· Città del Vaticano ·

Profetica lungimiranza

Benedetto XV

Il 23 maggio di cento anni fa Benedetto XV promulgava la «Pacem, Dei munus pulcherrimum»

20 maggio 2020

L’impegno per arginare le conseguenze della guerra


«In questo primo incontro vorrei anzitutto soffermarmi sul nome che ho scelto divenendo Vescovo di Roma e Pastore universale della Chiesa. Ho voluto chiamarmi Benedetto XVI per riallacciarmi idealmente al venerato Pontefice Benedetto XV che ha guidato la Chiesa in un periodo travagliato a causa del primo conflitto mondiale. Fu coraggioso e autentico profeta di pace e si adoperò con strenuo coraggio dapprima per evitare il dramma della guerra e poi per limitarne le conseguenze nefaste». Con queste parole Joseph Ratzinger spiegò, durante l’udienza generale del 27 aprile 2005, la scelta del suo nome da Papa.

Nato nel 1854 e discendente di una famiglia di conti genovesi, Giacomo Della Chiesa, che, dopo la formazione diplomatica nella Segreteria di Stato vaticana, come arcivescovo di Bologna si era dimostrato degno di più alti incarichi, venne eletto Papa poche settimane dopo lo scoppio della prima guerra mondiale. Già stretto collaboratore del cardinale Rampolla, che come segretario di Stato sotto Leone XIII aveva coniato uno stile politico orientato alla riconciliazione e alla compensazione tra gli Stati, ci si attendeva da lui un contributo efficace per porre fine al conflitto. La guerra, di fatto, gettò la sua ombra su tutto il pontificato di Benedetto XV. Egli s’impegnò instancabilmente ad «arginarne le nefaste conseguenze». È possibile identificare quattro priorità.

Nelle grandi guerre europee dell’età moderna i Papi, in quanto sovrani dello Stato Pontificio, erano anche sempre stati parte in causa e quindi coinvolti nei conflitti. Negli anni 1914-1918, invece, la Santa Sede mantenne una rigorosa neutralità. I ripetuti tentativi di spingere il Papa a condannare i veri o presunti torti del nemico caddero nel vuoto.

Benedetto XV rifiutò la guerra con decisione, condannandola a chiare lettere («inutile carneficina», «suicidio dell’Europa civile»).

Diversamente da quanto accaduto nelle precedenti guerre dell’età moderna, il Vaticano svolse una vasta attività umanitaria, al punto che i contemporanei parlarono addirittura di una “seconda Croce rossa”: si negoziava lo scambio di feriti e in Segreteria di Stato fu perfino organizzato un servizio per la ricerca dei dispersi. Nel 1917, con una lettera personale al sultano Maometto v, capo religioso e politico dell’Impero ottomano, il Pontefice protestò per la tragedia degli armeni.

Ricollegandosi all’attività internazionale di intermediazione della Santa Sede sotto Leone XIII, anche Benedetto XV cercò di contenere la guerra, ovvero di contribuire a porvi fine. La prima guerra mondiale diventò così in un certo senso il banco di prova di una nuova politica estera. Durante il primo inverno di guerra il Papa fece sondare, per vie politiche, se fosse possibile tenere l’Italia fuori dal conflitto attraverso concessioni unilaterali da parte dell’Austria. Il tentativo fallì, non ultimo per le grande promesse fatte agli italiani dalla Triplice Intesa. L’Italia ottenne anche l’assicurazione che la Santa Sede non sarebbe stata accettata come mediatore di pace e che sarebbe stata esclusa da una futura conferenza di pace. Alla base di questa richiesta dell’Italia vi era la preoccupazione che la “questione romana” (ovvero la questione della sovranità del Papa) potesse essere ripresa. È nota l’esortazione per la pace Dès les débuts, che il Pontefice indirizzò ai capi dei popoli belligeranti il 1° agosto 1917. Meno noto è che era stata preceduta dall’attività di Eugenio Pacelli, nunzio a Monaco, che aveva sondato le medie potenze per conoscere i loro obiettivi bellici e le loro condizioni per la pace. Il documento papale suggerisce dunque una pace senza annessioni e ripartizioni, la libertà delle vie marittime, la restituzione delle colonie, il disarmo generale e la risoluzione di questioni territoriali controverse mediante il diritto internazionale e il ricorso all’arbitrato internazionale.

Dopo la guerra il Papa proseguì nel suo impegno umanitario. Furono organizzati aiuti alimentari e assistenza medica per i bambini nei territori che più soffrivano per le conseguenze della guerra, ad esempio gli orfanotrofi a Vienna. Negli Stati Uniti fece realizzare delle collette e non esitò a collaborare con organizzazioni non cattoliche.

Cento anni fa, il 23 maggio 1920, Benedetto XV promulgò l’enciclica sulla pace Pacem, Dei munus pulcherrimum. In un certo senso essa rappresenta la somma della sua esperienza degli anni della guerra e di quelli postbellici. L’enciclica è il primo documento magisteriale papale dedicato esclusivamente al tema della pace e ha permesso al Pontefice di riassumere i suoi sforzi durante la guerra: «Perciò non cessammo d’insistere con la preghiera, di rinnovare esortazioni, di proporre vie di accomodamento, di tentare insomma ogni mezzo per vedere di aprire, col divino aiuto, qualche adito ad una pace che fosse giusta, onorevole e duratura; e frattanto rivolgemmo ogni Nostra paterna premura per lenire ovunque quel cumulo immenso di dolori e di sventure d’ogni sorta che accompagnavano l’immane tragedia».

È vero che gli Accordi negoziati nelle banlieue parigine avevano posto ufficialmente fine alla guerra, ma secondo il Papa i conflitti che l’avevano causata non erano ancora stati risolti. Benedetto XV era scettico dinanzi al trattato di pace di Versailles, poiché implicava l’umiliazione dei vinti e recava in sé germi di nuovi conflitti. Era convinto che «nessuna pace possa consolidarsi (...) se contemporaneamente non si placano gli odi e i rancori per mezzo di una riconciliazione fondata sulla vicendevole carità». La vera pace doveva fondarsi sulla riconciliazione dei nemici e sul ritorno ai comandamenti cristiani. Egli riteneva che per i cristiani — e in particolare i cattolici — ciò fosse un dovere, come indica chiaramente l’incipit dell’enciclica Pacem, Dei munus pulcherrimum: la pace è al tempo stesso dono e compito di Dio (munus può significare entrambe le cose). La guerra, invece, secondo lui costituiva un fallimento dei fedeli, poiché i cattolici, negli Stati belligeranti, non si erano visti anzitutto come tali, bensì come belgi, tedeschi, austriaci o francesi, aveva confidato a un amico durante la guerra, deplorando così i limiti della sua influenza.

Già nella sua enciclica di inizio pontificato Ad beatissimi Apostolorum, del 1° novembre 1914, aveva indicato come motivo dello scoppio della guerra il fatto che i cristiani non avessero preso sul serio la loro fede, mettendo altri valori al primo posto.

Nell’enciclica del 1920 il Papa compie un ulteriore passo, sostenendo che ciò che vale per la singola persona, ovvero che deve perdonare il torto subito, vale anche per la convivenza tra i popoli: dunque, «il perdono delle offese e la fraterna riconciliazione dei popoli» sono conformi «alla legge santissima di Gesù Cristo». Ciò non vale però solo per i cristiani, ma per tutti gli uomini. Compito dei cristiani è di operare per l’unità del genere umano. Per questo è necessario che i sacerdoti educhino la coscienza dei fedeli all’amore del nemico e del prossimo. Una particolare responsabilità l’hanno, secondo il Papa, anche gli scrittori e i giornalisti cattolici, in quanto influenzano le opinioni della gente.

Il presidente statunitense Woodrow Wilson, che chiese udienza al Pontefice al fine di esprimergli il suo apprezzamento per l’impegno a favore della pace, alla pari del Papa vedeva nel nazionalismo la radice di tutti i mali. L’identità di vedute dei due andava anche oltre: in Pacem, Dei munus pulcherrimum Benedetto accoglie espressamente con favore l’istituzione della Società delle Nazioni, promossa da Wilson, che secondo lui può contribuire a un disarmo efficace e a prevenire guerre future. Il Papa vede perfino una certa affinità tra la Società delle Nazioni e la Chiesa, poiché nella Chiesa sono già prefigurati la comunione dei popoli e il superamento del pensiero nazionale (un’argomentazione simile verrà usata 45 anni dopo da Paolo VI riguardo alle Nazioni Unite). Lo status giuridico internazionale ancora indefinito della Santa Sede, escludeva però una sua adesione alla Società delle Nazioni.

Il prestigio della Santa Sede nell’ambito della politica estera aumentò ulteriormente grazie alla saggia politica di Benedetto XV durante la prima guerra mondiale, al suo impegno umanitario nel periodo postbellico e alla sua enciclica sulla pace. Il Vaticano ne approfittò per firmare concordati e allacciare rapporti diplomatici con il maggior numero possibile di Stati, tra i quali la Baviera, la Prussia, la Lettonia, l’Italia, la Germania e quelli nati dalla dissoluzione della monarchia danubiana. Alla morte di Benedetto XV, avvenuta il 22 gennaio 1922, la posizione della Chiesa nel quadro della politica estera era molto migliorata rispetto all’inizio del pontificato.

Il messaggio di pace del Papa ebbe effetti anche in un altro campo, diventando di fatto l’impulso decisivo per diversi movimenti di pace cattolici che si stavano sviluppando. Max Josef Metzger, per esempio, uno dei fondatori del «Friedensbund Deutscher Katholiken», fu fortemente influenzato dalle affermazioni papali. Dal «Friedensbund», il cui lavoro fu fermato dai nazionalsocialisti, ci sono fili diretti che conducono al movimento per la pace internazionale cattolico «Pax Christi». In Francia, il politico cristiano-socialista Marc Sangnier, rifacendosi alla critica del Papa alla pace di Versailles, tra il 1921 e il 1932 organizzò dodici conferenze di pace internazionali, alle quali parteciparono anche persone provenienti da quelle che erano state nazioni nemiche. I tempi non erano ancora maturi per una collaborazione tra le Chiese al fine di assicurare la pace, e men che meno lo erano per una testimonianza di pace comune delle religioni, alla quale avrebbe dato forma solo Giovanni Paolo II, con l’istituzione dell’incontro di preghiera per la pace ad Assisi nel 1986. Si può però senz’altro affermare che l’enciclica sulla pace di Benedetto XV aveva già fissato la direzione futura, poiché egli riteneva che tutte le persone avessero il dovere di promuovere, in spirito di riconciliazione e di amore del prossimo, la pace nel mondo.

La lungimirante enciclica Pacem, Dei munus pulcherrimum ha coniato uno stile e trovato un linguaggio per i conflitti bellici del XX secolo, quando i Papi hanno instancabilmente esortato alla pace. In particolare Pio XII è stato, dal punto di vista politico, fortemente influenzato da Benedetto XV, avendo vissuto da vicino il suo impegno per la pace come collaboratore nella Segreteria di Stato e come nunzio a Monaco. Per ben sei volte nel suo scritto magisteriale Papa Della Chiesa collega la pace alla giustizia. Il fatto che solo una pace giusta può essere duratura è stato anche un pensiero centrale degli insegnamenti sulla pace di Pio XII. Non a caso Papa Pacelli ha scelto come motto Opus iustitiae pax, ovvero la pace è opera della giustizia. I Pontefici successivi, fino a Francesco, sono rimasti fedeli a tale pensiero. La pace è più di un equilibrio della paura o di un tacere delle armi: esige piuttosto una sincera conciliazione degli interessi e la giusta partecipazione di tutti alle risorse della Terra.

di Jörg Ernesti