· Città del Vaticano ·

Qualcosa di più grande

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Un calciatore racconta la propria scelta di fede e l’esperienza dello stop alle competizioni a causa del coronavirus

22 maggio 2020

«Too big to stop», troppo grande per fermarsi. «Deve succedere il finimondo — ci dicevamo tra noi — per poterci fermare». Troppo grande, il mondo del calcio, per poter ipotizzare qualcosa di ancora più grande. Lo hanno pensato in tanti, tra i protagonisti dello sport professionistico, quando si è paventata l’ipotesi di un blocco delle competizioni sportive per l’emergenza covid-19. Con loro Luca Rossettini, difensore centrale del Lecce (dodici stagioni di serie A in giro per l’Italia con Siena, Cagliari, Bologna, Torino, Genoa, Chievo). «Eppure qualcosa di più grande si è imposto davvero». Parte da questa sorpresa il dialogo del calciatore con «L’Osservatore Romano».

Del resto è più facile, in un mondo con tanti riflettori puntati e tanti grandi interessi, il rischio di percepire il proprio lavoro come totalizzante, “un tutto” che fa apparire secondario il resto.

Sì, però devo dire che la mia famiglia mi ha sempre aiutato in questo: fin da quando ero ragazzino, in casa il calcio è sempre stato vissuto come un gioco e basta, tutto il resto era un qualcosa di sconosciuto ai miei genitori e quindi anche a noi bambini. Vedere ragazzi tristi dopo una partita per i rimproveri dei genitori troppo preoccupati della riuscita dei figli per me era qualcosa di molto lontano, perciò sono cresciuto con la certezza che le cose importanti erano altre e così mi sono innamorato del gioco del calcio più che del “mondo del calcio”.

Maturare una coscienza così libera, da piccoli, è possibile. Mantenerla, quando ti investe un vortice di vita attiva come il mondo professionistico, è forse più difficile. Qui, forse, entra in gioco l’esperienza di vita cristiana: una dimensione della tua vita che non temi di raccontare.

Perché dovrei? Farei fatica a parlare dell’una senza parlare dell’altra.

Come nasce?

Sono cresciuto in una famiglia in cui la fede e Cristo erano una compagnia concreta e presente: le preghiere, i sacramenti e la santa messa, perciò, sono stati parte della mia educazione. Famiglia e fede ai miei occhi non sono mai state slegate: crescendo iniziavo a capire che l’una era la ragione dell’altra. Però, come spesso accade, ho avuto le mie cadute e le mie ribellioni, e così ho iniziato a cercare personalmente le ragioni e il senso di quei gesti che facevo per obbedienza o abitudine.

E poi?

Ero rimasto affascinato da come certi amici vivevano la vita e ho iniziato a seguirli per capire cosa li muovesse. E così, quello che era stato per me un puro rispettare delle regole, un obbedire ai miei genitori, è diventato proprio ciò che volevo per la mia vita.

Quando è accaduto? C’è un istante preciso?

È come un innamoramento: non c’è un istante preciso ma alcuni momenti rimangono nella memoria. Così è stato per me. Ero in terza superiore, una cotta non corrisposta per una ragazza mi aveva mandato in crisi e aveva acceso le mie domande. Spero non sembri banale, ma davvero cresceva in me la domanda a Dio sul perché fosse nato in cuore un desiderio così bello che però non poteva trovare compimento. La sentivo come una sorta di incoerenza, una contraddizione. Ebbene, in questo spazio di domanda è entrata una mia insegnante che si è messa in dialogo con me. Non sono state decisive le risposte che ricevevo, ma il suo esserci per me. Una sera, durante una gita a Rimini, ci ritrovammo a parlare in spiaggia, di fronte a un mio sfogo molto sincero non mi disse quasi niente, ma a un certo punto la guardai in volto e mi accorsi che era in lacrime: piangeva per me. Quegli occhi mi sono rimasti dentro tutta la vita. In quell’istante mi sono sentito guardato da qualcosa di più grande di me e anche di lei. Oggi, in giro per l’Italia, continuo a cercare ancora quello sguardo.

Lo hai ritrovato?

Sì, lo sguardo su di me che avevo scoperto in lei, quella tenerezza per il mio destino e la mia felicità, aveva la stessa origine di ciò che teneva uniti i miei genitori e che rendeva speciali tante altre persone che poi avrei incontrato nella mia vita. In questa ricerca è accaduto che, un giorno, quello sguardo che cercavo, l’ho scoperto anche mio nel riflesso degli occhi più belli che avessi mai visto: quelli della donna che è poi diventata mia moglie.

Una vita da girovago negli ultimi dieci anni: come hai continuato a cercare “quegli occhi”?

La comunità cristiana l’ho cercata e trovata ovunque. Mi viene subito in mente, con profonda gratitudine, una persona che mi accolse a Siena, dove giocai la mia prima stagione, poco più che ventenne, e che poi è diventata una delle persone più importanti della mia vita e testimone di nozze; oppure una famiglia che nel mio primo anno lontano dalla mia famiglia mi prese in casa come fossi un figlio. Ho sempre trovato una porta a cui bussare.

Come hai vissuto questi giorni, in cui hai avuto modo di raccontare anche pubblicamente la tua esperienza? L’esperienza della fede ha inciso, ha reso diverso questo tempo?

Eravamo molto impauriti per la piccola Caterina, che oggi ha tre mesi ed è nata poco prima dello scoppio dell’epidemia: il timore di dover passare per gli ospedali in questa fase era tanto, perciò ci siamo messi nelle mani di Dio. E così io e mia moglie abbiamo cercato di tirare fuori il meglio da quello che ci era dato di vivere e provato a comunicare serenità di fronte a una tensione che ha investito anche i piccoli. Se vedono il volto tranquillo della mamma e del papà sono tranquilli anche loro. Ecco, abbiamo sentito la responsabilità di essere un porto sicuro per loro e questo ci ha fatti interrogare su quelle che erano per noi le certezze. Naturalmente come sportivo ho vissuto anche giorni difficili: il solo fatto di dover essere obbligati in casa e trovare mille modi fantasiosi per tenersi in forma non è stato facile.

Rabbia per quello che mancava?

Rabbia mai. Gratitudine per quello che c’era più che rabbia per quello che mancava, anche pensando ai racconti dei nonni che durante la guerra erano chiusi sotto le bombe senza cibo, acqua ed elettricità, cose che a noi non sono mancate. Certe volte basta allargare lo sguardo per ridimensionare il lamento.

Cosa è stato di aiuto?

La compagnia di mia moglie, quella a distanza degli amici e anche il Papa attraverso la tv. Ho cercato di seguire le sue messe nel periodo di Pasqua e mi ha fatto molta impressione la preghiera del 27 marzo in una piazza San Pietro deserta di fronte al Crocifisso e all’immagine della Madonna. Mi resterà sempre in mente quel vederlo totalmente affidato. Ho sentito le sue parole come le uniche adeguate al momento tra le tante di tv e web.

La fede nel mondo del calcio. Quanto spazio c’è? Se ne parla tra calciatori?

Difficilmente si riesce ad andare in profondità, spesso sulla Chiesa e sulla fede prevalgono luoghi comuni. Comunque, quando si attiva un’occasione di dialogo sincero non mi tiro indietro, anzi... e così mi ritrovo a parlare della mia esperienza personale, di ciò che la Chiesa è per me, per la mia vita e per la mia famiglia. Spesso, in un mondo che offre possibilità economiche e affettive non è facile sentirsi bisognosi, anche se, paradossalmente, la coscienza di una mancanza si raggiunge proprio di fronte a un successo.

Un allenatore, una figura della tua carriera che ti viene in mente pensando a questo?

Mi viene subito in mente un dialogo avuto con l’allenatore Renzo Ulivieri, che mi fece esordire nei professionisti. Avevo poco più di vent’anni e desideravo andare al funerale di un sacerdote a me molto caro, ma avevo paura di chiedere il permesso perché pensavo che mi avrebbe deriso, o non avrebbe compreso l’importanza del mio desiderio di esserci. Ebbene, volle sapere le mie ragioni, chiacchierammo un po’ e alla fine lui mi disse un sì deciso e mi rese evidente, con un esempio della sua vita, che comprendeva il valore umano di quella scelta.

Lo sport è anche una grande esperienza di gioia, se pensiamo al momento del gol, del fischio finale per una vittoria. Quali sono gli istanti più belli?

Lo sport è una grande esperienza in generale, di gioie, di dolori, di tutto: una vita intera compressa in uno spazio di tempo ristretto. Però più che le vittorie o i goal, quello che mi porta ancora oggi ad amare profondamente questo sport sono alcuni semplici istanti, momenti che possono accadere anche mentre stiamo perdendo malamente: un lancio perfetto, una scivolata riuscita, un intervento millimetrico, in cui, seppur per un istante, posso fare l’esperienza della compiutezza, una sorta di coincidenza tra l’idea che avevo in mente e il modo in cui effettivamente accade. Questo mi genera un’esperienza di stupore e godimento meravigliosa. Quando ci rifletto penso agli artisti o ai musicisti nel momento creativo, quando si trovano a creare o eseguire qualcosa di cui percepiscono la grandezza in quello stesso istante. Sono sempre grato per aver ricevuto in dono la possibilità di vivere questa esperienza.

di Giuseppe Suriano