· Città del Vaticano ·

Prima di tutto (ri)fare gli europeisti

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Intervista all’esperto di affari europei Mario Di Ciommo

09 maggio 2020

All’«Emergenza europea. Riscoprire l’idea d’Europa, oltre la crisi» è dedicato il libro di Mario Di Ciommo, ricercatore in Diritto costituzionale europeo ed esperto di affari europei. Il volume, con la prefazione del gesuita Francesco Occhetta, uscirà ai primi di giugno. Secondo Di Ciommo, ridurre la crisi dell’Unione europea alla sola minaccia populista — come pure è stato fatto in maniera diffusa nel corso dell’ultima campagna elettorale europea — non significa tanto un sopravvalutare il ruolo del populismo (senza dubbio la novità politica di maggior rilievo della scena internazionale, secondo l’autore) ma piuttosto sottovalutare l’ampiezza della crisi, nascondere le responsabilità degli europeisti e non comprendere la necessità per l’europeismo di mettersi in discussione. In questa intervista a «L’Osservatore Romano», Di Ciommo tratteggia le linee di analisi del suo libro, nel quale sono presenti contributi, fra gli altri, del cardinale Angelo Bagnasco, del politico e giurista Giuliano Amato e dell’economista suor Alessandra Smerilli.

Oggi si celebra la Giornata dell’Europa. Considerando la pandemia o meno, quale è lo stato di salute del vecchio continente?

È uno stato di crisi. Ma non a causa della “sola” pandemia: è almeno dal 2007 che, praticamente senza soluzione di continuità, si parla di Europa in crisi. Una crisi “esistenziale”, tanto perché mette in discussione l’esistenza stessa del progetto europeo di integrazione, quanto perché nasce da problemi che affondano le loro radici nell’identità di questo. In sostanza, se è vero che la pandemia ci ha messo in una situazione senza precedenti, non sono senza precedenti le difficoltà che l’Ue sta incontrando nell’affrontare questa ennesima crisi.

A suo parere, nell’ottica del rilancio, bisogna dare priorità prima alla costruzione istituzionale dell’Europa o prima alla costruzione dell’identità europea? In altre parole, è più urgente fare l’Europa o gli europei?

La costruzione istituzionale è sempre una conseguenza dell’identità “costituzionale” della comunità in questione. Se la costruzione europea è ancora incompleta, dunque, non dipende solo dai limiti delle scelte politico-istituzionali fatte sino ad oggi (che certo hanno la loro importante parte di responsabilità), ma, in primis, dalla complessità dell’identità europea, che è metamorfica per dirla con Morin, che è unità nella diversità. Detto ciò, il processo del “fare” l’Europa non può, oggi, prescindere dai cittadini europei, i quali, anche grazie all’esperienza comune delle crisi degli ultimi anni, hanno maturato verso l’Europa una attenzione che è, potenzialmente, una risorsa straordinaria. Un’attenzione spesso critica, ma che molto di recente — penso alle elezioni europee — ha espresso una apertura di credito inaspettata verso l’Europa (basti pensare a partecipazione e risultati di quella tornata elettorale). Certo, adesso questa attenzione e questa apertura di credito devono essere prese sul serio dai politici. Per questo è oggi il momento di puntare sui cittadini per riattivare il processo del “fare l’Europa”.

Si fa strada in molti il timore che la pandemia possa dare il colpo mortale alle aspirazioni di una comunità internazionale più aperta e solidale: il timore per quanto accaduto o per quanto possa accadere rischia piuttosto di far alzare nuovi muri. È realistico parlare di un nuovo mondo, e migliore, sotto il profilo della cooperazione internazionale? Si andrà veramente verso più sistemi macroregionali?

Il futuro della comunità internazionale fondata sul multilateralismo dipende molto dal futuro della Unione europea: è per questo che chi vuole soppiantare l’attuale ordine internazionale multilaterale, in genere, attacca l’Unione europea. Ed è per questo — ma per ragioni ideali opposte — che Papa Francesco da tempo richiama l’attenzione sulla necessità di riformare il sistema multilaterale e sul fatto che l’Unione europea ha di fronte a sé una sfida epocale, dalla quale dipenderà non solo il futuro suo, ma quello del mondo intero. La chiave di volta di questo futuro è nella solidarietà: nella capacità o meno dell’Unione europea, per dirla con le parole della Dichiarazione Schuman — di cui stiamo festeggiando i 70 anni — di «realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto».

Si è un po’ tutti d’accordo sul fatto che l’Europa non possa essere, o presentarsi, come una sorta di ufficio burocratico. Ma cosa significa, anche praticamente, farla diventare più “politica”?

È questo il punto, è qui il cuore della crisi esistenziale: tornare a fare della politica la linfa del progetto europeo. Come? Innanzitutto, alimentando le possibilità di un dibattito democratico aperto sulle ragioni costitutive del patto europeo, anche raccogliendo il guanto di sfida lanciato da populisti e sovranisti. Un dibattito che deve però partire dalle istanze dei cittadini, i quali, nel dar credito all’Europa (torno a pensare alle elezioni del maggio scorso), le chiedono di cambiare e di diventare più vicina alle proprie esigenze. È arrivato il momento di prendere le distanze dalle ambiguità di quel generico filoeuropeismo, che, per dirla con Jürgen Habermas, è espressione di un «gioco furbesco della non tematizzazione», che, di fatto ha svuotato di contenuto politico il dibattito sull’Europa, rendendolo tema indisponibile ai cittadini, relegato dietro le teche di un confronto rimesso solo a tecnici e burocrati. Alla luce di ciò, considero un errore significativo la decisione di “congelare” la Conferenza sul futuro dell’Europa, che sarebbe dovuta partire il giorno del settantesimo anniversario della Dichiarazione Schuman, e che invece è stata rinviata a data da destinarsi. È una decisione che relega il confronto con i cittadini ad un piano secondario rispetto alle urgenze dell’oggi, ancora una volta rimesse a politici e tecnici. Una decisione che sembra non voler capire che il cuore della crisi esistenziale è politica e che solo il coinvolgimento dei cittadini può, attraverso il confronto democratico, generare quella forza politica propulsiva necessaria a portare a soluzioni capaci di superare lo status quo. Ma l’europeismo di oggi quanto vuole mettere in discussione lo status quo europeo?

L’Europa è stretta fra potenze contrapposte, da Occidente a Oriente. È sotto attacco o in fondo, come già accaduto nella storia, può configurarsi come una scelta strategica

È oggettivamente sotto attacco. Lo è all’interno: si pensi alla sfida dei sovranismi che vogliono soppiantare l’Europa sovranazionale, con una Europa delle Nazioni (come se dimensione sovranazionale e dimensione nazionale fossero piani inconciliabili); ma si pensi anche a quella che è stata la sfida della Brexit, che molti scommettevano — sbagliandosi — che avrebbe innescato una serie di “exit” di altri Paesi. Lo è all’esterno, se pensiamo a come nel mondo globalizzato stia prendendo piede in maniera sempre più credibile — o perlomeno efficace — un modello di capitalismo autoritario e sovranista, che mira a superare l’attuale ordine internazionale fondato, su quel multilateralismo di cui l’Ue è l’esperimento più avanzato, e che oggi, oggettivamente, sembra in affanno.

L’Europa e la vocazione mediterranea: è un’occasione sprecata? Che ruolo dovrebbe giocare l’Italia, sotto questo aspetto, su cosa puntare?

L’Europa non ha contatto con la propria vocazione mediterranea, così come non ce l’ha con la propria vocazione di player globale: perché l’Europa, dopo esser divenuta un “gigante economico”, non riesce a diventare anche un “gigante politico”? Perché ha perso contatto con la propria vocazione politica, la quale è iscritta nei valori che fondano il progetto europeo di integrazione, tra i quali quelli di dignità della persona (pensiamo a come l’Europa ha gestito — e sta gestendo — la crisi migratoria), e solidarietà (pensiamo a come l’Europa stia permettendo a una crisi simmetrica, come quella da coronavirus, di avere impatti asimmetrici, per cui i Paesi più ricchi diventano sempre più ricchi, e i più poveri sempre più poveri). L’Italia, che ha, per storia (e non solo per geografia), un ruolo speciale nel Mediterraneo, dovrebbe lavorare — non in solitaria, ma in concerto con altri Paesi europei come la Francia — per rimettere al centro dell’agenda della Ue il Mediterraneo, che va riscoperto come porta verso il futuro, verso l’Africa, verso il Medio oriente, etc., e non più considerato come mero muro di cinta difensivo. Ciò richiede un nuovo europeismo, capace di riscoprire, alla luce dei valori che fondano il progetto europeo, il proprio orizzonte di sviluppo.

di Paolo Mede