione della scena. Così, la moltiplicazione dei pani si comprende con la presenza delle ceste colme di pani; la negazione di Pietro si indovina per la presenza del gallo; la guarigione del paralitico si riconosce per il lettuccio portato sulle spalle dell’infermo guarito.

Altro espediente interpretativo determinante, nell’individuazione delle scene, è rappresentato — come si anticipava — dai gesti che assumono i diversi personaggi, tanto è vero che mentre le persone salvate assumono spesso l’atteggiamento della preghiera continua, con le mani levate, il Cristo è riconoscibile per l’imposizione delle mani sul capo dei guariti o dei battezzati o per la virga che impugna per effettuare i miracoli.

Solo nel pieno secolo iv e dal tempo della tolleranza, il Cristo assume le sembianze del re, del giudice, dell’imperatore, proponendo, in un primo momento, le caratteristiche fisionomiche del fanciullo e, poi, quelle più ieratiche del taumaturgo e del filosofo. In questo frangente cronologico nascono scene, che oscillano tra la narrazione biblica, oramai ben collaudata, e un nuovo immaginario teofanico, che introduce scene abibliche come la Maiestas Domini e la Traditio Legis, le quali vogliono esprimere la potenza, ma anche la presenza parusiaca del Cristo, rappresentato nella seconda venuta e sospeso in un’atmosfera virtuale e simbolica, che allude alla salvezza finale.

Nell’ambito di questo nuovo linguaggio iconografico sono introdotte, a partire dal v secolo, alcune scene cristologiche, disattese sino a quel momento, in quanto non rientravano nel più semplice e corrente repertorio di tipo augurale. Mi riferisco, ad esempio, all’episodio di Emmaus e al mistero della trasfigurazione, ma risulta particolarmente emblematico l’episodio dell’ascensione, che appare solo nel v secolo, in quanto è tarda anche l’istituzione della festività liturgica, a cui, comunque, si riferiscono già Gregorio di Nissa e Giovanni Crisostomo.

La prima immagine dell’episodio appare in una delle formelle della porta lignea della basilica romana di Santa Sabina, commissionata da Pietro d’Illiria tra il 422 e il 432, sotto il pontificato di Celestino i. La porta, un tempo costituita da 28 pannelli, di cui ne restano oggi solo 18, è decorata con scene dell’Antico e del Nuovo Testamento, ispirate alle storie di Mosè, di Elia, dell’adorazione dei magi, dei miracoli di Cristo, della prima scena di crocifissione.

Se questa ultima scena presenta i caratteri della “passione trionfante”, nel senso che il Cristo e i due ladroni mostrano l’atteggiamento expansis manibus, per alludere alla soluzione finale della risurrezione, ancor più attraente risulta il pannello dell’Ascensione, che si propone come il più antico testimone iconografico dell’episodio cristologico.

Qui, Gesù appare nel momento in cui sale su un monte roccioso, sollevato da tre angeli, uno dei quali, in alto a destra, lo afferra amorevolmente per le mani. In basso, quattro apostoli appaiono storditi e stupiti dinanzi all’evento prodigioso e assumono un dolente atteggiamento di tristezza.

La scena si ripete, nello stesso frangente cronologico, in due rilievi funerari arelatensi, dove, però, vengono eliminati apostoli ed angeli, mentre il Cristo è sollevato dalla mano divina, forse in riferimento al Salmo 18, 7 «Esaltato dalla destra di Dio» e agli Atti degli Apostoli 2, 33 «Esaltato dalla destra di Dio».

Estremamente significativa risulta anche una tavola eburnea, pure riferibile al v secolo e conservata al Bayerisches Museum di Monaco. Nella placca di avorio, il Cristo sale su un monte roccioso ad afferrare la manus Dei, che spunta dalle nubi. Ai piedi del monte, due apostoli giacciono storditi dinanzi all’evento, che pare replicare la consegna delle tavole della legge a Mosè. Nel resto della tavola si dispiega, secondo uno stile armonioso e coerente, tipico dell’arte tardo-teodosiana, la scena delle pie donne al sepolcro.

Altro prezioso cimelio delle arti minori è rappresentato dal reliquiario marmoreo proveniente dalla basilica placidiana di San Giovanni Evangelista a Ravenna ed ora conservato nel Museo diocesano della città. La piccola arca marmorea, riferibile ai primi anni del v secolo, conserva la decorazione a rilievo e, in particolare, l’adorazione dei magi, Daniele tra i leoni, la Traditio Legis e una raffigurazione che fotografa simultaneamente le donne al sepolcro e l’ascensione, secondo la consueta dinamica figurativa.

In epoca bizantina ed altomedievale viene creata un’iconografia nuova e più trionfale, a partire dal singolare rilievo della colonna marmorea del ciborio del San Marco di Venezia, dove il Cristo è avvolto da una mandorla di luce sollevata da angeli, ai piedi del quale sfilano — secondo il Vangelo apocrifo di Nicodemo — Elia, Enoc e il buon ladrone della crocifissione. La scena, così articolata, è commentata dalla esplicita didascalia: Ascensio Christi ad celos apostolis cu(m) miratione aspicentibus.

La scena, ripresa da alcune ampolle plumbee della terra santa ed ora a Monza, ritorna nel Codice di Rabbula, del 586, ora conservato alla Biblioteca Laurenziana di Firenze. Anche qui, Cristo appare in una mandorla di luce sorretta dagli angeli alla presenza del tetramorfo apocalittico, con il carro di fuoco ispirato ad Ezechiele 10, mentre, in basso, Maria è attorniata dal collegio apostolico, questi per commentare figurativamente il passo degli Atti degli Apostoli (1, 11), che recita: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato tra di voi assunto fino al cielo tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare al cielo».

di Fabrizio Bisconti