· Città del Vaticano ·

Seme di grazia in città

Madre Elena Francesca Beccaria

Questo tempo di angoscia visto con gli occhi di una clarissa di un monastero romano

06 maggio 2020

«Benedirò il Signore in ogni tempo, dice il salmo: dunque anche in tempo di pandemia». Madre Elena Francesca Beccaria, clarissa alla guida del monastero romano di via Vitellia, nel quartiere romano di Monteverde, parla con la tenerezza e la pace di un animo riconciliato. Riconciliato con se stesso, con Dio, con il prossimo, con il mondo. L’inquietudine che pervade l’umanità all’epoca del coronavirus, segnata da sofferenza, prova, tristezza, paura, non sembra aver valicato le mura del monastero di religiose contemplative che sorge a ridosso della grande arteria “Olimpica” e si affaccia su Villa Doria Pamphili. Il monastero è un’oasi di silenzio nel frastuono della metropoli. Il rumore insolente del traffico e il ritmo affannato delle occupazioni quotidiane che normalmente caratterizzano le strade d’intorno si fermano misteriosamente davanti a quella porta dove campeggia la scritta «Monastero Santa Chiara».

Così l’irreale silenzio a cui è stata costretta la città, per il confinamento domestico dei cittadini e il fermo di ogni attività sociale ed economica, sembra essere in perfetta sintonia con il mondo al di là della grata. Quella barriera, però, è solo fisica, per nulla spirituale e relazionale, tantomeno pastorale. Madre Elena Francesca, cinquantenne superiora che dal 2013 ha ripreso la guida del convento di clarisse, si spende con le sue consorelle per la “famiglia francescana” e per la comunità cittadina in senso lato, ascoltando e accogliendo ben volentieri gruppi di laici, giovani, adulti, che vogliono saperne di più sulla spiritualità di Chiara d’Assisi o curiosare su quella vita di «lavoro e preghiera che abbraccia con il cuore tutto il mondo». Oggi quella forma di vita non è, come un ingenuo o superficiale avventore potrebbe pensare, negletta o disprezzata. Tutt’altro. Sono ventiquattro le consorelle che vivono nel monastero e quando madre Elena giunse a Roma, trasferita sei anni or sono dal convento di Santa Lucia a Città della Pieve, sulle collina umbre, erano solo dieci e tutte molto anziane. Oggi le ultime due a essersi unite alla comunità sono due gemelle, suor Chiara Luce e suor Maria Felice che, irresistibilmente attratte dalla vocazione contemplativa, hanno scelto la vita monastica quando erano ampiamente under 30.

Persone e piccoli gruppi di fedeli frequentano il monastero per cicli di catechesi bibliche e per momenti di preghiera, ma a colpire, al di là dei contenuti dell’esegesi biblica o dello studio delle Fonti Francescane, sono soprattutto gli sguardi, le voci, la pace, la dolcezza di quelle monache, “specchio fedele dell’Altissimo”, come direbbe santa Chiara. Uno specchio che non disdegna un riflesso virtuale, se madre Elena si concede agli ascoltatori — trovando uno spazio nella sua giornata, ritmata dalla liturgia delle ore — su piattaforme on line come Skype o Zoom, lasciando che una parola di conforto e uno sguardo di benedizione tocchino le coscienze e nutrano le speranze dei battezzati, in un tempo di prova come quello della pandemia.

«Potrebbe suscitare sconcerto — racconta suor Beccaria a L’Osservatore Romano — benedire in giorni cupi, pieni di ansia, di paura, di incertezza. Come ha detto il Papa il 27 marzo, fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade, città. Come trovare la forza di benedire per tutto questo? Tutti stanno soffrendo: chi è raggiunto dal male nella propria carne o in quella dei suoi cari; chi lavora mettendo a rischio la propria vita; chi si ritrova senza lavoro e vede un futuro precario per sé e la sua famiglia; chi deve prendere gravi decisioni a nome di tutti, chi non sa più come gestire la forzata inattività dei propri figli, chi vive nella solitudine, chi dovrebbe stare in casa e non ne ha una. Mai si è vista una sofferenza così ampiamente condivisa». In un quadro a tinte fosche c’è una certezza: l’origine di quel «microscopico morbo micidiale, e tutto sommato piuttosto misterioso, non è Dio». Dio «non sta benedicendo questo tempo ma sta soffrendo con noi e per noi, come pure la beata Vergine, muta nel suo dolore per le piaghe del suo Figlio, che si rinnovano così pesantemente nella carne dei suoi figli. Il Cielo soffre nel guardare la terra, pieno di apprensione sulla fatica dell’uomo che cerca di venire a capo di una situazione che lo supera».

Le monache non vivono nella loro oasi felice, dentro le mura, lontane o separate da questa sofferenza. Nel loro percorso interiore cercano di dare un senso a questo tempo, strappandolo dall’angoscia e rendendolo prezioso. E, per essere profondamente partecipi del digiuno eucaristico e dell’isolamento vissuto dall’intera Chiesa di Roma, di cui si sentono parte viva e integrante, fin dall’inizio le religiose hanno rinunciato, per oltre un mese, alla presenza di un prete, che pure era disposto a celebrare ogni giorno la messa per la loro comunità. Prive dell’eucaristia e dunque “lontane dallo sposo” anche loro? «Ogni tempo racchiude un seme di grazia, che riuscirà a sbocciare nella bellezza del fiore e a maturare nella fragranza del frutto solo se si ha la pazienza e la sapienza di dedicargli tempo e attenzione», spiega la madre clarissa. «Un seme è un nulla ai nostri occhi, ma sappiamo quali meraviglie di grazia racchiude, dal seme depositato nel grembo di una donna a quello nascosto nelle pieghe della terra, fino al seme che è il Signore Gesù: il Vangelo insegna che ogni seme, caduto in terra, produce molto frutto, ma perché questo avvenga deve morire (cfr. Giovanni, 12, 24)».

E ancora: «Quando abbiamo saputo che le celebrazioni delle messe e della Pasqua sarebbero state senza popolo — osserva — la comprensibile reazione era pensare che ci venisse tolto anche il Signore. Ma sant’Agostino insegna che il Cristo è capo e corpo, e il suo Corpo siamo noi, la sua Chiesa, che non è un’entità astratta, ma un insieme di persone con un volto concreto: i fratelli, le sorelle, i compagni di cammino nell’avventura della fede. Il fratello è corpo di Cristo». Continua la madre abbadessa: «Nell’assemblea liturgica andiamo insieme a ricevere Gesù: insieme nel cuore, non solo fisicamente: solo così ha senso l’eucaristia. L’eucaristia si riceve in quanto Chiesa: non è un puro momento intimistico di comunione solo verticale. Il Dio di Gesù Cristo ci vuole fratelli, viene a noi e ci visita solo in quanto fratelli». Allora, «se tanto lunga è l’astensione dall’eucaristia, forse altrettanto lungo è il cammino necessario per una vera riconciliazione con il fratello. Abbiamo compreso che Gesù vuole dalla Chiesa un rafforzamento della comunione orizzontale, perché non avvenga quanto san Paolo dice alla comunità di Corinto: “Sento dire che, quando vi radunate in assemblea, vi sono divisioni tra voi […] Che devo dirvi? Lodarvi? In questo non vi lodo” (1 Corinzi, 11, 18-22). In questo tempo di digiuno eucaristico, Cristo ci indica un’attenzione maggiore alla carità fraterna, perché sia possibile poi ripresentarci insieme, da fratelli, in quanto figli di uno stesso Padre, a offrire il nostro dono, per ricevere in cambio il suo».

Inoltre, nota madre Elena, «resta comunque una mensa sempre accessibile, quella della Parola. Forse non sempre è compresa quella che l’esortazione apostolica post-sinodale Verbum Domini chiama “la sacramentalità della Parola” (cfr. n. 56). Per farla comprendere, Benedetto XVI cita san Girolamo, quando il santo ricorda che “il corpo di Cristo e il suo sangue è veramente la Parola della Scrittura, è l’insegnamento di Dio”. Nel momento in cui il nutrimento è diventata la sola Parola, allora l’abbiamo avvertita davvero vitale per noi, per la nostra esistenza quotidiana: tutto assume una profondità, un risalto, una luce, che prima non aveva».

La monaca ricorda che in Italia e in molte altre nazioni del mondo, a causa della diffusione crescente del covid-19, per una moltitudine di persone si è profilato all’orizzonte lo spettro di una lunga e profonda solitudine, con la sospensione di iniziative, attività, progetti. In poche parole: l’umanità è stata condotta nel deserto. «Il deserto è quello dove Dio stesso conduce, in modi e tempi da noi non pensati e tanto meno scelti. Il vero deserto è luogo di intimità, è il luogo dell’amore, ma anche il luogo della prova. Anche biblicamente è così: c’è il deserto di Osea, 2, 16, dove Dio parla al cuore in un rapporto di amore intimo e profondo; e c’è il deserto delle tentazioni di Gesù, dove Satana entra in azione per mettere alla prova».

Allora «ci si può chiedere: cosa ci manca oggi? Alcune relazioni, alcune attività, la libertà, l’autonomia? Quali prese d’aria mi ha sbarrato il coronavirus? Sappiamo che i malati di covid-19 muoiono per asfissia e in assoluta e lacerante solitudine: se anche noi avvertiamo una mancanza d’aria, fermiamoci anche su questa presa di coscienza: cerchiamo di capire le radici di questa nostra sensazione di asfissia». Il deserto è, allora, «il luogo propizio per conoscere noi stessi, per ascoltarci, per verificarci, proprio nel senso etimologico di “fare verità” dentro di noi. Sono nel deserto quanti vivono un tempo in solitudine, ma anche quanti hanno limitato i contatti alle persone della cerchia familiare più ristretta. Questa è l’esperienza che facciamo noi claustrali: poche relazioni, ravvicinate e sempre uguali a se stesse, 24 ore al giorno per 365 giorni all’anno. Questo ti inchioda al fianco dell’altro e di conseguenza a te stesso, ti costringe a fare i conti con l’altro e di conseguenza con ciò che sei tu di fronte all’altro: è la sfida della nostra vita, quella che — se vissuta bene — rende le nostre comunità scuole di carità fraterna».

Ora, aggiunge la clarissa, una moltitudine di persone è chiamata a vivere quest’avventura: «Ma il frutto è prezioso. Recita un salmo: “La verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo”. La verità di ogni uomo non può che germogliare dalla sua propria terra, ovvero la sua stessa persona, luogo sacro e benedetto da Dio. Ecco, allora, che questo tempo diventa tempo di grazia per ascoltare noi stessi, per decifrare certi atteggiamenti, reazioni, sentimenti che forse nel vortice della vita quotidiana sfuggono e restano come criptati. Cristo ci chiede di adorare il Padre “in spirito e verità”: adorarlo nella verità significa non solo e non tanto con fede retta, ortodossa, quanto piuttosto nella verità di noi stessi, in un contatto pieno e sereno con quella “terra povera” che è la nostra umanità. Il Padre ci vuole e ci cerca così».

Ricorda suor Elena Francesca Beccaria che «Dio è fedele alle promesse e non ha abbandonato l’uomo. Abbiamo la sua Parola sempre con noi. La Parola non ci ha lasciato neppure quando è venuta meno la presenza sacramentale. Questo tempo — argomenta la madre abbadessa — con le limitazioni che ha imposto è un’occasione per imparare a battere sentieri più spirituali nel nostro vissuto di cristiani. Come ricorda Teilhard de Chardin, non siamo esseri umani che vivono un’esperienza spirituale, ma esseri spirituali che vivono un’esperienza umana».

Chi e cosa benedire, allora? Ecco la risposta: «Benediciamo il Signore, con tutto ciò che ci abita, con tutto ciò che possiamo scoprire in questo momento forte di incontro con noi stessi, con la nostra verità, con la nostra fragile umanità, alla luce della sua Parola di verità. È il momento di benedirlo con tutto ciò che è in noi, perché benedire significa riconoscere la bontà di qualcuno e celebrarla. Oggi si chiede a noi cristiani di “dire bene” di Dio e scegliere, ancora una volta, il suo Vangelo, per essere luce per un mondo che soffre». E «quando potremo rivedere i fratelli — conclude madre Elena — per celebrare insieme la festa della vita saremo tutti un po’ più veri, più credenti e più amanti, capaci di relazioni autentiche con Dio, con noi stessi, con i fratelli e ogni creatura».

di Paolo Affatato